LA FAMIGLIA BAXTER: UNA CASA CHE PREGA LA DOMENICA E TREMA DI NOTTE 🔥👀

“C’è un tipo di male che non entra sfondando la porta. Entra sorridendo, si siede a tavola con te, e aspetta.”

Ci sono storie che sembrano impossibili. Storie che, quando le senti per la prima volta, ti fanno pensare che qualcuno le abbia inventate, che nessun essere umano possa davvero essere così. E poi ti rendi conto che non solo è tutto vero, ma che è successo lentamente, giorno dopo giorno, sotto gli occhi di tutti, in una casa normale, in una famiglia normale, in una vita che dall’esterno sembrava perfetta.

Questa è una di quelle storie.

La storia dei coniugi Baxter inizia come tante storie belle iniziano: con una famiglia unita, una casa piena di vita, due persone che si amano e che hanno costruito qualcosa di solido insieme. Finisce con due corpi seduti sulle loro poltrone, freddi, immobili, con la pelle leggermente bluastra, in una domenica mattina di aprile in cui le tapparelle erano ancora abbassate.

Ma la parte più sconvolgente non è come finisce.

È quello che c’era nel mezzo.

È quello che nessuno aveva visto.

È quello che qualcuno, per anni, aveva costruito mattone dopo mattone, bugia dopo bugia, identità dopo identità, dentro quella casa, dentro quella famiglia, dentro la mente di una donna malata che si fidava di lui come di un figlio.

West Mersea, Essex, costa orientale dell’Inghilterra. Una piccola isola tranquilla, il tipo di posto dove tutti si conoscono, dove le porte si lasciano aperte, dove la fiducia non è una scelta ma un’abitudine. Il tipo di posto in cui non ti aspetti che qualcosa del genere possa succedere. E forse è proprio per questo che è successo.

Perché il male, quello vero, quello profondo, non ha bisogno di buio per crescere. Ha bisogno di fiducia. Ha bisogna di qualcuno che non sospetti. Ha bisogno di tempo. E Luke de Wit aveva tutto questo.

Ma andiamo con ordine. Perché questa storia merita di essere raccontata dall’inizio. Perché Carol e Steven Baxter meritano di essere ricordati per quello che erano, non solo per come sono morti.

CHI ERANO CAROL E STEVEN BAXTER

Steven e Carol Baxter sono una coppia di sessantenni che vive a West Mersea, sull’isola di Mersea, nell’Essex, sulla costa orientale dell’Inghilterra. Una di quelle coppie che, quando le guardi, pensi: ecco come dovrebbe essere. Non perché siano perfetti. Ma perché sono veri. Sono presenti. Sono lì, uno per l’altra, da sempre.

Carol è il cuore pulsante della casa. È una donna positiva, energica, sempre in movimento. È socievole, solare, una di quelle persone che riescono a contagiare chiunque con il loro buon umore. Si sveglia ogni mattina con tantissima voglia di fare, di aiutare, di rendere le giornate degli altri un po’ più leggere. Non è il tipo di persona che si siede ad aspettare che le cose accadano. Le fa accadere. Le costruisce. Con le mani, con l’entusiasmo, con quella energia contagiosa che chi la conosce descrive sempre allo stesso modo: era impossibile stare tristi vicino a Carol.

Steven è diverso. Più pacato, più riflessivo, ma altrettanto devoto alla famiglia. Dopo gli studi diventa un ingegnere specializzato nella sicurezza degli edifici e nel suo settore non è semplicemente bravo, è eccellente. Il suo talento e la sua precisione lo portano a scalare velocemente la carriera fino a diventare un dirigente senior in una grande società immobiliare internazionale. Un ruolo importante, molto richiesto, che lo porta spesso a viaggiare per lavoro tra l’America e Dubai. Ma anche se gli spostamenti sono frequenti, Steven rimane sempre ancorato alla famiglia. È quel tipo di uomo che, ovunque sia nel mondo, sa sempre cosa sta succedendo a casa.

Hanno due figli: Elena, la maggiore, e Harry, il minore. Una famiglia affiatata, con un legame forte, con quella complicità silenziosa che si costruisce solo negli anni, solo attraverso le cose vissute insieme.

Carol, nel corso della sua vita, fa prima l’insegnante di matematica per corsi per adulti. Ma lei è sempre piena di inventiva, di idee, dotata di grande spirito imprenditoriale. E ad un certo punto decide di fondare una sua attività: la C Splash, specializzata nella creazione di tappetini di lusso in microfibra su misura per il bagno, per le docce, per le vasche. L’idea le è venuta ristrutturando il suo bagno, quando non riusciva a trovare il tappetino adatto. Soluzione? Crearlo lei. E così fa. L’azienda decolla, letteralmente. Carol e Steven finiscono per occuparsi del business insieme e hanno molto successo. Il loro tenore di vita migliora notevolmente. Secondo alcune fonti, sarebbero addirittura diventati milionari grazie a questa idea nata per caso in un bagno da ristrutturare.

