CROSETTO A DUBAI NEL MOMENTO PEGGIORE, POI SPUNTA IL “CASO DA 54 MILIONI”: VIAGGIO DI FAMIGLIA O DIPLOMAZIA IN OMBRA? IL GOVERNO MELONI STRETTO TRA DIFESA, TRASPARENZA E UNA LETTERA CHE “NESSUNO AVEVA VISTO”
Mentre tutti guardavano il cielo, qualcuno stava muovendo i pezzi sotto il livello del mare. E quando te ne accorgi, quando unisci i puntini uno per uno con la pazienza di chi non si accontenta della prima risposta, quello che emerge non è una storia di vacanze interrotte o di voli di Stato rimborsati. È qualcosa di molto più grande, molto più silenzioso e molto più difficile da spiegare con una ricevuta.
🔥 Il faro puntato da una sola parte
La scena è quella di un thriller politico scritto con cura millimetrica. Guido Crosetto, ministro della Difesa, si trova a Dubai nel momento esatto in cui i cieli del Medio Oriente esplodono per le tensioni militari con l’Iran. Le opposizioni insorgono. I giornali titolano a caratteri cubitali. I telegiornali nazionali aprono con quella presenza ingombrante negli Emirati Arabi Uniti, chiedendo conto, chiedendo spiegazioni, chiedendo quello che i cittadini vogliono sentirsi dire.
La difesa del ministro è netta. Ragioni strettamente personali. Volo di Stato rimborsato integralmente di tasca propria. Ricevute esibite, conti saldati, caso chiuso. Per gran parte della stampa mainstream e per la quasi totalità dei telegiornali nazionali, quella giustificazione chiude definitivamente il dossier. Si passa ad altro. Si gira pagina.
Ma l’attenzione pubblica funziona esattamente come un faro teatrale. Se lo punti ossessivamente da una sola parte, crei inevitabilmente un’enorme zona d’ombra tutto intorno. Ed è esattamente in quella fitta ombra che si consuma il vero gigantesco affare. Quello che nessuno stava guardando. Quello che qualcuno, forse, aveva tutto l’interesse a tenere lontano dai riflettori.
La nave che scompare dai radar

Mentre l’intero paese discuteva inutilmente di voli governativi e vacanze interrotte, sul tavolo del governo si stava silenziosamente perfezionando un accordo internazionale che ha dell’incredibile. L’Italia decide di cedere la portaerei Garibaldi al governo dell’Indonesia. Completamente gratis. Zero euro. Un dono diplomatico che fa strabuzzare gli occhi a chiunque abbia anche solo una conoscenza superficiale di come funziona il mercato internazionale degli armamenti.
La Garibaldi non è un pattugliatore costiero qualsiasi. Non è una vecchia barchetta arrugginita da smaltire in qualche porto dimenticato. È stata per anni l’orgogliosa nave ammiraglia della Marina Militare Italiana, un vero e proprio simbolo di potenza strategica, un pezzo di storia inestimabile della nostra flotta armata. Una nave che ha solcato i mari del mondo portando con sé il peso e il prestigio di un paese che vuole essere preso sul serio sulla scena internazionale.
E a quale prezzo viene ceduta ufficialmente al governo di Giacarta? Zero euro. Completamente gratis.
La motivazione ufficiale e i conti che non tornano
La motivazione ufficiale fornita dal governo italiano è squisitamente tecnica ed economica. Si sostiene che la nave abbia ormai raggiunto il suo naturale limite di età operativa, che sia considerata obsoleta per i rigidi standard della NATO, che mantenerla in vita o persino smantellare la struttura comporterebbe dei costi vivi assolutamente insostenibili per le casse del Ministero della Difesa. Quindi, seguendo questa narrazione istituzionale, regalarla in blocco a un paese estero costituirebbe un brillante risparmio netto per i contribuenti italiani.
