“Ma noi possiamo continuare così in questa nazione?”
Non è una domanda retorica. Non è una battuta da talk show.
È una crepa. Piccola, precisa, aperta in diretta davanti a milioni di italiani. E da quella crepa, se ascolti bene, senti uscire qualcosa che la politica italiana raramente ammette in pubblico: la stanchezza di chi governa e non riesce a capire perché il paese non segue.
Giorgia Meloni, ospite di Nicola Porro, parla con il tono di chi ha smesso di recitare la parte. Non c’è il discorso preparato, non c’è la risposta blindata dallo staff. C’è una presidente del Consiglio che, dopo tre anni e mezzo di governo, guarda il paese e dice quello che pensa davvero.
E quello che pensa, quella sera, è più scomodo di qualsiasi attacco dell’opposizione.
🔥 La scena: luci fredde, parole calde
Roma. Studio televisivo. Nicola Porro al centro, con quella sua capacità di far parlare gli ospiti oltre il copione.
Meloni è seduta con la postura di chi è abituata alle telecamere ma quella sera ha deciso di non nascondersi dietro di esse. La giacca, lo sguardo diretto, la voce che ogni tanto si abbassa come quando si dice qualcosa che non si era programmato di dire.
Il tema è il referendum sulla separazione delle carriere. La riforma della giustizia. Il voto che divide il paese.
Ma la presidente del Consiglio, quasi senza accorgersene, scivola su qualcosa di più grande. Qualcosa che non riguarda solo la riforma. Riguarda il paese. Riguarda gli italiani. Riguarda la distanza abissale tra quello che la politica propone e quello che la gente capisce, sceglie, decide.
“Io dico le cose come stanno sul referendum. Gli italiani sono intelligenti, capiscono.”

Pausa.
“Però poi la sinistra ha raccontato un sacco di menzogne e il no addirittura in alcuni sondaggi è in vantaggio.”
Un’altra pausa. Più lunga.
“Com’è possibile? Abbiamo appena detto che agli italiani, se gli dici le cose come stanno, sono intelligenti. Com’è possibile che metà degli italiani siano cascati nelle frottole clamorose che hanno raccontato su questo referendum?”
La domanda rimane nell’aria. Porro la lascia respirare. E in quello spazio, Meloni dice la cosa che nessun leader politico dovrebbe dire in televisione ma che tutti pensano nei corridoi di Palazzo Chigi.
Forse le valutazioni iniziali sul livello medio dell’italiano erano un po’ troppo ottimistiche.
Il peso di tre anni e mezzo
Per capire quella frase, bisogna capire il contesto in cui viene pronunciata.
Giorgia Meloni è da trent’anni in politica. Ha attraversato governi, opposizioni, crisi di partito, campagne elettorali. Ha vinto le elezioni con una maggioranza solida. Ha governato in un periodo di pressioni straordinarie: guerra in Ucraina, crisi energetica, tensioni con Bruxelles, emergenza migranti, riforme costituzionali.
Ha fatto cose che il suo elettorato le chiedeva. Ha fatto cose che il suo elettorato non si aspettava. Ha tenuto la barra dritta su alcune questioni, ha mediato su altre.
E dopo tutto questo, si trova a guardare i sondaggi sul referendum e a non capire.
Non capisce come una riforma che la sinistra stessa aveva sostenuto per anni — la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri — sia diventata improvvisamente un attacco alla Costituzione, un passo verso il regime, una minaccia per la vita degli italiani.
Quella frase sull’aver perso la vita se vince il sì. Pronunciata da un esponente del fronte del no. Rimbalzata sui social, condivisa, creduta.
“Solo a raccontarle ti ribalti in parcheggio dalle risate.”
Ma Meloni non ride. O almeno, non ride davvero. Perché dietro quella battuta c’è qualcosa di più pesante. C’è la consapevolezza che la comunicazione politica in Italia ha raggiunto un livello in cui la verità dei fatti conta meno della forza della narrazione. E che quella consapevolezza, per chi governa cercando di cambiare le cose, è una forma di sconfitta quotidiana.
👀 Il retroscena: la telefonata che nessuno ha confermato
Secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti vicini a Palazzo Chigi, a quanto risulta, nelle ore successive all’intervista da Porro sarebbe partita una discussione interna sulla comunicazione del governo.