Per avviare il progetto, Carol e Steven si rivolgono a un vicino di casa, nonché grande amico comune, che si chiama Luke de Wit. Gli chiedono di aiutarli a costruire il sito web dell’azienda. Luke è molto più giovane di loro, molto abile con i computer, e vivendo nelle vicinanze riesce in generale a stare vicino alla coppia. Per i Baxter, Luke è come un altro figlio. Questo è quello che pensano. Questo è quello che credono. E questa convinzione, questa fiducia totale e incondizionata, sarà la cosa più pericolosa che abbiano mai avuto.

QUANDO LA MALATTIA ENTRA IN CASA

Nel 2005, a Carol viene diagnosticata una tiroidite di Hashimoto. Una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario, che in teoria dovrebbe difendere il corpo, inizia invece ad attaccare la tiroide. È una malattia degenerativa che nel corso degli anni può provocare diversi sintomi: stanchezza cronica, una spossatezza fortissima che non passa neanche dormendo, difficoltà di concentrazione, dolori muscolari e articolari.

Carol passa dall’essere quella donna sempre energica, presente, capace di tenere insieme tutto e tutti con il suo entusiasmo, all’essere una persona che fatica anche solo a riconoscersi. La stanchezza diventa costante. L’energia non è più quella di prima. Ogni gesto quotidiano, anche il più semplice, richiede uno sforzo enorme. Per una persona come Carol, abituata a essere il motore della famiglia, questo è devastante. Non solo fisicamente. Psicologicamente. Emotivamente. È come perdere se stessa un pezzo alla volta.

I medici che la seguono, però, non riescono ad aiutarla davvero. Anzi, finiscono per diagnosticarle un disturbo dell’ansia. Una diagnosi per cui Carol è molto delusa, perché sì, sicuramente soffriva di ansia, ma quella era semplicemente una conseguenza della sua condizione di salute fisica. Non era l’ansia il problema. Era la conseguenza. E nessuno sembrava capirlo. Carol si sente sempre più demoralizzata, frustrata, sola. Come se stesse urlando in una stanza piena di gente e nessuno la sentisse.

Ed è in questo momento di vulnerabilità assoluta che entra in scena la dottoressa Andrea Bauden.

A quanto risulta, è Luke a mettere in contatto Carol con questa dottoressa. La dottoressa Bauden è presentata come un’endocrinologa specializzata nella diagnosi e nel trattamento dei disturbi ormonali. Vive in Florida, negli Stati Uniti, quindi Carol e la dottoressa comunicano via mail. Ma la dottoressa ha un approccio diverso da qualsiasi altro medico Carol avesse incontrato fino a quel momento. Un approccio più olistico. Più personale. Più presente.

La dottoressa Bauden impone a Carol delle regole precise su come gestirsi, a partire dall’alimentazione. Carol deve bere una serie di infusi, frullati, rimedi erboristici, assumere integratori naturali. Ma anche a livello comportamentale ha delle regole rigide da seguire. Deve categoricamente evitare l’ansia a tutti i costi e l’impatto dei pensieri negativi. Deve riposare assolutamente. Non deve lavorare. Non deve stare al telefono. E non deve stare troppo a contatto con la sua famiglia. La dottoressa Bauden fa una promessa a Carol: se riuscirà a seguire religiosamente queste regole, lei migliorerà.

Carol è speranzosa. Finalmente qualcuno che sembra capirla. Finalmente qualcuno che le dà delle risposte. Finalmente qualcuno che le dice cosa fare. E in quel momento di fragilità totale, questa sensazione è tutto. È una ancora di salvezza. È la differenza tra annegare e stare a galla.

Ma c’è qualcosa che Carol non sa. Qualcosa che nessuno sa ancora. La dottoressa Andrea Bauden non esiste.

LE AMICHE CHE NON ESISTEVANO

La dottoressa Bauden mette in contatto Carol con un’altra sua paziente che vive nel Regno Unito, che soffre della stessa patologia, così che si possano stare vicine a vicenda. Questa persona si chiama Cheril. Carol e Cheril legano molto. Iniziano a condividere via mail tutte le loro difficoltà, le loro preoccupazioni legate alla salute. In poco tempo nasce un legame profondo e personale. Le due amiche iniziano a parlare di cose che non riguardano la salute, si raccontano le proprie vite, parlano delle loro famiglie.

Carol racconta a Cheril che sua figlia Elena canta molto bene. Le manda dei video di Elena che canta. E Cheril le dice che sua sorella Jenny lavora come produttrice teatrale a Londra e chiede a Carol di poter mettere in contatto sua figlia con questa produttrice, perché secondo lei Elena potrebbe assolutamente avere un futuro. Elena viene messa in contatto con questa Jenny. La produttrice vuole aiutarla a trovare qualche ingaggio.