Una logica che, in superficie, potrebbe sembrare persino sensata. Finché non si leggono i documenti. Finché non si analizzano le perizie tecniche ufficiali. Finché non si scopre che il valore residuo stimato della portaerei Garibaldi, riportato nero su bianco sulle valutazioni ufficiali, è pari a ben 54 milioni di euro. Cinquantaquattro milioni di euro di patrimonio pubblico spazzati via con un singolo tratto di penna, ceduti a costo zero a una nazione asiatica con la quale scopriamo improvvisamente di avere un’urgenza diplomatica irrinunciabile.
I conti, se si analizzano i veri documenti, non tornano affatto.
👀 Il retroscena che nessuno vuole nominare
Secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti parlamentari, nelle ore successive alla notizia della cessione si sarebbe tenuta una telefonata notturna tra staff ministeriali e vertici della maggioranza per definire la narrativa da comunicare pubblicamente. L’obiettivo, a quanto risulta, sarebbe stato quello di presentare l’operazione come una scelta strategica nell’interesse nazionale, un investimento diplomatico nel quadrante Indo-Pacifico, una mossa lungimirante per costruire relazioni commerciali e militari in una regione sempre più rilevante per gli equilibri globali.
A quanto risulta, due blocchi si sarebbero fronteggiati in quella discussione. Chi voleva chiudere il caso rapidamente, presentandolo come una normale dismissione di materiale militare obsoleto, e chi temeva che la sovrapposizione temporale con il viaggio di Crosetto a Dubai avrebbe inevitabilmente alimentato sospetti difficili da gestire. Nessuna conferma ufficiale di questa telefonata, nessun audio verificato. Ma la tensione tra le due linee è visibile nel modo in cui il governo ha comunicato l’operazione nelle ore e nei giorni successivi.
Il grimaldello diplomatico e la commessa che segue
Il governo continua a ripetere che si tratta di un affare vantaggioso per tagliare i futuri costi di manutenzione e stringere preziosissimi legami strategici nell’affollato quadrante dell’Indo-Pacifico. Ma in politica internazionale e soprattutto nel cinico mercato globale degli armamenti, nessuno regala mai nulla per niente. Il problema vero non è di natura puramente economica. L’aspetto finanziario della singola nave è solo la minuscola punta dell’iceberg.
Il problema centrale, quello che rende tutto questo estremamente grave, è il contesto opaco e non dichiarato in cui si inserisce questa colossale transazione. Se la Garibaldi fosse stata semplicemente un vecchio peso morto di cui sbarazzarsi, la storia si sarebbe conclusa nelle ultime pagine di qualche bollettino sulla spending review militare. Invece le forze di opposizione in Parlamento hanno iniziato a leggere attentamente i documenti allegati, a scavare profondamente tra le pieghe nascoste dei contratti bilaterali, a incrociare i registri societari e le banche dati pubbliche.
Quello che è emerso trasforma una banale dismissione navale in un autentico caso politico ed economico di proporzioni gigantesche. Perché la cessione gratuita della portaerei Garibaldi all’Indonesia non sarebbe affatto un atto isolato né un romantico gesto di amicizia tra popoli. Rappresenterebbe piuttosto il grimaldello perfetto per spalancare un mercato estero immenso, muovendosi a favore di precisi interessi industriali privati.
Cedere gratuitamente una portaerei da 54 milioni di euro crea immediatamente un debito di riconoscenza incalcolabile da parte di Giacarta. Un debito pesante che l’Indonesia si prepara attivamente a ripagare non allo Stato italiano inteso come collettività di cittadini, ma attraverso l’assegnazione diretta di commesse militari multimilionarie ad aziende specifiche. Non si sta regalando una nave storica per risparmiare sulla ruggine. Si sta usando una nave pubblica per oliare silenziosamente gli ingranaggi di una compravendita di sistemi d’arma su scala internazionale.
