Il presidente palestinese Mahmoud Abbas, al suo arrivo a Roma ieri, ha visitato la tomba di Papa Francesco a Santa Maria Maggiore. Oggi l’incontro in Vaticano con Papa Leone XIV. Rinnovato l’impegno per la pace in Terra Santa
Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, è in questi giorni a Roma per incontri istituzionali. Abbas è un uomo saggio, con il suo stile trasforma queste occasioni in incontri di confronto amichevole alla ricerca della pace.
La sua visita in Italia è iniziata con un omaggio a un amico. Il presidente si è recato, nel primo impegno in programma, a Santa Maria Maggiore per salutare Papa Francesco, sepolto nella basilica papale dove si venera l’immagine miracolosa della Madre Celeste, la madre amata a cui il Santo Padre affidava i suoi viaggi e il suo ministero petrino.
Mahmoud Abbas ha incontrato varie volte Papa Francesco e ogni volta abbiamo assistito ad incontri fraterni in cui due amici si sostenevano nel difficile percorso della pace.
Ho spesso consegnato lettere di Abbas a Papa Francesco, il presidente ci teneva ad informare il Santo Padre della situazione in Terra Santa, a far conoscere le condizioni del popolo palestinese.
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Mahmoud Abbas sulla tomba di Francesco
Il presidente palestinese ha incontrato oggi per la prima volta Papa Leone XIV ed è sembrato che quel percorso sia ripreso con un nuovo amico e con la stessa fraternità.
La cordialità fra due uomini di pace è stata subito evidente e ha dato forza al comune impegno a favore della pace e della giustizia, alla cura per gli indifesi, all’attenzione e al rispetto per la vita.
Oggi più che mai sentiamo il bisogno di difendere la vita offesa soprattutto nei paesi scenario di guerra e particolarmente in Terra Santa, oltraggiata da anni di violenza.
Gli operatori di pace cercano la giustizia: Papa Leone ha chiesto a gran voce: “Basta guerra!” Chi ha sete di pace ha fame e sete di giustizia.
La Terra Santa appartiene a tutti perché “tutti lì siamo nati”, la terra intesa come territorio appartiene a chi la abita da millenni, a chi su quella terra ha le radici della storia di un popolo.
Il presidente Abbas è venuto in Vaticano a ringraziare Papa Leone XIV per il Suo costante appello alla pace e alla giustizia, al Suo continuo richiamo alle leggi internazionali per fermare la violenza sui civili e per aver confermato il riconoscimento dello Stato di Palestina.
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Prima udienza tra il Papa e il presidente dello Stato di Palestina nel Palazzo Apostolico vaticano, nell’ambito del viaggio del leader palestinese in Italia programmato da tempo. …
Il Pontefice, come i suoi predecessori, ha chiesto in modo fermo la possibilità di due stati autonomi e indipendenti: solo così Israele e Palestina, i due popoli, potranno vivere in sicurezza e nel rispetto reciproco di confini e di territori.
Il presidente Abbas chiede verità e giustizia per il suo popolo privato da decenni dei diritti umani essenziali, un popolo che ha molto sofferto nel passato, che continua a perdere vite umane, che continua ad avere difficoltà e mortificazioni anche nei giorni in cui la tregua dovrebbe fermare le armi e la violenza.
La Terra Santa chiede giustizia per le Pietre vive che la abitano, chiede pace e sicurezza per il popolo israeliano, chiede pace e giustizia per il popolo palestinese.
Dopo il colloquio con il Santo Padre, il presidente ha visitato al Museo di San Salvatore al Lauro la mostra “Bethlehem Reborn” che illustra i meravigliosi restauri della Basilica della Natività di Betlemme, restauri fortemente voluti e finanziati dallo Stato palestinese.
Il titolo della mostra, già visitata in molte città del mondo, è un augurio e una speranza: la rinascita della pace in Terra Santa riprende il cammino da Betlemme, dalla città dove è nato il Principe della Pace.
A Gaza la tregua è debole e non consente ancora una vita dignitosa a due milioni di esseri umani, non consente il sufficiente arrivo di aiuti umanitari, non consente la possibilità di avere riparo e rifugio per chi non ha casa da più di due anni.
In Cisgiordania le limitazioni alla libertà di movimento nella propria terra, i continui attacchi alle persone e alle proprietà, il livello sempre più alto di povertà provocano disperazione e sfiducia in una popolazione già gravemente provata.
Le immagini di olivi abbattuti per far posto a nuovi insediamenti, gli occhi senza sorrisi dei bambini e degli anziani, gli sguardi sofferenti delle donne e degli uomini che non hanno più voce siano presto immagini da archiviare nel passato, per non dimenticare e per farne memoria nel futuro e non ritornare alla violenza dell’odio e della vendetta.