Poi la dottoressa Bauden presenta a Carol altre sue pazienti: Linda Edwards e Marny Penry. E così si crea un gruppo WhatsApp. Carol con le sue nuove tre amiche, Linda, Marny e Cheril, condividono tutto. È un gruppo di supporto. Condividono cose belle, ma anche tutti i disagi di quella malattia di cui tutte loro soffrono. Ed è anche un modo per aiutarsi a seguire meglio le regole imposte dalla dottoressa Bauden.

Carol non sempre riesce a seguirle. Una volta, per esempio, si era ostinata a fare i lavori di casa, a lavare i piatti. Era andata anche in palestra, perché lei era sempre stata una persona molto attiva e non era facile per lei non fare niente. Ma la sua amica Cheril la sgrida. Le scrive: stai completamente ignorando le regole. È vietato lavare i piatti, non trovare delle scuse. Pensavo fossi una donna intelligente, lo pensavo veramente. Carol, riprenditi, per favore, segui le regole e smettila di fare cose. Sei seriamente malata.

Un’altra delle amiche del gruppo, Marny, le scrive: onestamente, Carol, io ho di nuovo la mia vita indietro. Ascolta la dottoressa Bauden, smettila di ribellarti. Io non so quello che stai passando. So solo che io e te siamo molto simili e tu sei bloccata nella stessa fase in cui io ero otto mesi fa. Io ero malata e un giorno finalmente ho ascoltato. Usa la mia esperienza e fai tutto quello che Andrea ti dice. Attieniti alle regole, Carol.

Carol apprezza il supporto delle sue nuove amiche. Sono le uniche che possono davvero capire quello che sta passando. E gradualmente si fa convincere. Comincia ad allontanarsi sempre di più dalle indicazioni del suo medico di base e ad avvicinarsi sempre di più a quelle della dottoressa Bauden. Lei e la dottoressa si mandano decine e decine di mail ogni singolo giorno. La dottoressa chiama Carol dolcezza, tesoro. Le scrive come se stesse scrivendo a un’amica. E poco a poco si permette di entrare a gamba tesa all’interno delle dinamiche familiari di Carol. La convince a ridurre sempre di più gli incontri con i parenti, con i figli, perché a detta sua incontrare i familiari farebbe rilasciare al suo corpo troppe sostanze chimiche nelle ghiandole surrenali, causandole stress e un picco troppo alto di cortisolo.

Quello che Carol non sa, quello che nessuno sa ancora, è che Cheril non esiste. Linda non esiste. Marny non esiste. Jenny la produttrice non esiste. La dottoressa Andrea Bauden non esiste. Il dottor Alan Mandel, che verrà introdotto in seguito come collega della Bauden, non esiste.

Esistono solo un uomo, una ventina di SIM diverse, altrettanti dispositivi elettronici, e una capacità di manipolazione che fa venire i brividi solo a pensarci.

Esisteva solo Luke.

IL PEGGIORAMENTO: QUANDO IL CORPO DICE CHE QUALCOSA NON VA

Nonostante Carol cerchi di seguire al meglio le regole della dottoressa, lei continua a peggiorare sempre di più. Nel 2022 Carol ha perso moltissimo peso. Combatte contro una stanchezza devastante. La sua memoria comincia ad offuscarsi seriamente, così come le sue facoltà cognitive. Fa cose sconnesse e poi se ne dimentica. Non è più se stessa. E non capisce come mai.

L’8 febbraio del 2022, Carol viene ricoverata in ospedale perché ha dei dolori addominali fortissimi. Quando le vengono fatte le radiografie, emerge qualcosa che lascia tutti completamente sgomenti. Viene trovato conficcato nel suo colon un chiodo di metallo di 17 millimetri. Carol non ha nessuna idea di come sia finito lì. Non se lo ricorda. Non sa spiegarlo. Nessuno sa spiegarlo.

Nel 2023 la situazione non fa altro che peggiorare. Carol inizia a fare cose sempre più bizzarre. Sua figlia Elena una volta la trova intenta a stirare una camicia sul piano di cottura della cucina, mentre dalla lavastoviglie sovraccarica fuoriescono tantissime bolle di schiuma. Un’altra volta Steven si accorge che Carol aveva messo su la caraffa per fare il tè, solo che invece del tè all’interno aveva messo la candeggina. Ma lei non ha memoria di queste cose. Le fa, ma non se ne rende conto. E dopo neanche se ne ricorda.

Tutti in famiglia cominciano a pensare che non soffra solo della tiroidite di Hashimoto, ma che sia affetta da demenza o che abbia subito un ictus. Le persone vicine a lei sono estremamente preoccupate. Suo marito Steven. Sua figlia Elena, che tra l’altro a questo punto della storia è incinta. E il loro vicino di casa Luke, che è quello che forse più di tutti la aiuta con tutte queste regole, che controlla che Carol prenda tutte le medicine che deve prendere, che è sempre presente, sempre disponibile, sempre lì.