💔 I sommergibili e il nome che cambia tutto
E di quali sistemi d’arma stiamo parlando esattamente? Qui si entra nel vero e proprio cuore nevralgico dell’intera vicenda. L’Indonesia, per far fronte alle crescenti tensioni geopolitiche nel proprio mare, avrebbe un disperato bisogno di modernizzare radicalmente la propria flotta subacquea ed è alla costante ricerca di partner industriali per l’acquisizione di nuovi mezzi invisibili e letali.
Proprio sulla scia dell’entusiastico ringraziamento per il generoso regalo della portaerei Garibaldi, si materializzerebbe improvvisamente un accordo mastodontico per la fornitura esclusiva di sommergibili di ultima generazione. Un affare contrattuale che fa letteralmente tremare i polsi per le cifre esorbitanti in ballo.

E a quale specifica azienda italiana viene improvvisamente spianata l’autostrada diplomatica per aggiudicarsi questa gigantesca e redditizia commessa in territorio indonesiano? Secondo le minuziose ricostruzioni giornalistiche e i dossier depositati attraverso interrogazioni parlamentari, il nome chiave e assoluto protagonista di tutta questa complessa architettura finanziaria sarebbe quello della società DRASS Spa. Un’azienda italianissima, universalmente riconosciuta come un’eccellenza assoluta nel delicato settore della difesa subacquea e della cantieristica militare speciale.
La linea che non si può ignorare
Arrivati a questo punto i difensori dell’operazione potrebbero facilmente obiettare che si tratta semplicemente di un doveroso sostegno istituzionale al made in Italy, di una normale attività di diplomazia economica che ogni governo del mondo pratica quotidianamente, di un risultato positivo per l’industria nazionale e per l’occupazione. Un argomento che, in astratto, avrebbe anche una sua logica.
Ma c’è un dettaglio aggiuntivo, un elemento assolutamente cruciale che accende una luce inquietante su tutta la genesi e la finalità dell’operazione. La società DRASS Spa non sarebbe affatto un’azienda qualsiasi, fredda e distante dalle accese dinamiche politiche di Palazzo Chigi. Le inchieste giornalistiche supportate da documenti contabili e bilanci rivelerebbero che si tratta di una società estremamente vicina al ministro della Difesa Guido Crosetto. Parliamo di legami finanziari concreti, economici e politici.
La stessa azienda DRASS Spa risulterebbe formalmente iscritta nell’elenco ufficiale tra i finanziatori diretti della campagna elettorale di Fratelli d’Italia, l’attuale partito di maggioranza relativa al governo, nonché la medesima forza politica di cui l’attuale ministro della Difesa è stato storico cofondatore e rimane tuttora massimo esponente di spicco.
La linea del tempo di un caso che si costruisce nel silenzio
Giorni precedenti alla crisi, orario imprecisato — Secondo indiscrezioni, la decisione di cedere la portaerei Garibaldi all’Indonesia sarebbe stata perfezionata nelle settimane precedenti alla crisi mediorientale. A quanto risulta, l’operazione sarebbe stata deliberatamente mantenuta fuori dai canali di comunicazione ufficiali, trattata come una normale procedura amministrativa di dismissione di materiale militare obsoleto.
Momento del viaggio di Crosetto a Dubai — Il ministro della Difesa si trova negli Emirati Arabi Uniti nel momento esatto in cui le tensioni militari con l’Iran raggiungono il picco. La notizia esplode. I media nazionali si concentrano sul viaggio, sul tempismo, sulle spiegazioni. L’attenzione pubblica si polarizza completamente su quella storia.
Stesso lasso di tempo, Ministero della Difesa — Mentre l’attenzione mediatica è interamente assorbita dalla polemica sul viaggio a Dubai, il ministero approva nel più totale silenzio la cessione gratuita della portaerei Garibaldi. Un’operazione da 54 milioni di euro di patrimonio pubblico che passa completamente inosservata nei principali salotti televisivi.