La preoccupazione, secondo alcune voci non verificate, non sarebbe stata tanto il contenuto delle dichiarazioni di Meloni — che riflettono una posizione politica chiara e difendibile. Sarebbe stato il tono. Quella sfumatura di sfiducia, di stanchezza, di distanza dagli italiani che potrebbe essere letta come un segnale di debolezza politica.
A quanto risulta, qualcuno nel centrodestra avrebbe suggerito di calibrare meglio il messaggio nelle uscite successive. Di mantenere la critica all’opposizione senza scivolare sulla valutazione del livello degli elettori. Perché in politica, anche quando hai ragione, dire che gli italiani non capiscono è sempre un rischio comunicativo enorme.
Nessuna conferma ufficiale. Nessun documento pubblico. Ma la cautela con cui il governo ha gestito le comunicazioni successive suggerisce che quella discussione, in qualche forma, ci fosse stata.
La tifoseria come sistema politico
C’è una questione che Meloni solleva e che va ben oltre il referendum sulla giustizia.
La questione della politica come tifo sportivo.
“La separazione delle carriere la voleva la sinistra, la voleva Gratteri, la voleva il PD, la voleva il Movimento 5 Stelle. E adesso danno i numeri gridando al regime, alla Costituzione da difendere.”
È un’accusa precisa. Documentabile. Ci sono le dichiarazioni, ci sono i programmi elettorali, ci sono le interviste in cui esponenti dell’attuale opposizione sostenevano esattamente la riforma che oggi combattono.
La risposta dell’opposizione è altrettanto prevedibile: il contesto è cambiato, le garanzie non ci sono, il governo non è affidabile su questo tema.
È lo schema classico della politica italiana. Quello che era giusto ieri diventa sbagliato oggi se lo propone l’avversario. Quello che era sbagliato ieri diventa giusto oggi se lo sostiene la propria parte.
Meloni lo chiama tifoseria. È una parola forte, quasi sprezzante. Ma descrive qualcosa di reale che chiunque abbia seguito la politica italiana negli ultimi vent’anni riconosce immediatamente.
Il problema è che quella tifoseria non è solo dell’opposizione. È un sistema. È il modo in cui la politica italiana funziona da decenni, trasversalmente, indipendentemente da chi governa e chi fa opposizione.
E Meloni, che quella tifoseria la conosce bene — l’ha praticata quando era all’opposizione, la subisce ora che governa — si trova a fare i conti con le sue conseguenze.
La giustizia, Palamara e il paradosso del centrodestra
C’è un passaggio dell’intervista che merita attenzione particolare. Quello su Luca Palamara.
Meloni parla di magistratura politicizzata. Di giudici che lavorano contro il governo invece di applicare la legge. Di una piccola parte della magistratura che ha usato le aule per fare sentenze politiche.
È una critica che il centrodestra porta avanti da anni. È anche una critica che ha una sua base fattuale: il caso Palamara ha rivelato dinamiche interne alla magistratura italiana che hanno scosso profondamente la fiducia nell’indipendenza del sistema giudiziario.
Ma c’è un paradosso che quella stessa vicenda porta con sé. Palamara — l’uomo che secondo le sue stesse rivelazioni aveva orchestrato nomine, carriere e strategie politiche all’interno della magistratura, che aveva complottato contro Salvini, che era diventato il simbolo della corruzione interna al sistema giudiziario — è oggi una voce del centrodestra. Scrive su giornali vicini alla maggioranza. Partecipa a convegni seduto accanto a ministri del governo.
È un paradosso che non sfugge a chi osserva la politica italiana con attenzione. Come può il centrodestra usare Palamara come testimone dell’anomalia della magistratura politicizzata, se Palamara è esattamente il prodotto di quella anomalia?
La risposta politica è semplice: il nemico del mio nemico è mio amico. Palamara ha rivelato cose che il centrodestra voleva che venissero rivelate. Il fatto che le abbia rivelate perché era stato scoperto, non per scelta etica, è un dettaglio che la narrativa politica preferisce non sottolineare.
Ma è un dettaglio che dice molto sul livello del dibattito politico italiano. E che Meloni stessa, sia pure indirettamente, sembra riconoscere quando parla di un paese che ha raggiunto livelli di contraddizione difficili da spiegare.
🕯 Il caso Albania e la magistratura come campo di battaglia

C’è un altro fronte che Meloni apre nell’intervista. Quello dell’immigrazione e dei giudici che liberano migranti con precedenti penali perché hanno chiesto protezione internazionale.