Per seguirla meglio, la dottoressa Bauden chiede al marito di Carol e a tutti i familiari di fare tantissimi video della donna, perché la dottoressa è negli Stati Uniti e non può visitarla in presenza. Più video ha di Carol, meglio può capire il suo stato. E Carol registra video per lei. Video in cui parla alla telecamera con quella stanchezza negli occhi che fa male solo a guardare. Una donna che stava lentamente scomparendo, e non capiva perché.

Quello che nessuno capiva ancora era che Carol non stava peggiorando nonostante le cure. Stava peggiorando a causa di qualcuno. Stava peggiorando perché qualcuno, da anni, la stava avvelenando lentamente. Microdosi di farmaci, di fentanil sparse nel suo cibo, nei frullati che le preparava costantemente. E quel qualcuno era la stessa persona che fingeva di aiutarla. La stessa persona che controllava che prendesse le medicine. La stessa persona che la famiglia considerava come un figlio.

Era Luke.

LA DOMENICA IN CUI TUTTO SI FERMA

Domenica 9 aprile 2023. Elena, la figlia di Carol, quel giorno decide di recarsi a casa dei suoi genitori. È dal giorno prima che non riesce a entrare in contatto con loro e la cosa è strana. La preoccupa. Soprattutto considerando lo stato di salute della madre.

Arrivata fuori da casa dei suoi genitori, insieme a suo marito, capisce subito che ci sia qualcosa che non va. È circa mezzogiorno e le tapparelle delle finestre sono ancora tutte tirate giù. È abitudine di Steven alzarle come prima cosa appena sveglio. Sempre. Senza eccezioni. Elena bussa alla porta d’ingresso. Nessuno risponde. Allora decide di andare a guardare dalla vetrata della porta sul retro.

Quello che vede è qualcosa di veramente sconvolgente.

Carol e Steven sono entrambi senza vita. Sono entrambi seduti sulle loro poltrone, freddi al tatto, con la pelle leggermente bluastra. I paramedici arrivano sulla scena, ma è troppo tardi. Non c’è nulla da fare. Sul posto arrivano anche amici, parenti. Sono tutti sotto shock. Non capiscono che cosa possa essere successo.

Arrivano anche le autorità. Perlustra la scena. Osservano la coppia. I loro corpi non mostrano nessuna ferita. In casa non ci sono segni di colluttazione. Tutto è al suo posto. Non ci sono armi nei paraggi. Subito si pensa che possano essere morti per via di una perdita di monossido di carbonio, un incidente, anche perché altrimenti come si spiegherebbe la morte di entrambi i coniugi nello stesso momento.

Elena pensa che sia stato un incidente. Ripensa ai vuoti, alle dimenticanze, alla lucidità sempre più fragile della madre negli ultimi tempi. Pensa che abbia potuto fare qualcosa di stupido, come quella volta che aveva messo la candeggina nella caraffa del tè. Eppure non ci sono tracce di perdite dalla cucina. L’autopsia conferma l’assenza di lesioni sospette o ferite da difesa.

Carol aveva un pacemaker al cuore che permette di identificare esattamente l’orario della sua morte. Il suo cuore si è fermato tra le 11:00 e le 14:00 di sabato 8 aprile, il giorno prima del loro ritrovamento. L’analisi del pacemaker permette anche di escludere un problema cardiaco, perché eventuali irregolarità nel battito sarebbero state registrate. Per il resto, Steven si era recentemente sottoposto a un intervento al ginocchio e Carol aveva i problemi alla tiroide. Ma tutto questo non spiega assolutamente la morte improvvisa di entrambi.

Poi arrivano i risultati degli esami tossicologici.

Nel sangue di entrambi i coniugi Baxter viene trovata una dose elevatissima di fentanil, che ha ovviamente causato la loro morte. Il fentanil è un antidolorifico oppioide estremamente potente, molto più forte della morfina. Per dare un’idea della sua potenza, viene spesso paragonato all’eroina, perché agisce sugli stessi recettori del cervello, ma in modo ancora più intenso. È una sostanza che fuori dall’ambito medico è associata a overdose fulminanti, perché basta una quantità minima per avere effetti devastanti. In medicina viene prescritto solo per gestire dolori fortissimi, come quelli oncologici o postchirurgici, e sempre sotto stretto controllo medico.

Carol e Steven Baxter non avevano alcuna prescrizione per questo farmaco.

Oltre al fentanil, nel sangue di Carol vengono rilevati anche livelli potenzialmente letali di prometazina, un antistaminico con effetto sedativo presente in molti farmaci da banco. Il quadro che emerge non lascia spazio a interpretazioni rassicuranti. Questo non è un incidente. Non è un suicidio. Qualcuno ha ucciso Carol e Steven Baxter.