Ore successive alla notizia della cessione — Secondo indiscrezioni, si sarebbe tenuta una telefonata notturna tra staff ministeriali e vertici della maggioranza per definire la narrativa. A quanto risulta, la discussione avrebbe riguardato come presentare l’operazione senza alimentare ulteriori polemiche in un momento già delicatissimo per il governo.
Reazione delle opposizioni in Parlamento — Le forze di opposizione iniziano a leggere attentamente i documenti allegati alla cessione. Le interrogazioni parlamentari vengono depositate. I dossier iniziano a circolare tra i capigruppo. La parola “conflitto di interessi” inizia a comparire nelle dichiarazioni ufficiali, sempre con i dovuti condizionali.
Giorni successivi, media e social — I clip delle interrogazioni parlamentari iniziano a circolare. La storia della portaerei Garibaldi, rimasta sepolta sotto la polemica sul viaggio a Dubai, emerge lentamente alla superficie del dibattito pubblico. Le connessioni tra la cessione gratuita, la commessa per i sommergibili e la società DRASS Spa vengono ricostruite e diffuse.
Settimane successive, Commissione Difesa — A quanto risulta, sarebbero già in programma audizioni riservate per fare chiarezza sull’intera operazione. La pressione delle opposizioni per ottenere documenti e spiegazioni si farebbe sempre più intensa. La domanda che nessuno riesce ancora a rispondere ufficialmente riguarda la lettera indonesiana citata come “mai mostrata” nei corridoi della Difesa.
Data da confermare — Secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti parlamentari, nelle prossime settimane potrebbero emergere ulteriori dettagli sui contratti bilaterali tra Italia e Indonesia. A quanto risulta, almeno un documento chiave sarebbe ancora classificato o comunque non disponibile per la consultazione pubblica.
Il punto in cui tutto cambia

Un ministro vola a Dubai in piena e drammatica crisi internazionale, riuscendo a distogliere tutta l’attenzione dei media nazionali. Nello stesso identico lasso di tempo, il suo ministero approva nel più totale silenzio la cessione gratuita di una nave militare italiana da 54 milioni a favore di un paese straniero. Quel medesimo paese, ringraziando per il magnifico regalo di Stato, si appresta contestualmente ad affidare una commessa faraonica per l’acquisto di nuovi sommergibili. L’azienda privata italiana in prima fila per incassare questi lucrosi contratti all’estero è la stessa identica società che risulterebbe tra i finanziatori documentati del partito politico del ministro.
Messi in fila così, uno dopo l’altro, questi elementi costruiscono un quadro che le opposizioni definiscono inaccettabile e che il governo, per ora, respinge come una lettura distorta e strumentale di operazioni perfettamente legittime. Nessuna accusa formalmente provata, nessun procedimento giudiziario aperto, nessuna sentenza. Ma la domanda rimane. E brucia.
Fiducia contro opacità: la vera posta in gioco
Il conflitto centrale di questa vicenda non è tecnico. Non riguarda il valore residuo di una nave militare o le procedure di dismissione del materiale bellico obsoleto. Riguarda la fiducia. Riguarda la percezione che i cittadini hanno del modo in cui il governo gestisce il patrimonio pubblico, le relazioni internazionali, i contratti militari. Riguarda la linea sottilissima che separa la diplomazia economica legittima dall’uso dei beni dello Stato come veicolo promozionale per interessi privati.
Il governo Meloni si trova in una posizione scomoda. Deve difendere un’operazione che, nella sua narrazione ufficiale, è nell’interesse nazionale, senza poter escludere che la sovrapposizione di interessi emersa dalle inchieste giornalistiche e dalle interrogazioni parlamentari non alimenterà ulteriori polemiche. Deve spiegare perché 54 milioni di euro di patrimonio pubblico siano stati ceduti gratuitamente senza che i cittadini ne venissero informati in modo trasparente e tempestivo. Deve rispondere alla domanda sulla lettera indonesiana che, secondo quanto riportato, nessuno avrebbe ancora mostrato pubblicamente.
