IRAN, L’ITALIA “DENTRO SENZA DIRLO”?

MELONI SALTA L’AULA, MA SPOSTA BASI, ARMI E BOLLETTE: NELLA MAGGIORANZA TRE PHE SI GUARDANO IN CAGNA, TRA ONORE, VALORI E PAURA DI PERDERE LE FAMIGLIE DEL CETO MEDIO

Una telefonata, a quanto si mormora, sarebbe arrivata nel cuore della notte. Non ai giornali. Non all’opposizione. Direttamente a chi, dentro la maggioranza, stava per parlare troppo. Nessuno l’ha confermata. Nessuno l’ha smentita. Ed è esattamente questo silenzio — denso, calcolato, quasi architettonico — a raccontare meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale lo stato reale del governo italiano in questi giorni convulsi.

Roma, fine febbraio. Il silenzio che pesa più di una dichiarazione.

Il Palazzo ha un suo ritmo. Lo conosce chi ci lavora da anni: quando i passi nei corridoi si fanno più veloci, quando le porte si chiudono con troppa cura, quando i telefoni vengono girati a faccia in giù sui tavoli delle commissioni — qualcosa sta per accadere. O, peggio, sta già accadendo e nessuno vuole essere quello che lo dice ad alta voce. Nelle stesse ore in cui gli Stati Uniti e Israele sferravano l’attacco all’Iran, a Sigonella — base formalmente italiana, operativamente americana — sarebbero decollati aerei da ricognizione. Un P8A Poseidon della Marina statunitense, secondo i tracciati resi pubblici da osservatori indipendenti, avrebbe lasciato la pista siciliana il 27 e il 28 febbraio, rotta Mediterraneo orientale. Nei giorni precedenti, missioni del drone spia Triton verso il Golfo, con decollo e rientro sempre da Sigonella. La Difesa ha minimizzato: consuete missioni antisommergibile. Ma “consuete” è una parola che, in certi momenti storici, suona come un’ammissione travestita da smentita. Perché quelle missioni — consuete o no — sono partite dal suolo italiano, con autorizzazione italiana, verso una zona che nel giro di ore sarebbe diventata teatro di guerra. E nessuno, in Parlamento, è stato informato. Nessuno ha potuto dire sì o no. Nessuno ha avuto la possibilità di rappresentare i cittadini in una decisione che potrebbe cambiare la posizione geopolitica dell’Italia per anni.

Questo è il nodo. Non la guerra in sé. Non la politica estera americana. Il nodo è qui, a Roma, nei corridoi del potere italiano: chi decide, e in nome di chi?

Il governo che non vuole scegliere — e sceglie lo stesso

Giorgia Meloni non è andata in Aula. Non ha fatto l’informativa che l’opposizione chiedeva con crescente insistenza. Non ha risposto alle domande che il Paese, in modo sempre più esplicito, stava formulando: cosa fa l’Italia? Dove si posiziona? Siamo dentro o fuori da questo conflitto? La risposta, secondo quanto risulta, sarebbe arrivata in forma obliqua — in un’intervista controllata, in un contesto scelto con cura, dove le domande difficili non arrivano mai davvero, dove il microfono si accende solo quando c’è la certezza del consenso e si spegne quando il terreno diventa scivoloso.

E lì, quasi di passaggio, Meloni avrebbe detto che la causa di tutto questo — l’attacco, la crisi, il fuoco nel Golfo — è “la crisi del diritto internazionale, figlia dell’attacco russo all’Ucraina.” Una frase che sposta il baricentro. Che trasforma un’aggressione americana e israeliana in una conseguenza di Putin. Che, soprattutto, non risponde alla domanda. Curiosa, in questo contesto, la comunicazione interna alla maggioranza: Salvini aveva inizialmente lasciato intendere che Meloni sarebbe stata presente in Aula, salvo poi fare marcia indietro in modo brusco, quasi imbarazzato, come se qualcuno gli avesse fatto notare che stava dicendo la cosa sbagliata. Un corto circuito rivelatore. Perché quando la comunicazione interna si inceppa su un dettaglio apparentemente tecnico come la data di un’informativa parlamentare, significa che sotto c’è qualcosa di più grande che non si riesce a gestire con la consueta disciplina di coalizione.