IL TESTAMENTO CHE NON TORNA

Elena, devastata, inizia a indagare per conto suo. Vuole capire che cosa sia successo ai suoi genitori. Inizia a cercare nell’ufficio della madre e ad un certo punto trova qualcosa. Un documento. Un documento che si intitola: nell’eventualità della nostra morte, con sopra i nomi di Carol e Steven.

È una specie di testamento, ma non proprio. Non ha nessuna valenza legale. Non è a norma. L’avvocato dei Baxter dice di non averlo mai visto prima. E mancano le firme di Carol e Steven. Sul documento i coniugi spiegano come gestire la loro casa e i loro beni, ma soprattutto l’azienda di famiglia, la C Splash. Il documento stabilisce che C Splash dovrà continuare a operare secondo le modalità già previste. Che la figlia Elly Baxter dovrà essere la detentrice del 100% delle quote e l’unica proprietaria dell’azienda, ma da ciò non dovrà derivare alcun beneficio economico personale. Che il loro caro amico Luke de Wit dovrà ricoprire il ruolo di amministratore e di persona con controllo significativo, e che tutte le decisioni operative e strategiche dell’azienda saranno di sua competenza. Che al compimento dei 30 anni di età di Elly, il ruolo di amministratore dovrà essere diviso al 50% tra Elly e Luke, ma che Elly non potrà rimuovere Luke dal suo incarico.

Emergono quindi due nomi dal documento: quello della figlia Elena e quello di Luke. Come normale che sia, Elena e Luke diventano i primi due sospettati nell’indagine. Questo testamento rivela un possibile movente economico. I detective sospettano che Elena e Luke fossero d’accordo, che abbiano escogitato un piano per togliere la vita ai poveri coniugi, così da ereditare tutta la loro fortuna.

I detective scoprono anche che il giorno del ritrovamento dei Baxter è stato proprio Luke la prima persona a cui Elena ha telefonato per comunicargli la tragica notizia. E all’arrivo dei paramedici in casa è stato proprio Luke a raccogliere tutti i farmaci di Carol e a metterli in quella scatola per permettere ai medici di valutarne il contenuto. È stato anche uno dei primi a fornire una dichiarazione alla polizia nel momento in cui sono arrivati a casa dei Baxter quel giorno.

A questo punto i detective decidono di arrestare entrambi, sia Elena che Luke. Elena è incinta. Per lei tutto ciò è devastante. Uno stress fisico ed emotivo di proporzioni enormi, in un momento in cui stava già cercando di elaborare la perdita dei suoi genitori.

QUELLO CHE TROVANO NELLO ZAINO

Al momento dell’arresto, Luke ha con sé uno zaino. E all’interno di questo zaino, i detective trovano diversi cerotti al fentanil. Quei cerotti imbevuti di antidolorifico che si applicano sulla pelle. Quando gli chiedono come mai avesse questi cerotti nello zaino, lui risponde che erano stati prescritti a suo padre. Suo padre era morto di cancro e durante gli ultimi stadi glieli avevano prescritti. Lui li aveva quel giorno nello zaino perché stava andando a restituirli in ospedale per farli smaltire.

Che coincidenza.

Peccato però che analizzando i cerotti rinvenuti in casa dei Baxter, i detective scoprano che non solo appartengono allo stesso lotto di quelli che Luke aveva nello zaino, ma che le impronte digitali dell’uomo vengono ritrovate su tutte le confezioni. E sempre nel suo zaino trovano anche un altro farmaco: il Phenergan, un antistaminico da banco contenente la prometazina, che è l’altra sostanza rinvenuta nel sangue di Carol Baxter al momento della sua morte.

Nel corso delle indagini emerge anche che la coppia, quando era in vita nell’ultimo periodo, aveva iniziato a mal tollerare la presenza costante di Luke. Più che altro Steven non lo tollerava più molto. Questo emerge da alcune mail che aveva inviato alla dottoressa Bauden, che ormai era diventata la loro confidente più fidata. Steven le aveva scritto che Luke si tratteneva sempre troppo a lungo a casa loro e che sembrava approfittare della loro ospitalità. Soprattutto aveva notato che stesse un po’ troppo addosso a Carol. Le chiedeva sempre che cosa stesse facendo, dove fosse. Sembrava morboso.

La dottoressa a queste preoccupazioni aveva risposto con una mail in cui difendeva Luke, dicendo che era un bravo ragazzo, che teneva a loro, che era uno dei motivi per cui Carol era ancora viva. Ma nonostante questa mail, Steven e Carol avevano comunque deciso di prendere le distanze da Luke. Tanto da decidere addirittura di licenziarlo dal business di famiglia.