Il riferimento è a una vicenda specifica: un migrante trattenuto in Albania, con un curriculum di reati che la premier definisce tale da lasciare perplessi, liberato perché aveva presentato domanda di protezione internazionale e bisognava aspettare la risposta.
“Si rasenta veramente l’assurdo.”
È una frase che tocca un nervo scoperto dell’opinione pubblica italiana. La percezione — diffusa, trasversale, non solo nell’elettorato di centrodestra — che il sistema giudiziario e il sistema di asilo stiano producendo risultati che il buon senso comune fatica a comprendere.
Ma Meloni va oltre il caso specifico. Suggerisce che dietro queste decisioni non ci sia solo l’applicazione delle norme, ma qualcosa di più organizzato. Una rete. Una strategia. Dai medici che certificano l’impossibilità del rimpatrio fino ai giudici che accolgono i ricorsi.
“C’è tutto un piano sotto, c’è tutta una strategia, c’è tutta una rete sotto.”
È un’affermazione forte. Molto forte. Che il governo non ha mai formalizzato in termini giuridici, che non è stata oggetto di indagini ufficiali concluse, e che rimane — secondo le regole del dibattito politico responsabile — nel campo delle valutazioni politiche, non dei fatti accertati.
Ma è anche un’affermazione che risuona nell’elettorato di centrodestra con la forza di una conferma. Di qualcosa che si sospettava e che finalmente qualcuno dice ad alta voce.
E questo, in politica, vale quanto una prova.
La linea del tempo di una settimana ad alta tensione
Sera, studio televisivo Rete 4 — Meloni ospite di Porro. La frase sul livello degli italiani viene pronunciata. In pochi minuti è già online, tagliata, commentata, condivisa.
Ore successive, social media — Due frame si costruiscono in parallelo. Il centrodestra: Meloni dice la verità, la sinistra mente sul referendum. Il centrosinistra: la premier insulta gli italiani, dimostra arroganza e distacco.
Mattina successiva, redazioni — I quotidiani devono scegliere quale frame amplificare. La scelta editoriale è già una presa di posizione politica.
Ore 10:00, Parlamento — Secondo indiscrezioni, a quanto risulta, alcuni esponenti dell’opposizione starebbero preparando un’interpellanza urgente sulla gestione della comunicazione governativa e sul caso Albania.
Ore 14:00, comunicato di Palazzo Chigi — Il governo ribadisce la propria posizione sulla riforma della giustizia e sulla necessità di un voto referendario informato. Il tono è più istituzionale rispetto all’intervista della sera precedente.
Pomeriggio, talk show — Il tema entra nei programmi di approfondimento. Il dibattito si divide tra chi difende il diritto della premier di esprimere frustrazione e chi la accusa di aver mostrato disprezzo per l’elettorato.
Sera, sondaggi informali — A quanto risulta, le rilevazioni interne dei principali partiti mostrerebbero un’opinione pubblica divisa non tanto sulla riforma della giustizia, ma sul tono dell’intervista. Una parte dell’elettorato moderato avrebbe reagito negativamente alla frase sul livello degli italiani.
Giorni successivi, campagna referendaria — La clip dell’intervista viene usata da entrambi i fronti. Il fronte del sì la usa per mostrare che il governo crede nella riforma. Il fronte del no la usa per mostrare che il governo disprezza chi non è d’accordo.
Fine settimana, comizi e piazze — La temperatura politica sale. Il referendum si avvicina. E la domanda di Meloni — “possiamo continuare così?” — rimane senza risposta.
Governo vs opposizione: chi sta davvero frenando il paese
C’è una domanda che questa vicenda solleva e che nessuno dei due campi vuole rispondere onestamente.
Chi sta davvero frenando il paese?
Il governo sostiene che le riforme — della giustizia, della magistratura, del sistema di asilo — siano necessarie, attese da decenni, sostenute da una maggioranza parlamentare legittima. Che l’opposizione le combatta non nel merito ma per ragioni di pura sopravvivenza politica. Che la disinformazione sulla campagna referendaria sia un atto deliberato di sabotaggio democratico.

L’opposizione sostiene che il governo stia usando le riforme per consolidare il proprio potere, per ridurre l’indipendenza della magistratura, per costruire scudi penali per i propri alleati. Che la fretta con cui si procede sia il segnale di un’agenda nascosta. Che la critica agli italiani che non capiscono riveli un’arroganza di fondo incompatibile con la democrazia.
La risposta onesta è che entrambe le narrative contengono elementi di verità e elementi di strumentalizzazione.
