“C’è un documento del 1954 che Elly Schlein, secondo chi la conosce bene, preferirebbe non dover commentare. E la giornalista del Corriere lo sapeva benissimo quando ha deciso di tirarlo fuori.”
Non è una trappola costruita a tavolino. È peggio. È una trappola costruita dalla storia.
Quella storia che non si cancella con una battuta in un’intervista di fine giornata. Quella storia che i radar della politica italiana continuano a registrare, silenziosamente, anche quando i protagonisti fanno finta che non esista.
Elly Schlein si siede davanti a Maria Teresa Meli — giornalista che conosce i corridoi del potere come pochi — con una narrativa preparata, una linea comunicativa definita, una posizione che doveva suonare come una dichiarazione di guerra diplomatica contro il governo Meloni.
Cessate il fuoco immediato. Critica a Netanyahu. Bacchettata persino all’amministrazione Biden. La linea del fermi tutti, quella che cerca di tenere insieme l’anima pacifista del PD con le necessità atlantiche, con la pressione del Movimento 5 Stelle, con le piazze che chiedono no basi e con i correnti interne che invocano realismo.
Fin qui, tutto regolare. Il problema arriva quando la Schlein sposta il tiro sul piano interno. Quando accusa Giorgia Meloni di non aver chiarito se le basi americane in Italia verranno usate per supportare attacchi diretti contro l’Iran. Quando invoca la Costituzione, la sovranità, la pace.
È lì che Meli prepara la mossa. Ed è lì che il labirinto si chiude.
🔥 Il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954: il documento che nessuno vuole leggere ad alta voce

Per capire perché quella domanda ha mandato in tilt i radar della segreteria del Nazareno, bisogna capire cosa c’è scritto in un accordo tecnico che risale a settant’anni fa.
Il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954. Un documento spesso secretato nei suoi dettagli operativi. Un accordo che concede agli Stati Uniti l’uso di basi militari italiane per la difesa comune. Un accordo che non è stato firmato da Giorgia Meloni. Non da Silvio Berlusconi. Non da nessun governo di centrodestra.
È stato firmato nell’Italia del dopoguerra, nell’Italia della ricostruzione, nell’Italia che stava scegliendo da che parte stare nel mondo bipolare della Guerra Fredda. È stato firmato, rinnovato, confermato e applicato da governi di ogni colore politico per sette decenni.
Inclusi quelli del PD. Inclusi quelli sostenuti dal PD. Inclusi quelli in cui esponenti del PD sedevano a Palazzo Chigi.
Quando Schlein dice che concedere basi per attacchi di terzi sarebbe contro la nostra Costituzione, sta facendo un’affermazione che suona come un’accusa di alto tradimento verso l’attuale premier. Ma sta anche, implicitamente, accusando di alto tradimento ogni governo italiano degli ultimi settant’anni. Inclusi quelli del suo stesso partito.
È una contraddizione che non si risolve con una frase. È una contraddizione che richiede una scelta: o si ammette che la storia del PD su questo tema è più complessa di quanto la narrativa pacifista voglia far credere, o si continua a fare finta che quella storia non esista.
Schlein, nell’intervista al Corriere, sceglie la seconda opzione. E la scelta si vede.
Il 1999 e il fantasma che nessuno vuole nominare
C’è un anno che aleggia su tutta questa discussione come un fantasma scomodo. Un anno che il dibattito pubblico italiano raramente affronta con la chiarezza che meriterebbe.
Il 1999.
Il governo presieduto da Massimo D’Alema autorizzò l’uso delle basi italiane per i bombardamenti NATO sulla Jugoslavia. Fu una guerra vera. Combattuta a pochi chilometri dalle nostre coste. Senza una risoluzione esplicita dell’ONU. Senza un voto preventivo del Parlamento italiano che autorizzasse l’intervento bellico nel senso classico del termine.
In quel caso la sinistra non solo concesse le basi. Partecipò attivamente con i propri velivoli.
Sigonella e Aviano non erano dormitori per turisti. Erano centri nevralgici per operazioni di intelligence e supporto tattico in teatri di guerra complessi. E questo non è accaduto sotto un governo di centrodestra. È accaduto sotto un governo di centrosinistra, con un presidente del Consiglio che veniva dalla tradizione comunista italiana e che aveva scelto, in quel momento, il pragmatismo dell’alleanza atlantica.
Il paradosso che emerge dall’intervista al Corriere è totale. Schlein chiede a Meloni di dichiarare subito che negherebbe l’autorizzazione agli USA per eventuali operazioni contro l’Iran. Ma il suo stesso partito ha creato i precedenti giuridici e politici per fare esattamente l’opposto. Per decenni.
Quando la giornalista ricorda alla Schlein che le basi italiane sono già state utilizzate per attacchi in Siria e Libia, durante i governi Gentiloni e Conte — governi targati o sostenuti dal PD — la segretaria scivola via. “Non inseguiremo i paragoni storici di Meloni”, risponde.
Ma questi non sono paragoni storici. Sono atti amministrativi e militari. Sono decisioni concrete, documentate, verificabili. Non sono narrazioni. Sono fatti.