LA CASA DI LUKE: UNA REALTÀ PARALLELA

Quando i detective perquisiscono casa di Luke, trovano qualcosa che va ben oltre qualsiasi immaginazione. Trovano droghe, farmaci sparsi ovunque, mortai con cui Luke creava mille miscugli, polveri strane. Trovano siringhe ovunque. Trovano ai piedi del suo letto un sacchetto di plastica con all’interno centinaia di capsule vuote e chiodi in metallo. E quei chiodi di metallo ricordano moltissimo quel chiodo che avevano trovato conficcato nel colon di Carol e che non sapevano come fosse finito lì. I detective sospettano che Luke abbia inserito il chiodo in una delle capsule vuote e che lo abbia somministrato a Carol per farle del male, per farla soffrire.

Ma la cosa più sconvolgente che trovano in casa di Luke è questa: 80 dispositivi elettronici. Tra cui cellulari, smartwatch, iPad, computer, diversi hard disk, diverse chiavette USB. Ci vorranno ben 12 agenti e mesi e mesi di lavoro per analizzare il contenuto di tutti questi dispositivi. Ma quello che emerge è una verità disturbante e, bisogna dirlo, particolarmente scioccante.

Luke nel corso degli anni aveva creato una serie di identità online, circa una ventina, che usava per comunicare con tutti i membri della famiglia Baxter. Queste identità comprendono tutte le amiche di Carol, le signore con cui lei messaggiava tutti i giorni, che dicevano di soffrire della sua stessa malattia. Cheril, Linda, Marny, in realtà erano tutte Luke, che da cellulari e SIM diverse messaggiava costantemente con Carol.

Ma non finisce qui. Perché anche la dottoressa Andrea Bauden, quella che per anni aveva seguito la famiglia Baxter dando consigli, prescrivendo cure, insinuandosi nella loro vita privata, diventando la consigliera più fidata in assoluto, in realtà non esisteva. Era sempre Luke. E non esisteva neanche il dottor Alan Mandel. E non esisteva neanche Jenny, la produttrice teatrale di Londra che si era offerta per trovare un lavoro a Elena. Era sempre Luke.

La cronologia del suo computer mostra, tra le cose che Luke aveva cercato, istruzioni su come cambiare voce durante le telefonate. Vengono fuori registrazioni dello stesso Luke che si esercitava su come modulare la sua voce al telefono per sembrare una donna. Una donna diversa ogni volta. La dottoressa Bauden. Cheril. Linda. Marny. Jenny.

LA PSICOLOGIA DI UN MANIPOLATORE: QUANDO IL CONTROLLO DIVENTA DIPENDENZA

Per capire Luke de Wit bisogna capire una cosa fondamentale. Quello che ha fatto non era semplicemente un piano criminale con un obiettivo economico. Era qualcosa di molto più oscuro, molto più complesso, molto più perturbante. Era una dipendenza. Era un bisogno. Era la necessità assoluta e totale di controllare, di manipolare, di essere il centro di una realtà che lui stesso aveva costruito.

Gli investigatori, al principio, pensavano che la questione fosse molto più semplice. Che Luke avesse avvelenato i coniugi per un movente economico, scrivendo quella specie di testamento, così da entrare in possesso dei loro soldi. Fine. Ma dopo aver scoperto tutta questa rete macchiavellica di false identità, hanno capito che non era così. Non era quello il punto. Anche perché quel testamento non aveva valenza legale. E se il piano di Luke fosse stato quello di uccidere i coniugi fin dall’inizio, allora probabilmente il suo piano non sarebbe durato anni, non sarebbe stato così intricato, così meticoloso, così pieno di passaggi, di personaggi, di livelli di bugie sempre più complessi.

Secondo i detective, a Luke piaceva semplicemente avere sotto controllo l’intera famiglia. Luke non si limitava a mentire. Lui costruiva realtà alternative. Creava persone. Creava legami. Creava dipendenze emotive. E soprattutto manipolava Carol in modo chirurgico, fino a farla sentire sempre più fragile, sempre più insicura, sempre più bisognosa di qualcuno che le dicesse cosa fare. E quel qualcuno era ovviamente lui.

All’inizio è possibile che gli sia bastato poco. Il darle dei consigli, quella sensazione di essere indispensabile. Ma col tempo quella sensazione deve essere diventata per lui come una droga. E come succede con qualsiasi dipendenza, ne serve sempre di più. Sempre più controllo. Sempre più potere. Sempre più influenza. E così negli anni Luke deve aver aggiunto nuovi passaggi, nuovi personaggi, inventato sempre più storie.

Pensate a quello che ha fatto con la storia di Linda. Carol e una di queste amiche, Linda, dovevano incontrarsi finalmente dal vivo. Avevano organizzato tutto. Ma quando Carol e Steven si erano presentati all’appuntamento, esattamente come era successo anche con Cheril, anche Linda non si era presentata. Una volta tornati a casa, i Baxter avevano ricevuto una mail con scritto che Linda purtroppo era morta. E Linda era morta nello specifico perché non aveva seguito le regole della dottoressa Bauden.