Che la riforma della giustizia ha una sua logica tecnica che merita un dibattito serio. Che la campagna referendaria ha prodotto, da entrambe le parti, affermazioni che non reggono all’analisi dei fatti. Che il sistema politico italiano ha sviluppato una capacità straordinaria di trasformare qualsiasi questione tecnica in uno scontro identitario in cui la verità è la prima vittima.
E che in quel sistema, la frustrazione di Meloni — per quanto politicamente rischiosa da esprimere in pubblico — descrive qualcosa di reale che molti italiani, indipendentemente dall’orientamento politico, riconoscono.
La credibilità come posta in gioco
C’è un ultimo livello di questa vicenda che è forse il più importante sul lungo periodo.
Il livello della credibilità.
Meloni ha costruito la propria identità politica sulla coerenza. Sul dire quello che si pensa, sul mantenere le promesse, sul non cambiare posizione in base ai sondaggi. È una narrativa che ha funzionato elettoralmente e che continua a funzionare con il suo elettorato di base.
Ma quella narrativa ha un costo. Richiede che le parole corrispondano ai fatti. Che le riforme promesse vengano realizzate. Che i risultati siano misurabili.
E quando i risultati non arrivano — o arrivano più lentamente del previsto, o vengono bloccati da una magistratura che il governo considera politicizzata, o vengono sabotati da una campagna di disinformazione che il governo non riesce a contrastare efficacemente — la frustrazione diventa pubblica.
Quella frustrazione, espressa in diretta da Porro, è autentica. È anche politicamente pericolosa. Perché un leader che esprime sfiducia nel proprio paese, anche indirettamente, anche con le migliori intenzioni, rischia di alimentare esattamente il cinismo che dice di voler combattere.
Una sera a Roma. Palazzo Chigi, ore 23:52.
Le luci sono ancora accese in alcuni uffici. Qualcuno sta guardando i dati dei sondaggi. Qualcun altro sta preparando la comunicazione per i giorni successivi.
Secondo indiscrezioni, a quanto risulta, la preoccupazione principale non sarebbe il referendum in sé — che il governo considera una battaglia già vinta sul piano tecnico. Sarebbe la narrativa che si sta costruendo intorno ad esso. Il rischio che la campagna referendaria si trasformi in un test di fiducia nel governo, in cui il merito della riforma venga oscurato dallo scontro identitario.
E soprattutto — la domanda che rimane sospesa, quella che i prossimi mesi porteranno con sé mentre la campagna si intensifica e il clima politico si fa ogni giorno più teso: c’è ancora spazio, in Italia, per un dibattito sulle riforme che rispetti i fatti e la complessità?
O lo scontro permanente ha già consumato quello spazio, lasciando solo la tifoseria da una parte e la frustrazione dall’altra?
“Possiamo continuare così in questa nazione?”
La domanda è rimasta nell’aria. E la risposta, per ora, non è arrivata.
Nota: I contenuti di questo articolo sono stati raccolti e approfonditi a partire da fonti pubbliche, dichiarazioni televisive, analisi e indiscrezioni circolanti. Il materiale è pubblicato esclusivamente a scopo di dibattito e approfondimento. Non si garantisce la veridicità assoluta di ogni singola informazione riportata. Per richieste di rettifica, rimozione o per qualsiasi questione correlata, scrivere a: [email protected]
Parole chiave: Meloni Porro intervista riforma giustizia referendum separazione carriere scontro politico Italia governo opposizione, Giorgia Meloni Palazzo Chigi comunicazione politica frustrazione elettorato fiducia governo centrodestra, riforma giustizia referendum separazione carriere magistratura CSM indipendenza giudici campagna disinformazione, Meloni magistratura Palamara Albania migranti protezione internazionale giustizia politicizzata governo centrodestra, scontro governo opposizione Italia riforme costituzionali tifoseria politica credibilità premier elezioni, Parlamento italiano opposizione centrosinistra M5S PD riforma giustizia voto referendum campagna narrativa politica
News
“MELONI SI COMMUOVE DOPO BELPIETRO: IL CASO ZUNCHEDDU RIAPRE LA GUERRA SULLA GIUSTIZIA—GARANZIE O VENDETTA POLITICA? TRA TOGHE, GOVERNO E OPINIONE PUBBLICA, UNA STORIA DI INNOCENZA DIVENTA ARMA ELETTORALE È un frame che resta addosso: Maurizio Belpietro alza il tono, parla di Beniamino Zuncheddu e dell’ingiusta detenzione che ha sconvolto l’Italia, e Giorgia Meloni—secondo quanto riportato—si dice “molto colpita”, fino a lasciar trapelare emozione. Il tema, però, non è solo umano: è dinamite istituzionale. Perché il caso Zuncheddu diventa subito il simbolo di una battaglia più grande: riforma della giustizia, carcerazione preventiva, responsabilità, fiducia nello Stato. C’è chi vede un dovere morale di cambiare le regole; c’è chi teme una narrazione usata per mettere all’angolo la magistratura. Retroscena: secondo indiscrezioni, a quanto risulta dopo l’intervento sarebbe partita una raffica di telefonate tra staff e parlamentari per trasformare lo choc in agenda—senza prove, ma con una sensazione netta: qualcuno vuole che questa storia diventi “la prova” definitiva. Parole chiave: Meloni, Belpietro, caso Zuncheddu, giustizia, riforma.