Meloni si presenterà il 18 marzo, in occasione del Consiglio europeo. Non prima. Non in risposta alle richieste dell’opposizione. In un contesto, cioè, dove il perimetro della discussione è già definito dall’agenda europea, dove le domande scomode possono essere diluite nel quadro più ampio della politica comunitaria, dove è più facile sembrare statisti che dover rispondere di scelte operative concrete. 🔥

👀 Dentro la maggioranza: tre anime, un silenzio sempre più fragile

A quanto risulta da indiscrezioni che circolano nei corridoi parlamentari, dentro la coalizione di governo si sarebbero aperte crepe difficili da ignorare. Non una frattura visibile, non ancora — ma quella tensione sotterranea che precede i terremoti politici, quella in cui ognuno sorride in pubblico e manda messaggi diversi in privato.

La prima anima è quella degli atlantisti convinti: chi ritiene che l’Italia non abbia scelta, che Washington vada seguita “fino in fondo”, che il prezzo politico si paga adesso per non pagarne uno più alto domani. Questa corrente spingerebbe per l’invio del sistema SAMP/T — la batteria missilistica terra-aria che l’Italia starebbe valutando di spedire negli Emirati Arabi o comunque nell’area del Golfo — oltre a radar, cannoni, addestratori militari. Il tutto, secondo indiscrezioni, attraverso un decreto operativo riservato, sul modello di quanto già fatto per l’Ucraina, dove un sistema di decreti “nascosti” ha di fatto sottratto al dibattito pubblico la sostanza delle decisioni militari italiane per mesi. È un meccanismo rodato, efficiente nella sua opacità: si fa senza dire, si muovono risorse senza che il Parlamento possa discuterne, si costruisce un coinvolgimento operativo che poi, quando diventa impossibile negarlo, viene presentato come inevitabile, come già dato, come l’unica scelta possibile.

La seconda anima è quella dei pragmatici spaventati, e sono forse i più numerosi anche se i meno rumorosi. Chi guarda ai numeri, non alle bandiere. Il gas è passato da 30 a 53,5 euro al MWh nel giro di giorni. Il petrolio Brent ha superato gli 81 dollari al barile da 67 che era a fine febbraio. Le borse europee hanno bruciato centinaia di miliardi in una sola seduta — Milano quasi al -4%, un dato che fa venire i brividi a chiunque abbia memoria del 2011. E sullo sfondo, il fantasma del 2022: quei 50 miliardi che lo Stato dovette trovare per tamponare la crisi energetica quando c’era Draghi a Palazzo Chigi. Adesso chi li trova? Con quale manovra? Con quale credibilità verso Bruxelles, in un momento in cui i conti pubblici italiani sono già sotto osservazione? Questi sono i calcoli che si fanno nei ministeri economici, nelle stanze dove si costruiscono le leggi di bilancio, tra chi sa che ogni punto percentuale di aumento del prezzo dell’energia si traduce in consenso perso, in famiglie arrabbiate, in voti che migrano.

La terza anima è la più silenziosa — e forse la più pericolosa per la tenuta del governo. Sono quelli che chiedono trasparenza, non per convinzione ideologica, ma per calcolo politico. Chi dice, sottovoce, che non si può continuare a fare la guerra senza dirlo. Che il Parlamento ha il diritto di sapere. Che le famiglie del ceto medio — quelle che hanno votato questo governo sperando in stabilità, in bollette gestibili, in un’Italia che non si fa trascinare nei conflitti altrui — prima o poi presenteranno il conto. E quel conto, nelle urne, ha una forma molto precisa.