Il presidente Abbas chiede al Santo Padre il sostegno alla Palestina, lo chiede come uomo di pace a chi condivide gli stessi valori, a chi crede che non c’è pace senza giustizia, a chi vuole conoscere la verità, per difenderla.
News
“MELONI SI COMMUOVE DOPO BELPIETRO: IL CASO ZUNCHEDDU RIAPRE LA GUERRA SULLA GIUSTIZIA—GARANZIE O VENDETTA POLITICA? TRA TOGHE, GOVERNO E OPINIONE PUBBLICA, UNA STORIA DI INNOCENZA DIVENTA ARMA ELETTORALE È un frame che resta addosso: Maurizio Belpietro alza il tono, parla di Beniamino Zuncheddu e dell’ingiusta detenzione che ha sconvolto l’Italia, e Giorgia Meloni—secondo quanto riportato—si dice “molto colpita”, fino a lasciar trapelare emozione. Il tema, però, non è solo umano: è dinamite istituzionale. Perché il caso Zuncheddu diventa subito il simbolo di una battaglia più grande: riforma della giustizia, carcerazione preventiva, responsabilità, fiducia nello Stato. C’è chi vede un dovere morale di cambiare le regole; c’è chi teme una narrazione usata per mettere all’angolo la magistratura. Retroscena: secondo indiscrezioni, a quanto risulta dopo l’intervento sarebbe partita una raffica di telefonate tra staff e parlamentari per trasformare lo choc in agenda—senza prove, ma con una sensazione netta: qualcuno vuole che questa storia diventi “la prova” definitiva. Parole chiave: Meloni, Belpietro, caso Zuncheddu, giustizia, riforma.
Trentatré anni. Da innocente. Una frase che non ha bisogno di aggettivi. Che non ha bisogno di commenti. Che cade nell’aula come una pietra in un pozzo — e il rumore che fa, rimbalzando sulle pareti, è il rumore di…
“PORRO INTERVISTA MELONI SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: “SEPARAZIONE DELLE CARRIERE” O CONTROLLO DEL POTERE? IN TV SI APRE UNA FRATTURA TRA TOGHE, GOVERNO E OPPOSIZIONI—E QUALCUNO PARLA DI UNA NOTTE DI TELEFONATE NERVOSISSIME Studio lucido, domande secche: Nicola Porro incalza Giorgia Meloni a Quarta Repubblica e il tema diventa subito esplosivo—riforma della giustizia, referendum, e soprattutto la “separazione delle carriere”. Meloni la presenta come svolta di garanzia e chiarezza istituzionale; i critici la leggono come terreno scivoloso, dove la fiducia nello Stato rischia di dividersi in due tifoserie. Il punto caldo è il non detto: cambiano gli equilibri tra magistratura e politica, o cambia solo la narrativa? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta sarebbe circolata una scaletta “blindata” e, nella notte prima, ci sarebbe stata una chiamata tra staff per evitare “trappole” su CSM e tempi della riforma—nulla di provato, ma l’atmosfera lo suggerisce. Parole chiave: Porro, Meloni, giustizia, separazione delle carriere, referendum.
“Ci state togliendo un potere di condizionamento al quale non vogliamo rinunciare.” Una frase pronunciata da Giorgia Meloni con la calma di chi ha già vinto l’argomento prima ancora di finire la frase. Con la precisione di chi sa che…
“DEL DEBBIO ACCENDE LA SALA E MELONI SI COMMUOVE: APPLAUSI, SILENZI E UNA FRASE CHE DIVIDE L’ITALIA TRA “POPOLO” E “PROPAGANDA”—IN DIRETTA (O QUASI) IL CONFINE TRA TV E POTERE SI FA PERICOLOSAMENTE SOTTILE È una scena da cinema politico: Paolo Del Debbio prende il microfono, la platea esplode, e Giorgia Meloni—secondo le immagini circolate—si sarebbe commossa. Non è solo un momento emotivo: è un test di forza sul racconto pubblico, dove ogni parola pesa come un voto. Da una parte c’è chi legge l’intervento come “voce del Paese”, dall’altra chi parla di spettacolarizzazione e di giornalismo troppo vicino al potere (critiche che rimbalzano anche sui social). Il punto non detto, ma centrale: chi sta guidando la conversazione—la politica o la televisione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta lo staff avrebbe curato tempi e inquadrature per evitare domande “a imboscata” e massimizzare l’impatto emotivo, senza che questo provi nulla oltre la strategia comunicativa. Parole chiave: Del Debbio, Meloni, Dritto e Rovescio, Mediaset, platea.