Trentatré anni. Da innocente. Una frase che non ha bisogno di aggettivi. Che non ha bisogno di commenti. Che cade nell’aula come una pietra in un pozzo — e il rumore che fa, rimbalzando sulle pareti, è il rumore di…
“PORRO INTERVISTA MELONI SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: “SEPARAZIONE DELLE CARRIERE” O CONTROLLO DEL POTERE? IN TV SI APRE UNA FRATTURA TRA TOGHE, GOVERNO E OPPOSIZIONI—E QUALCUNO PARLA DI UNA NOTTE DI TELEFONATE NERVOSISSIME Studio lucido, domande secche: Nicola Porro incalza Giorgia Meloni a Quarta Repubblica e il tema diventa subito esplosivo—riforma della giustizia, referendum, e soprattutto la “separazione delle carriere”. Meloni la presenta come svolta di garanzia e chiarezza istituzionale; i critici la leggono come terreno scivoloso, dove la fiducia nello Stato rischia di dividersi in due tifoserie. Il punto caldo è il non detto: cambiano gli equilibri tra magistratura e politica, o cambia solo la narrativa? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta sarebbe circolata una scaletta “blindata” e, nella notte prima, ci sarebbe stata una chiamata tra staff per evitare “trappole” su CSM e tempi della riforma—nulla di provato, ma l’atmosfera lo suggerisce. Parole chiave: Porro, Meloni, giustizia, separazione delle carriere, referendum.
“Ci state togliendo un potere di condizionamento al quale non vogliamo rinunciare.” Una frase pronunciata da Giorgia Meloni con la calma di chi ha già vinto l’argomento prima ancora di finire la frase. Con la precisione di chi sa che…
“DEL DEBBIO ACCENDE LA SALA E MELONI SI COMMUOVE: APPLAUSI, SILENZI E UNA FRASE CHE DIVIDE L’ITALIA TRA “POPOLO” E “PROPAGANDA”—IN DIRETTA (O QUASI) IL CONFINE TRA TV E POTERE SI FA PERICOLOSAMENTE SOTTILE È una scena da cinema politico: Paolo Del Debbio prende il microfono, la platea esplode, e Giorgia Meloni—secondo le immagini circolate—si sarebbe commossa. Non è solo un momento emotivo: è un test di forza sul racconto pubblico, dove ogni parola pesa come un voto. Da una parte c’è chi legge l’intervento come “voce del Paese”, dall’altra chi parla di spettacolarizzazione e di giornalismo troppo vicino al potere (critiche che rimbalzano anche sui social). Il punto non detto, ma centrale: chi sta guidando la conversazione—la politica o la televisione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta lo staff avrebbe curato tempi e inquadrature per evitare domande “a imboscata” e massimizzare l’impatto emotivo, senza che questo provi nulla oltre la strategia comunicativa. Parole chiave: Del Debbio, Meloni, Dritto e Rovescio, Mediaset, platea.