La base che non dovrebbe esserci — e c’è

C’è un principio giuridico che la professoressa Alice Riccardi, giurista di diritto internazionale, ha ricordato con precisione chirurgica in queste ore convulse: una decisione interna — anche un voto del Parlamento — non può giustificare una violazione del diritto internazionale. Le basi militari non possono mai essere utilizzate per fini contrari al divieto di aggressione armata. Tradotto in termini concreti: non basta che il governo approvi qualcosa. Non basta che ci sia un decreto. Se quella base sul suolo italiano viene usata per sostenere un attacco che non ha mandato ONU, che non è stato comunicato preventivamente alle istituzioni italiane, che la stessa comunità internazionale fatica a inquadrare come legittima difesa — allora la responsabilità è anche italiana. È nostra.

Sigonella è in Sicilia. La giurisdizione, formalmente, è italiana. E da Sigonella, nelle ore immediatamente precedenti all’attacco all’Iran, sarebbero partite missioni verso la zona del conflitto. Il fatto che quei movimenti siano stati “anomali proprio immediatamente a ridosso dell’attacco” — come notano diversi osservatori — e che l’attacco fosse annunciato da settimane da chi lo avrebbe poi sferrato, rende ancora più difficile sostenere la tesi della pura routine. La Difesa continua a parlare di missioni antisommergibile standard. Ma la domanda rimane, sospesa nell’aria come il fumo dopo uno sparo: qual è la responsabilità della politica italiana quando una base sul territorio nazionale viene utilizzata in un contesto di attacco che non trova copertura nel diritto internazionale?

Cipro brucia. L’Italia guarda. E intanto si muove.

Nel frattempo, una base britannica a Cipro è stata colpita da un drone di fabbricazione iraniana. Cipro è nell’Unione Europea. È un fatto che dovrebbe, in teoria, attivare meccanismi di solidarietà e risposta collettiva. Francia, Grecia e Regno Unito hanno rafforzato le proprie difese con iniziative unilaterali. L’Italia, per ora, le giudica “premature” — in attesa di un intervento coordinato dell’UE. Ma l’UE, in questo momento, non coordina nulla di concreto. E mentre Roma aspetta Bruxelles, Parigi agisce. Atene agisce. Londra agisce.

Secondo indiscrezioni, dentro il governo ci sarebbe chi ha fatto notare l’evidente contraddizione: da un lato si dice di aspettare una risposta europea collettiva prima di muoversi in difesa di un paese membro attaccato, dall’altro si valuta l’invio unilaterale di sistemi d’arma nel Golfo Persico, in un’area che non è territorio europeo, a supporto di operazioni che non hanno mandato ONU. Due pesi, due misure. Due logiche che non si parlano — o forse si parlano benissimo, e il risultato è esattamente questo: fare senza dire, muoversi senza apparire, essere dentro senza ammetterlo. Come è già successo, vent’anni fa, con l’Iraq. Un governo che disse “siamo lì per ragioni umanitarie”. Basi che si attivarono. Soldati che partirono. Bare che tornarono. E poi, lentamente, la verità che emergeva dai documenti, dalle testimonianze, dai silenzi rotti uno per uno. Oggi il copione sembra simile, ma più veloce, più digitale, più difficile da nascondere — eppure, paradossalmente, più facile da ignorare nel rumore dei social, delle notizie che si sovrappongono, dei cicli di attenzione sempre più brevi.

💔 Il costo che arriva sempre a noi

Meloni ha convocato un vertice d’emergenza. Ministri, vertici di ENI, vertici di SNAM. Riunione riservata. Analisi degli impatti di una “potenziale crisi energetica”. Valutazione delle azioni di mitigazione. Le parole sono quelle della tecnocrazia. Il contenuto è quello della paura. Perché l’Italia ha ancora il 47,3% degli stoccaggi di gas — le riserve accumulate durante l’inverno, quelle che non abbiamo consumato. Un dato relativamente buono rispetto ad altri paesi europei, certo. Ma riempire quegli stoccaggi nei prossimi mesi, con i prezzi che nel frattempo sono già raddoppiati, significa una cosa sola: il prossimo inverno le bollette saranno altissime. Anche se i prezzi dovessero scendere — e storicamente non tornano mai ai livelli precedenti, perché si acquista quando costa tanto e poi si ripaga nel tempo — il danno è già incorporato nel sistema, già scritto nelle fatture che arriveranno a novembre, a dicembre, a gennaio.