👀 Il retroscena: l’appunto riservato e la riunione che nessuno conferma
Secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti del PD e nei corridoi del Nazareno, a quanto risulta nelle ore successive all’uscita dell’intervista sul Corriere si sarebbe attivata una rete di contatti informali per valutare i danni comunicativi.
A quanto risulta, la preoccupazione principale non sarebbe stata tanto la risposta tecnica alle domande sulle basi americane — su cui esistono posizioni articolate che il partito potrebbe sviluppare. Sarebbe stata la gestione del frame che si stava consolidando: quello della segretaria che invoca la Costituzione su un tema in cui il suo stesso partito ha una storia che contraddice quella invocazione.
Secondo alcune voci non verificate, sarebbe circolato un appunto “riservato” con una linea comunicativa unica per evitare frasi fuori registro nei giorni successivi. L’obiettivo, secondo queste voci, sarebbe stato quello di ricondurre il dibattito sul piano dei valori — pace, cessate il fuoco, diritto internazionale — allontanandolo dal piano della storia specifica del PD sulle basi militari.
Secondo indiscrezioni, a quanto risulta qualcuno avrebbe persino registrato un passaggio di una riunione interna, un audio non verificato che starebbe circolando in ambienti ristretti. Nessuna prova pubblica conclusiva. Nessun documento verificabile. Ma la coerenza della risposta difensiva che è emersa nei giorni successivi suggerisce che quella discussione interna ci fosse stata, e che non avesse trovato una soluzione soddisfacente.
La linea del tempo di un cortocircuito che si costruisce in diretta
1954, accordo bilaterale — Il Bilateral Infrastructure Agreement viene firmato. L’Italia accetta la presenza di basi americane sul proprio territorio come parte dell’architettura di sicurezza atlantica del dopoguerra. È il documento che settant’anni dopo tornerà a bruciare.
1999, governo D’Alema — L’Italia autorizza l’uso delle basi per i bombardamenti NATO sulla Jugoslavia. Partecipa attivamente con i propri velivoli. Nessuna risoluzione ONU esplicita. Nessun voto preventivo del Parlamento nel senso classico del termine. È il precedente che l’intervista al Corriere riporterà in superficie.
2016-2017, governi Gentiloni e Conte — Sigonella e Aviano vengono utilizzate per operazioni in Siria e Libia. Sono governi targati o sostenuti dal PD. Sono decisioni concrete, documentate, che contraddicono la narrativa pacifista che Schlein sta cercando di costruire.
Mattina dell’intervista, redazione del Corriere della Sera — Maria Teresa Meli prepara le domande. Secondo chi la conosce, la scelta di tirare fuori il 1954 e il 1999 non sarebbe stata casuale. Sarebbe stata una scelta deliberata per testare la coerenza della linea comunicativa della Schlein.
Uscita dell’intervista, social media — I passaggi più taglienti vengono tagliati e condivisi. Il frame si costruisce rapidamente: la segretaria che invoca la Costituzione su un tema in cui il suo partito ha una storia che contraddice quella invocazione.
Ore successive, ambienti del PD — Secondo indiscrezioni, a quanto risulta si sarebbe percepita una tensione insolita. Non la tensione del dibattito politico normale, ma quella di chi sa che una narrativa si sta consolidando e non ha ancora trovato il modo di contrastarla.
Sera, riunione informale al Nazareno — Secondo indiscrezioni, a quanto risulta si sarebbe discusso della risposta comunicativa. La preoccupazione principale: come rispondere senza amplificare il frame del cortocircuito storico.
Notte, appunto riservato — Secondo alcune voci non verificate, sarebbe circolata una linea comunicativa unica per blindare la narrativa nei giorni successivi. Nessun documento verificabile pubblicamente.
💔 La strategia della Schlein: sorpassare Conte a sinistra con il rischio di cadere nel vuoto

Per capire perché Schlein ha scelto questo terreno — le basi americane, la Costituzione, il cessate il fuoco — bisogna capire la pressione che sta subendo dall’interno del campo progressista.
Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte ha costruito negli ultimi anni una posizione pacifista molto netta. No alle armi all’Ucraina. No all’aumento delle spese militari. No alle basi americane usate per operazioni di guerra. È una posizione che intercetta una parte significativa dell’elettorato di sinistra, quella parte che si sente tradita dal PD atlantista, da quello che considera il partito dell’establishment, il partito che dice pace in piazza e poi firma gli accordi militari a Washington.
Schlein ha bisogno di sorpassare Conte su questo terreno. Ha bisogno di dimostrare che il PD può essere più pacifista del M5S, più coerente, più credibile sulle questioni di guerra e pace.
Il problema è che per farlo deve fare finta che la storia del suo partito non esista. Deve ignorare il 1999. Deve ignorare il 2016 e il 2017. Deve ignorare il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954. Deve costruire una narrativa che funziona solo se l’interlocutore non fa domande scomode.
Maria Teresa Meli ha fatto le domande scomode.