“L’imparzialità non è una questione inventata dalla giurisprudenza. È una questione che attiene la nostra natura.” Una frase pronunciata sotto le luci di uno studio televisivo. Con una platea che esplodeva. Con la telecamera che cercava il volto della premier…
“FEDEZ “APRE LE PORTE” A MELONI: IL PULP PODCAST DIVENTA CAMPO DI BATTAGLIA TRA POTERE E POP—REFERENDUM, POLITICA ESTERA E ASSENZE PESANTI (SCHLEIN, CONTE): CHI PARLA AL PAESE E CHI RESTA FUORI DALLA STANZA? Telecamera fissa, tono da confessionale, ma la posta è politica. Giorgia Meloni è ospite del Pulp Podcast di Fedez: un incontro che mescola linguaggio pop e Palazzo, con domande su referendum e scelte di governo, fino al nodo della politica estera e del rapporto con gli USA—tema che, secondo le anticipazioni, arriva sul tavolo senza filtri. Nel retroscena più rumoroso non c’è solo ciò che la premier dice, ma chi non c’è: viene riportato che Elly Schlein avrebbe declinato l’invito e che da Giuseppe Conte non sarebbe arrivata risposta. E così l’intervista diventa uno specchio: dialogo diretto con un pubblico nuovo o operazione di immagine? A quanto risulta, la strategia è semplice e feroce: portare la battaglia culturale fuori dai talk show, dove un rapper può fare le domande che l’Aula evita. Parole chiave: Fedez, Meloni, Pulp Podcast, referendum, politica estera.
“Non si vota sulla Meloni. Si vota sulla giustizia.” Una frase pronunciata in uno studio che non assomiglia a nessuna sala stampa di Palazzo Chigi. Nessun podio istituzionale. Nessuna bandiera italiana sullo sfondo. Solo una telecamera fissa, due microfoni, e…
“MATONE “INARRESTABILE” CONTRO SCHLEIN: IN AULA VOLANO ACCUSE SULLA GIUSTIZIA, E DIETRO LE QUINTE SI APRE UNA GUERRA DI FIDUCIA TRA TOGHE, GOVERNO E PD—CHI DIFENDE I VALORI DELLO STATO E CHI RISCHIA DI PERDERLI? Luci fredde, microfoni accesi: Simonetta Matone alza il tiro e punta dritto su Elly Schlein. Il bersaglio è la riforma della giustizia—e soprattutto la frase-chiave che incendia tutto: “PM sotto l’esecutivo?”. Matone parla di “affermazioni gravissime” e sfida l’opposizione a indicare dove, nei testi e nelle intenzioni, starebbe questo rischio. La tensione cresce, i banchi rumoreggiano, e la Camera diventa un ring di parole. Il conflitto centrale è chiaro: sicurezza istituzionale vs allarme democratico. Secondo indiscrezioni, a quanto risulta nei corridoi si starebbe già preparando la clip “definitiva” per i social, mentre nel PD qualcuno teme un boomerang comunicativo. E c’è un dettaglio che rimbalza sottovoce—una telefonata notturna tra staff, “tenete la linea, domani si va all-in”. Parole chiave: Matone, Schlein, giustizia, PM, Parlamento.
“Elly, per favore, mi indichi qual è il punto specifico delle norme nel quale è scritta questa cosa.” Una frase pronunciata con la calma di chi ha passato quarantuno anni in magistratura. Con la precisione di chi sa che la…
“LA RUSSA NELLA BUFERA: LO SCONTRO CON LA MAGISTRATURA DIVENTA GUERRA DI NARRAZIONI SUL REFERENDUM—TRA GRATTERI, NORDIO E OPPOSIZIONI, IL QUIRINALE DELLA FIDUCIA VACILLA: CHI DIFENDE LO STATO E CHI “FA PROPAGANDA”? A Roma basta una frase per far tremare i palazzi. Ignazio La Russa finisce al centro della tempesta dopo l’ennesimo botta e risposta sulla giustizia: da un lato l’accusa che certi toni “offendano” e alzino lo scontro con la magistratura, dall’altro la replica che la destra “non è mangia-magistrati”. Intanto Nordio rilancia il tema delle riforme e la discussione si incolla al referendum sulla separazione delle carriere. L’opposizione (Pd in testa) denuncia una “scelta politica” e chiede di abbassare i toni: è qui che nasce la frattura centrale—riforma o delegittimazione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta circolerebbero appunti riservati e una telefonata notturna tra staff per “blindare la linea” prima dell’Aula. Nulla di provato, ma il sospetto avvelena l’aria. Parole chiave: La Russa, magistratura, Nordio, Gratteri, separazione delle carriere.
Mentre lei chiudeva gli scatoloni nel suo ufficio dell’Aquila, sorvegliata da agenti armati, i portoni dorati di Palazzo Madama si aprivano per qualcun altro. Non per lei. Non per il giudice che aveva applicato la legge. Non per la magistrata…
End of content
No more pages to load