Il messaggio implicito di questa cosa è chiarissimo. Se non segui le regole della dottoressa, muori esattamente come è morta Linda. Immaginatevi la paura. Il senso di ricatto psicologico. Carol che aveva perso un’amica, qualcuno a cui si era affezionata davvero, qualcuno che la capiva, e che allo stesso tempo riceveva un messaggio inequivocabile: questa è la tua fine se non obbedisci.

E poi c’è la storia del funerale. Il giorno del funerale dei coniugi Baxter, Elena aveva chiesto alle amiche del gruppo WhatsApp di Carol se avessero piacere ad andare. Loro avevano risposto di sì. Elena aveva chiesto loro di mandarle una loro foto così almeno le avrebbe riconosciute. Loro avevano detto che lo avrebbero fatto, ma poi non avevano mandato nessuna foto. Al funerale Elena aveva chiesto a Luke se avesse visto le signore. Lui aveva risposto sì, sì, sono venute, però poi una di loro ha avuto un’emergenza medica e sono dovute andare via, ma mi hanno detto di salutarti. Elena aveva sempre pensato che fosse molto strano. Vai al funerale di una persona, di due persone, e non vai a salutare la figlia. Sapere oggi che dietro tutto questo c’era sempre Luke è semplicemente assurdo. Fa venire i brividi.

IL PIANO FINALE: COME SONO MORTI CAROL E STEVEN

Secondo la ricostruzione degli investigatori, venerdì 7 aprile Luke aveva preso dei cerotti al fentanil e li aveva immersi in una delle bevande che aveva preparato a Steven e Carol. Probabilmente quella per depurare il fegato, prescritta dal dottor Mandel, che era un’altra delle identità di Luke, e prescritta a tutti e due i coniugi. Il dottor Mandel aveva detto ai coniugi che dopo averla bevuta avrebbero potuto sentire un giramento di testa, ma li aveva rassicurati dicendo che era del tutto normale, che erano solo i normali effetti della purificazione del fegato. Carol, nei messaggi che aveva mandato al dottore dopo aver bevuto la bevanda, aveva scritto scherzando che Steven aveva detto che era meglio dell’alcol.

Secondo le ricostruzioni, dopo aver preparato e somministrato queste bevande ai coniugi, Luke aveva lasciato l’abitazione per poi tornare intorno alle 16:00 per verificare che il cocktail mortale avesse fatto effetto e anche per eliminare qualsiasi traccia. Prima di andarsene aveva anche cercato indicazioni su come cancellare i filmati delle telecamere di sicurezza della casa. E aveva anche chiesto ai vicini di fare la stessa cosa, cosa non molto furba, perché i vicini avevano poi riferito questo elemento ai detective, fornendo l’ennesima prova contro di lui.

La cosa più inquietante di tutto è che si scopre che Luke aveva installato sul proprio telefono un’app di sorveglianza che gli permetteva di riprodurre le riprese di altri dispositivi di casa Baxter. Luke aveva installato di nascosto una telecamera in veranda e una nella palestra. E così aveva potuto osservare i coniugi mentre morivano, guardando il filmato sul suo cellulare. Filmato che era stato trovato sul suo telefono dai detective.

Poi, una volta che Elena aveva trovato i corpi dei suoi genitori senza vita e la polizia aveva chiamato anche Luke sulla scena del crimine, lui aveva infilato di nascosto i cerotti al fentanil già usati nella scatola dei farmaci di Carol, probabilmente per sviare le indagini e far sì che le autorità pensassero che si fosse trattato di un suicidio omicidio.

IL PROCESSO: LA MASCHERA CADE

Luke de Wit viene ufficialmente incriminato per due omicidi, possesso di una droga di classe A e furto dei gioielli di Carol. Il processo inizia a metà febbraio del 2024 e dura all’incirca sei settimane. Luke si dichiara non colpevole. La difesa tenta di difenderlo sostenendo che in realtà è stato Steven a chiedergli di creare tutte quelle false identità. Una strategia che, secondo i presenti in aula, è stata l’ultimo estremo tentativo di Luke di insinuarsi ancora una volta nella famiglia Baxter, di avvelenare le acque proprio come aveva fatto per anni, ma questa volta davanti a una giuria.

La difesa si concentra anche su Elena, la figlia, perché una vicina di casa l’aveva sentita litigare animatamente con i suoi genitori non molto tempo prima della loro morte. Ed essendo stata comunque arrestata all’inizio delle indagini, la difesa insinua che in realtà ci fosse lei dietro quel delitto. Ma senza uno straccio di prova a sostegno di questa cosa. Fortunatamente nessuna di queste strategie convince la giuria.

Per i giurati è chiaro che Luke de Wit sia l’unico e solo colpevole. Quanto al movente, emerge un quadro complesso e inquietante. Da un lato il possibile guadagno economico. Dall’altro un piacere perverso nel controllo, nella manipolazione, nel causare dolore e sofferenza. Un mix tossico che porta alla condanna più pesante possibile.