E il risultato è quello che il dibattito pubblico ha visto: una segretaria in difficoltà, costretta a scivolare via dai precedenti storici con una frase — “non inseguiremo i paragoni storici di Meloni” — che non risponde alla domanda ma la evita.
Evitare una domanda in politica non è neutro. È una risposta. E quella risposta dice qualcosa che il PD preferirebbe non dire.
Meloni e il manuale della diplomazia: il pragmatismo come scudo
C’è un contrasto che emerge con chiarezza dall’analisi dell’intervista. Il contrasto tra la posizione di Schlein e quella di Meloni sullo stesso tema.
Meloni risponde con il pragmatismo di chi è al governo. “Se gli Stati Uniti ci chiederanno le basi, riferiremo in Parlamento.” Una frase che è il manuale della diplomazia. Non dice sì. Non dice no. Si riporta alla centralità delle istituzioni, alla necessità di un dibattito parlamentare, alla responsabilità di chi governa di non fare promesse che potrebbero creare crisi diplomatiche senza precedenti con il principale alleato dell’Italia.
È una posizione che molti criticheranno come evasiva. Ma è una posizione che ha una sua coerenza interna: in politica estera, le promesse assolute sono il lusso di chi non governa. Chi governa deve gestire la complessità, deve bilanciare valori e interessi, deve rispondere non solo alle piazze ma anche ai tavoli internazionali dove si decide la sicurezza del paese.
Schlein invece chiede una chiusura preventiva. Dice no a prescindere, prima ancora che la domanda venga posta. È una posizione che suona bene in piazza. Ma che, se attuata, aprirebbe una crisi diplomatica senza precedenti con Washington in un momento in cui l’Italia ha bisogno di tutto tranne che di isolarsi dai propri alleati.
Il paradosso è questo: Schlein accusa Meloni di non essere abbastanza chiara sulle basi americane. Ma la chiarezza che chiede — il no preventivo e assoluto — è esattamente il tipo di chiarezza che nessun governo italiano ha mai avuto il coraggio di praticare. Nemmeno quelli del PD.
Il peso della storia: la Costituzione come menù alla carta
C’è una questione più ampia che questo scontro solleva, e che il dibattito politico italiano raramente affronta con la profondità che meriterebbe. La questione del rapporto tra la Costituzione italiana e gli accordi internazionali che l’Italia ha sottoscritto nel dopoguerra.
La Costituzione italiana è chiara sul ripudio della guerra come strumento di politica internazionale. È un principio fondante, scritto nell’articolo 11, che riflette il trauma della Seconda Guerra Mondiale e la scelta dell’Italia di costruire la propria identità repubblicana sul rifiuto del militarismo.
Ma l’Italia è anche membro della NATO. Ha basi americane sul proprio territorio. Ha partecipato a operazioni militari in Kosovo, in Libia, in Afghanistan, in Iraq. Ha firmato accordi che limitano la propria sovranità militare in nome della sicurezza collettiva.
Come si conciliano queste due realtà? È una domanda che non ha una risposta semplice. Ed è una domanda che il PD, nella sua storia, ha risposto in modo diverso a seconda di chi era al governo.
Quando il PD era al governo, la risposta era: la sicurezza collettiva richiede pragmatismo, gli accordi internazionali vanno rispettati, la Costituzione va interpretata nel contesto delle alleanze internazionali.
Quando il PD è all’opposizione, la risposta diventa: la Costituzione è chiara, le basi non si usano per attacchi di terzi, la sovranità nazionale va difesa.
È quello che il dibattito pubblico chiama usare la Costituzione come un menù alla carta. Citarla solo quando si è seduti sui banchi della minoranza. Ignorarla quando si è a Palazzo Chigi.
Una sera a Roma. Nazareno, ore 23:14.

Le luci sono ancora accese in alcuni uffici. I telefoni continuano a vibrare. Secondo indiscrezioni, a quanto risulta alcuni esponenti del PD starebbero ancora discutendo di come gestire il tema nelle prossime settimane.
La preoccupazione principale, secondo alcune voci, non sarebbe tanto la risposta tecnica alle domande sulle basi americane. Sarebbe il frame complessivo che si sta consolidando: quello di un partito che invoca principi che ha violato, che chiede coerenza che non ha praticato, che usa la Costituzione come strumento comunicativo invece che come guida politica.
Se quel frame si consolida — se diventa la lente attraverso cui una parte significativa dell’elettorato legge il PD — allora qualsiasi dichiarazione futura sulla pace, sulla guerra, sulle basi americane, verrà letta come conferma della contraddizione, non come smentita.
E la domanda che rimane aperta, quella che le prossime settimane porteranno con sé mentre il Medio Oriente brucia e le scadenze elettorali si avvicinano, è questa: il PD avrà mai il coraggio di fare una seria autocritica sul proprio passato bellicista? O continuerà a usare la pace come slogan elettorale, sapendo che i radar della storia registrano tutto, anche quello che si preferisce non ricordare?
Quella notte, nel Nazareno, qualcuno stava già preparando la risposta. Ma la risposta, a quanto risulta, non era ancora pronta.
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