“L’imparzialità non è una questione inventata dalla giurisprudenza. È una questione che attiene la nostra natura.” Una frase pronunciata sotto le luci di uno studio televisivo. Con una platea che esplodeva. Con la telecamera che cercava il volto della premier…
“FEDEZ “APRE LE PORTE” A MELONI: IL PULP PODCAST DIVENTA CAMPO DI BATTAGLIA TRA POTERE E POP—REFERENDUM, POLITICA ESTERA E ASSENZE PESANTI (SCHLEIN, CONTE): CHI PARLA AL PAESE E CHI RESTA FUORI DALLA STANZA? Telecamera fissa, tono da confessionale, ma la posta è politica. Giorgia Meloni è ospite del Pulp Podcast di Fedez: un incontro che mescola linguaggio pop e Palazzo, con domande su referendum e scelte di governo, fino al nodo della politica estera e del rapporto con gli USA—tema che, secondo le anticipazioni, arriva sul tavolo senza filtri. Nel retroscena più rumoroso non c’è solo ciò che la premier dice, ma chi non c’è: viene riportato che Elly Schlein avrebbe declinato l’invito e che da Giuseppe Conte non sarebbe arrivata risposta. E così l’intervista diventa uno specchio: dialogo diretto con un pubblico nuovo o operazione di immagine? A quanto risulta, la strategia è semplice e feroce: portare la battaglia culturale fuori dai talk show, dove un rapper può fare le domande che l’Aula evita. Parole chiave: Fedez, Meloni, Pulp Podcast, referendum, politica estera.
“Non si vota sulla Meloni. Si vota sulla giustizia.” Una frase pronunciata in uno studio che non assomiglia a nessuna sala stampa di Palazzo Chigi. Nessun podio istituzionale. Nessuna bandiera italiana sullo sfondo. Solo una telecamera fissa, due microfoni, e…
“MATONE “INARRESTABILE” CONTRO SCHLEIN: IN AULA VOLANO ACCUSE SULLA GIUSTIZIA, E DIETRO LE QUINTE SI APRE UNA GUERRA DI FIDUCIA TRA TOGHE, GOVERNO E PD—CHI DIFENDE I VALORI DELLO STATO E CHI RISCHIA DI PERDERLI? Luci fredde, microfoni accesi: Simonetta Matone alza il tiro e punta dritto su Elly Schlein. Il bersaglio è la riforma della giustizia—e soprattutto la frase-chiave che incendia tutto: “PM sotto l’esecutivo?”. Matone parla di “affermazioni gravissime” e sfida l’opposizione a indicare dove, nei testi e nelle intenzioni, starebbe questo rischio. La tensione cresce, i banchi rumoreggiano, e la Camera diventa un ring di parole. Il conflitto centrale è chiaro: sicurezza istituzionale vs allarme democratico. Secondo indiscrezioni, a quanto risulta nei corridoi si starebbe già preparando la clip “definitiva” per i social, mentre nel PD qualcuno teme un boomerang comunicativo. E c’è un dettaglio che rimbalza sottovoce—una telefonata notturna tra staff, “tenete la linea, domani si va all-in”. Parole chiave: Matone, Schlein, giustizia, PM, Parlamento.
“Elly, per favore, mi indichi qual è il punto specifico delle norme nel quale è scritta questa cosa.” Una frase pronunciata con la calma di chi ha passato quarantuno anni in magistratura. Con la precisione di chi sa che la…
“LA RUSSA NELLA BUFERA: LO SCONTRO CON LA MAGISTRATURA DIVENTA GUERRA DI NARRAZIONI SUL REFERENDUM—TRA GRATTERI, NORDIO E OPPOSIZIONI, IL QUIRINALE DELLA FIDUCIA VACILLA: CHI DIFENDE LO STATO E CHI “FA PROPAGANDA”? A Roma basta una frase per far tremare i palazzi. Ignazio La Russa finisce al centro della tempesta dopo l’ennesimo botta e risposta sulla giustizia: da un lato l’accusa che certi toni “offendano” e alzino lo scontro con la magistratura, dall’altro la replica che la destra “non è mangia-magistrati”. Intanto Nordio rilancia il tema delle riforme e la discussione si incolla al referendum sulla separazione delle carriere. L’opposizione (Pd in testa) denuncia una “scelta politica” e chiede di abbassare i toni: è qui che nasce la frattura centrale—riforma o delegittimazione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta circolerebbero appunti riservati e una telefonata notturna tra staff per “blindare la linea” prima dell’Aula. Nulla di provato, ma il sospetto avvelena l’aria. Parole chiave: La Russa, magistratura, Nordio, Gratteri, separazione delle carriere.
Mentre lei chiudeva gli scatoloni nel suo ufficio dell’Aquila, sorvegliata da agenti armati, i portoni dorati di Palazzo Madama si aprivano per qualcun altro. Non per lei. Non per il giudice che aveva applicato la legge. Non per la magistrata…
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