Le opposizioni, dal canto loro, hanno un obiettivo chiaro: trasformare questa vicenda in un simbolo della gestione opaca del potere, in una prova concreta che il governo predica trasparenza e pratica il contrario. È una strategia comunicativa che funziona quando i fatti sono dalla propria parte e che si ritorce contro quando i dettagli si rivelano più complessi di quanto la narrativa iniziale suggerisse.
Una sera a Roma. Ministero della Difesa, ore 23:47.
Le luci negli uffici del palazzo sono ancora accese. Fuori, la piazza è deserta, bagnata da una pioggia sottile che rende i sampietrini lucidi come specchi. Dentro, secondo indiscrezioni che nessuno conferma e nessuno smentisce, si starebbe ancora lavorando alla risposta. Non alla risposta pubblica, quella che arriverà domani mattina nei comunicati stampa e nelle dichiarazioni ai telegiornali. Alla risposta vera, quella che deve spiegare perché una nave da 54 milioni sia stata ceduta gratis, perché quella decisione sia stata presa in quel preciso momento, e soprattutto perché quella lettera indonesiana che qualcuno dice di non aver mai visto continui a non comparire. A quanto risulta, la domanda che gira senza risposta definitiva in quei corridoi è una sola: quando emergerà il documento che nessuno ha ancora mostrato, cosa ci sarà scritto dentro?
Nota: I contenuti di questo articolo sono stati raccolti e approfonditi a partire da fonti pubbliche, dichiarazioni, analisi e indiscrezioni circolanti. Il materiale è pubblicato esclusivamente a scopo di dibattito e approfondimento. Non si garantisce la veridicità assoluta di ogni singola informazione riportata. Per richieste di rettifica, rimozione o per qualsiasi questione correlata, scrivere a: [email protected]
Parole chiave: Crosetto Dubai portaerei Garibaldi cessione Indonesia 54 milioni, DRASS Spa sommergibili commessa militare conflitto interessi, governo Meloni Ministero Difesa trasparenza patrimonio pubblico, opposizione Parlamento interrogazioni dossier nave militare, diplomazia economica Indo-Pacifico armamenti contratti bilaterali Italia Indonesia, Fratelli d’Italia finanziamento campagna elettorale difesa subacquea
News
“MELONI SI COMMUOVE DOPO BELPIETRO: IL CASO ZUNCHEDDU RIAPRE LA GUERRA SULLA GIUSTIZIA—GARANZIE O VENDETTA POLITICA? TRA TOGHE, GOVERNO E OPINIONE PUBBLICA, UNA STORIA DI INNOCENZA DIVENTA ARMA ELETTORALE È un frame che resta addosso: Maurizio Belpietro alza il tono, parla di Beniamino Zuncheddu e dell’ingiusta detenzione che ha sconvolto l’Italia, e Giorgia Meloni—secondo quanto riportato—si dice “molto colpita”, fino a lasciar trapelare emozione. Il tema, però, non è solo umano: è dinamite istituzionale. Perché il caso Zuncheddu diventa subito il simbolo di una battaglia più grande: riforma della giustizia, carcerazione preventiva, responsabilità, fiducia nello Stato. C’è chi vede un dovere morale di cambiare le regole; c’è chi teme una narrazione usata per mettere all’angolo la magistratura. Retroscena: secondo indiscrezioni, a quanto risulta dopo l’intervento sarebbe partita una raffica di telefonate tra staff e parlamentari per trasformare lo choc in agenda—senza prove, ma con una sensazione netta: qualcuno vuole che questa storia diventi “la prova” definitiva. Parole chiave: Meloni, Belpietro, caso Zuncheddu, giustizia, riforma.