Luke viene condannato all’ergastolo con un minimo di 37 anni da scontare prima di poter richiedere la libertà condizionale. Alla notizia rimane assolutamente impassibile. Nessuna emozione. Nessuna reazione. Come se stesse guardando qualcosa che non lo riguarda. Come se la realtà degli altri, anche quella di un’aula di tribunale, fosse ancora qualcosa che lui può osservare da fuori, da dietro uno schermo, come aveva fatto per anni.

LE MORTI CHE NESSUNO AVEVA INDAGATO

Dopo questa condanna e dopo che è emersa finalmente questa personalità così disturbante di Luke, è stata avviata una revisione delle morti sia del padre sia del nonno di Luke. Alla luce di quello che ha fatto alla famiglia Baxter, gli inquirenti ritengono plausibile che possa essere stato proprio lui a causare anche quelle morti. Il padre, infatti, era stato trovato senza vita sulla sua poltrona dopo aver ricevuto una prescrizione di fentanil. Guarda caso. Mentre sul decesso del nonno non ci sono ancora dettagli disponibili, perché questa è un’indagine molto recente.

Quante altre famiglie? Quante altre persone? Quante altre vite ha toccato questo uomo con la sua capacità di costruire realtà false, di insinuarsi nelle esistenze altrui, di trasformare la fiducia in un’arma? Non lo sappiamo ancora. Forse non lo sapremo mai del tutto.

COSA RIMANE: LA FIDUCIA COME VULNERABILITÀ

C’è una domanda che rimane sospesa nell’aria quando si finisce di leggere questa storia. Non è la domanda su come abbia fatto Luke. Non è la domanda sul perché. È una domanda più semplice e più difficile allo stesso tempo. È la domanda che riguarda tutti noi.

Come si fa a non fidarsi?

Carol Baxter era una donna intelligente, energica, capace. Non era ingenua. Non era sprovveduta. Era semplicemente malata, sola, spaventata, e aveva trovato qualcuno che sembrava capirla. Qualcuno che sembrava avere le risposte. Qualcuno che era sempre lì, sempre disponibile, sempre presente. E in quel momento di vulnerabilità totale, quella presenza era tutto.

Questo è il modo in cui funziona la manipolazione vera. Non arriva con la forza. Non arriva con le minacce. Arriva con la gentilezza. Arriva con la disponibilità. Arriva con quella sensazione meravigliosa di essere finalmente capiti, finalmente visti, finalmente al sicuro. E quando quella sensazione diventa dipendenza, quando quella persona diventa indispensabile, è già troppo tardi per accorgersi di quello che sta succedendo.

Luke de Wit non ha sfondato nessuna porta. È entrato sorridendo. Si è seduto a tavola con loro. Ha aspettato. E ha costruito, pezzo dopo pezzo, anno dopo anno, bugia dopo bugia, una prigione invisibile intorno a una famiglia che lo amava come un figlio.

La storia dei Baxter è una storia su cosa succede quando la fiducia diventa un’arma. È una storia su come il male più profondo non abbia bisogno di violenza per distruggerti. Ha bisogno solo di tempo. E di qualcuno che non sospetti.

Carol e Steven Baxter non sospettavano. E questo, alla fine, li ha uccisi.

Ma Carol e Steven Baxter erano anche molto di più di come sono morti. Erano una famiglia. Erano un amore. Erano una donna che aveva trasformato un problema in un’azienda milionaria. Erano un uomo che viaggiava per il mondo ma tornava sempre a casa. Erano dei genitori. Erano degli amici. Erano delle persone vere, con una vita vera, con dei sogni veri. Volevano trasferirsi in un bungalow. Volevano viaggiare all’estero. Volevano andare in pensione per dedicare più tempo alla famiglia.

Meritavano di farlo.

E questo è quello che bisogna ricordare, quando si parla di loro. Non solo come sono morti. Ma come hanno vissuto.

Una sera di pioggia a West Mersea, in quella piccola isola sull’Essex dove tutti si conoscono e le porte si lasciano aperte, una donna riceve una mail da una dottoressa che non esiste. La legge, sorride, e pensa: finalmente qualcuno che mi capisce. Non sa ancora che quella mail è l’inizio di tutto. Non sa ancora che quella fiducia è già diventata un’arma. Non sa ancora che l’uomo che le ha presentato quella dottoressa, l’uomo che lei considera come un figlio, sta guardando tutto da dietro uno schermo, aspettando.

Nella prossima parte: i messaggi che Luke non avrebbe mai dovuto mandare, i dettagli dell’indagine che hanno convinto la giuria in meno di 24 ore, e una domanda che gli investigatori non hanno ancora risposto: chi altro, nella vita di Luke de Wit, ha ricevuto una bevanda preparata con le sue mani?

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