Cinquanta miliardi. Forse di più. Chi li paga? Non Washington. Non Tel Aviv. Non Teheran. Li paghiamo noi. Le famiglie. Il ceto medio. Quelli che hanno votato per avere un governo che “mettesse l’Italia al primo posto” e che adesso si trovano a fare i conti con bollette che salgono, con un paese che viene trascinato in un conflitto lontano attraverso meccanismi che nessuno ha spiegato, con una classe politica che parla di Europa e di valori mentre firma decreti riservati e gira la testa dall’altra parte quando si chiede conto delle basi militari che partono verso il Golfo.

La linea del tempo che nessuno vuole leggere ad alta voce

27 febbraio — Secondo i tracciati pubblici, un P8A Poseidon della Marina USA decolla da Sigonella verso il Mediterraneo orientale. La Difesa italiana non rilascia dichiarazioni specifiche. 28 febbraio — Seconda missione registrata. Stessa rotta. Stesso silenzio istituzionale. Nei giorni precedenti, missioni del drone Triton da Sigonella verso il Golfo, decollo e rientro documentati da osservatori indipendenti. Inizio marzo — L’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran scuote i mercati globali e riaccende il dibattito sulla posizione italiana. Il governo non convoca seduta straordinaria, non rilascia dichiarazione ufficiale in Aula, non informa formalmente il Parlamento. Ore successive all’attacco — Base britannica a Cipro colpita da drone iraniano. Francia, Grecia, UK si attivano unilateralmente. L’Italia “giudica premature” le iniziative, in attesa di coordinamento europeo che non arriva. Giorni seguenti — Il gas supera i 53 euro al MWh. Il petrolio tocca 81 dollari. Le borse europee crollano. Milano quasi -4% in una sola seduta. Si parla di centinaia di miliardi bruciati. Data da confermare — Vertice d’emergenza Meloni-ENI-SNAM. Riunione riservata. Nessun comunicato dettagliato reso pubblico. Si valuta l’invio del sistema SAMP/T e di altri sistemi militari nell’area del Golfo, secondo indiscrezioni attraverso decreto operativo riservato. 18 marzo — Data in cui Meloni si presenterà al Parlamento, in occasione del Consiglio europeo. Non prima. Non in risposta diretta alle richieste dell’opposizione. In un contesto dove le domande scomode possono essere diluite nell’agenda europea. Notte tra una data e l’altra, ora imprecisata — A quanto si mormora nei corridoi, una telefonata. Un promemoria riservato. Una richiesta di non alzare la voce, almeno per ora. Niente di provato. Ma abbastanza per far esplodere la domanda che l’opposizione sta preparando per il 18 marzo.

Una sera a Roma. Palazzo Chigi, ore 23:17.

Le luci sono ancora accese all’ultimo piano. Dentro, secondo indiscrezioni che nessuno conferma e nessuno smentisce ufficialmente, si starebbe discutendo non di cosa fare — ma di come dirlo. O meglio: di come non dirlo, senza che sembri un silenzio. Di come presentare al Paese una serie di decisioni già prese — basi attivate, sistemi d’arma in valutazione, decreti in preparazione — come se fossero ancora aperte, ancora in discussione, ancora soggette al vaglio democratico che la Costituzione prevede e che la realtà dei fatti, a quanto risulta, avrebbe già superato.

Fuori, l’Italia dorme. O forse no. Forse sta aspettando, come sempre, che qualcuno abbia il coraggio di aprire quella porta e dire, finalmente, la verità. La domanda che il governo non vuole rispondere è semplice, quasi brutale nella sua essenza: l’Italia sta decidendo — o sta subendo? È in parte retorica, quella domanda. Lo sa chi la pone. Lo sa chi la evita. Ma il conto, come sempre, arriva a noi. E il 18 marzo si avvicina, con tutto il peso di ciò che non è stato detto, di ciò che è stato fatto senza dirlo, di ciò che potrebbe ancora accadere prima che qualcuno, in Aula, abbia finalmente la possibilità di chiedere: chi ha deciso, e in nome di chi?

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