Trentatré anni. Da innocente. Una frase che non ha bisogno di aggettivi. Che non ha bisogno di commenti. Che cade nell’aula come una pietra in un pozzo — e il rumore che fa, rimbalzando sulle pareti, è il rumore di…
“PORRO INTERVISTA MELONI SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: “SEPARAZIONE DELLE CARRIERE” O CONTROLLO DEL POTERE? IN TV SI APRE UNA FRATTURA TRA TOGHE, GOVERNO E OPPOSIZIONI—E QUALCUNO PARLA DI UNA NOTTE DI TELEFONATE NERVOSISSIME Studio lucido, domande secche: Nicola Porro incalza Giorgia Meloni a Quarta Repubblica e il tema diventa subito esplosivo—riforma della giustizia, referendum, e soprattutto la “separazione delle carriere”. Meloni la presenta come svolta di garanzia e chiarezza istituzionale; i critici la leggono come terreno scivoloso, dove la fiducia nello Stato rischia di dividersi in due tifoserie. Il punto caldo è il non detto: cambiano gli equilibri tra magistratura e politica, o cambia solo la narrativa? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta sarebbe circolata una scaletta “blindata” e, nella notte prima, ci sarebbe stata una chiamata tra staff per evitare “trappole” su CSM e tempi della riforma—nulla di provato, ma l’atmosfera lo suggerisce. Parole chiave: Porro, Meloni, giustizia, separazione delle carriere, referendum.
“Ci state togliendo un potere di condizionamento al quale non vogliamo rinunciare.” Una frase pronunciata da Giorgia Meloni con la calma di chi ha già vinto l’argomento prima ancora di finire la frase. Con la precisione di chi sa che…
“DEL DEBBIO ACCENDE LA SALA E MELONI SI COMMUOVE: APPLAUSI, SILENZI E UNA FRASE CHE DIVIDE L’ITALIA TRA “POPOLO” E “PROPAGANDA”—IN DIRETTA (O QUASI) IL CONFINE TRA TV E POTERE SI FA PERICOLOSAMENTE SOTTILE È una scena da cinema politico: Paolo Del Debbio prende il microfono, la platea esplode, e Giorgia Meloni—secondo le immagini circolate—si sarebbe commossa. Non è solo un momento emotivo: è un test di forza sul racconto pubblico, dove ogni parola pesa come un voto. Da una parte c’è chi legge l’intervento come “voce del Paese”, dall’altra chi parla di spettacolarizzazione e di giornalismo troppo vicino al potere (critiche che rimbalzano anche sui social). Il punto non detto, ma centrale: chi sta guidando la conversazione—la politica o la televisione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta lo staff avrebbe curato tempi e inquadrature per evitare domande “a imboscata” e massimizzare l’impatto emotivo, senza che questo provi nulla oltre la strategia comunicativa. Parole chiave: Del Debbio, Meloni, Dritto e Rovescio, Mediaset, platea.
“L’imparzialità non è una questione inventata dalla giurisprudenza. È una questione che attiene la nostra natura.” Una frase pronunciata sotto le luci di uno studio televisivo. Con una platea che esplodeva. Con la telecamera che cercava il volto della premier…
“FEDEZ “APRE LE PORTE” A MELONI: IL PULP PODCAST DIVENTA CAMPO DI BATTAGLIA TRA POTERE E POP—REFERENDUM, POLITICA ESTERA E ASSENZE PESANTI (SCHLEIN, CONTE): CHI PARLA AL PAESE E CHI RESTA FUORI DALLA STANZA? Telecamera fissa, tono da confessionale, ma la posta è politica. Giorgia Meloni è ospite del Pulp Podcast di Fedez: un incontro che mescola linguaggio pop e Palazzo, con domande su referendum e scelte di governo, fino al nodo della politica estera e del rapporto con gli USA—tema che, secondo le anticipazioni, arriva sul tavolo senza filtri. Nel retroscena più rumoroso non c’è solo ciò che la premier dice, ma chi non c’è: viene riportato che Elly Schlein avrebbe declinato l’invito e che da Giuseppe Conte non sarebbe arrivata risposta. E così l’intervista diventa uno specchio: dialogo diretto con un pubblico nuovo o operazione di immagine? A quanto risulta, la strategia è semplice e feroce: portare la battaglia culturale fuori dai talk show, dove un rapper può fare le domande che l’Aula evita. Parole chiave: Fedez, Meloni, Pulp Podcast, referendum, politica estera.
“Non si vota sulla Meloni. Si vota sulla giustizia.” Una frase pronunciata in uno studio che non assomiglia a nessuna sala stampa di Palazzo Chigi. Nessun podio istituzionale. Nessuna bandiera italiana sullo sfondo. Solo una telecamera fissa, due microfoni, e…
“MATONE “INARRESTABILE” CONTRO SCHLEIN: IN AULA VOLANO ACCUSE SULLA GIUSTIZIA, E DIETRO LE QUINTE SI APRE UNA GUERRA DI FIDUCIA TRA TOGHE, GOVERNO E PD—CHI DIFENDE I VALORI DELLO STATO E CHI RISCHIA DI PERDERLI? Luci fredde, microfoni accesi: Simonetta Matone alza il tiro e punta dritto su Elly Schlein. Il bersaglio è la riforma della giustizia—e soprattutto la frase-chiave che incendia tutto: “PM sotto l’esecutivo?”. Matone parla di “affermazioni gravissime” e sfida l’opposizione a indicare dove, nei testi e nelle intenzioni, starebbe questo rischio. La tensione cresce, i banchi rumoreggiano, e la Camera diventa un ring di parole. Il conflitto centrale è chiaro: sicurezza istituzionale vs allarme democratico. Secondo indiscrezioni, a quanto risulta nei corridoi si starebbe già preparando la clip “definitiva” per i social, mentre nel PD qualcuno teme un boomerang comunicativo. E c’è un dettaglio che rimbalza sottovoce—una telefonata notturna tra staff, “tenete la linea, domani si va all-in”. Parole chiave: Matone, Schlein, giustizia, PM, Parlamento.
“Elly, per favore, mi indichi qual è il punto specifico delle norme nel quale è scritta questa cosa.” Una frase pronunciata con la calma di chi ha passato quarantuno anni in magistratura. Con la precisione di chi sa che la…
“LA RUSSA NELLA BUFERA: LO SCONTRO CON LA MAGISTRATURA DIVENTA GUERRA DI NARRAZIONI SUL REFERENDUM—TRA GRATTERI, NORDIO E OPPOSIZIONI, IL QUIRINALE DELLA FIDUCIA VACILLA: CHI DIFENDE LO STATO E CHI “FA PROPAGANDA”? A Roma basta una frase per far tremare i palazzi. Ignazio La Russa finisce al centro della tempesta dopo l’ennesimo botta e risposta sulla giustizia: da un lato l’accusa che certi toni “offendano” e alzino lo scontro con la magistratura, dall’altro la replica che la destra “non è mangia-magistrati”. Intanto Nordio rilancia il tema delle riforme e la discussione si incolla al referendum sulla separazione delle carriere. L’opposizione (Pd in testa) denuncia una “scelta politica” e chiede di abbassare i toni: è qui che nasce la frattura centrale—riforma o delegittimazione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta circolerebbero appunti riservati e una telefonata notturna tra staff per “blindare la linea” prima dell’Aula. Nulla di provato, ma il sospetto avvelena l’aria. Parole chiave: La Russa, magistratura, Nordio, Gratteri, separazione delle carriere.
Mentre lei chiudeva gli scatoloni nel suo ufficio dell’Aquila, sorvegliata da agenti armati, i portoni dorati di Palazzo Madama si aprivano per qualcun altro. Non per lei. Non per il giudice che aveva applicato la legge. Non per la magistrata…
End of content
No more pages to load