“Nel 2008 Europa e America erano pari. Oggi l’America vale il 40% più di noi. Quaranta per cento. Non è un errore di calcolo. È il risultato di una civiltà che ha smesso di credere in se stessa.”
Federico Rampini non parla da uno studio televisivo scintillante. Non ha il trucco, non ha le luci calde, non ha il gobbo con le parole già scritte.
Parla da una sala ligure. Con il gelo che si sente attraverso lo schermo. Con quella voce di chi ha girato il mondo abbastanza a lungo da sapere che certe verità non si dicono nei salotti — si dicono nei posti dove nessuno può spegnere il microfono.
E quello che dice, quella mattina, non è un’analisi economica. È un atto d’accusa. Contro un sistema. Contro una classe dirigente. Contro una civiltà che ha scelto la penitenza normativa al posto del progresso, la burocrazia al posto dell’innovazione, la superpotenza erbivora al posto di qualcosa che sapesse difendersi.
La domanda che rimane nell’aria, quella che Rampini lascia sospesa come un coltello sopra la testa di chi ascolta, è questa: chi ha apparecchiato la tavola a nostra insaputa? E chi sta ancora guadagnando dal nostro suicidio assistito?
🔥 Il treno fermo è l’Europa: la metafora che brucia

Rampini arriva in ritardo. Genova-Milano, un’odissea ferroviaria che diventa immediatamente la prima slide di una presentazione che nessuno aveva messo in programma.
Dice che è più facile farsi accogliere da Xi Jinping nel cuore della Città Proibita che trovare un treno regionale puntuale in Italia. Non è una battuta. È una sentenza.
Il treno fermo è l’Europa. Un continente che viaggia a vapore mentre il resto del mondo corre a curvatura quantistica. Un continente che crede di fermare i lupi della geopolitica con i regolamenti sui tappi di plastica attaccati alle bottiglie.
È satira che si scrive da sola. Ma è anche qualcosa di più serio. È la descrizione di un gap che non si misura solo in punti di PIL, ma in mentalità, in priorità, in quella capacità di guardare al futuro che si perde quando si passa troppo tempo a guardare indietro con senso di colpa.
Siamo la superpotenza erbivora. Crediamo che i valori siano sufficienti a proteggerci. Crediamo che il potere morbido funzioni ancora in un mondo in cui il potere duro ha già deciso dove mettere i carri armati.
E mentre crediamo questo, qualcuno sta già apparecchiando la tavola.
Il 1979 e il peccato originale dell’intellighenzia occidentale
Per capire dove siamo oggi, Rampini ci porta indietro. Non al 2008. Al 1979.
L’anno in cui Khomeini prende il potere in Iran. Un sacerdote oscurantista che battezza il suo incubo con una parola occidentale — repubblica — ed entra indisturbato nell’ovile come un lupo con il cartellino agnello bio.
Ma la vera perla, secondo Rampini, non è a Teheran. È a Parigi. Dove Michel Foucault, il filosofo progressista, l’uomo che vedeva la libertà nelle catene altrui, vola in Iran e si innamora perdutamente della teocrazia. La chiama meraviglia.
È il peccato originale dell’intellighenzia occidentale. Il momento in cui abbiamo iniziato a odiare noi stessi, a scusarci per il nostro benessere, ad ammirare chi quel benessere voleva raderlo al suolo.
Da quel momento in poi, la gara al fondamentalismo — Iran contro Arabia Saudita, chi è più puro, chi è più feroce — viene finanziata dai nostri stessi consumi energetici. Paghiamo il petrolio a prezzi folli. Quei soldi tornano in Europa sotto forma di madrasse radicali.
Abbiamo finanziato la nostra stessa demolizione controllata.
È una tesi provocatoria. È una tesi che non tutti condividono. Ma è una tesi che ha il merito di nominare un meccanismo che il dibattito pubblico mainstream raramente affronta con questa chiarezza: la relazione tra la nostra dipendenza energetica e il finanziamento di sistemi che ci sono ostili.
👀 L’8 agosto 2008: quello che Putin ha visto a Pechino
C’è un momento nel racconto di Rampini che è puro cinema. Puro thriller geopolitico.
Pechino, 8 agosto 2008. Lo stadio Nido d’Uccello vibra. Per i cinesi lo 080808 è un talismano, un numero magico per celebrare l’ascesa del dragone. I fuochi d’artificio squarciano il cielo. I leader mondiali sono seduti in tribuna, sorridenti, compatti, nell’illusione della fratellanza olimpica.
Rampini è lì. Osserva.
E mentre le telecamere inquadrano i sorrisi, mentre l’occidente applaude le coreografie millimetriche, Vladimir Putin muove i carri armati. Le truppe russe entrano in Georgia nello stesso istante.
È l’Epifania dei predatori. Putin ha capito tutto. L’occidente è troppo impegnato a specchiarsi nella propria superiorità morale per accorgersi di quello che sta succedendo ai propri confini.
Da quel momento in poi, la strategia è chiara. Vendere gas a prezzi di saldo per decenni. Trasformare l’Europa in tossicodipendente energetica. Illuderla con la parola partner. E nel frattempo, pianificare l’accerchiamento.
Abbiamo abboccato come pesci rossi. Abbiamo demonizzato il nucleare, distrutto il carbone, messo il nostro destino industriale nelle mani di un uomo che stava già pianificando la ricostruzione dell’impero.
Il gap del 40%: il numero che i tecnocrati non vogliono mostrarvi
Torniamo al 2008. L’anno del crack di Wall Street. L’anno in cui Europa e America erano pari — stessa ricchezza, stesso PIL, due titani che si guardavano negli occhi.
Oggi, dopo 16 anni di regolamenti, burocrazia e sensi di colpa, la realtà è un’altra. L’economia americana vale il 40% più della nostra.
Quaranta per cento. È un massacro economico compiuto in tempo di pace.
Mario Draghi lo ha messo nero su bianco nel suo rapporto sullo stato dell’economia europea, consegnato a Ursula von der Leyen. Un’autopsia del nostro fallimento. Mentre noi scrivevamo leggi per tassare tutto ciò che ha un’anima o un motore, l’America creava la Silicon Valley. Mentre noi ci innamoravamo della decrescita infelice, loro dominavano l’intelligenza artificiale.
C’è un segreto dietro questo sorpasso. L’indipendenza energetica.
Mentre l’America trivellava e puntava sullo shale gas, noi ci incatenavamo al gas russo e a sogni verdi impossibili. Oggi un’azienda in Texas paga l’energia un terzo rispetto a un’azienda in Italia.
Ecco dove finisce la competitività. Non è sfortuna. È una scelta strategica di castrazione collettiva.
La linea del tempo di un declino che si costruisce in tempo reale
1979, Teheran e Parigi — Khomeini prende il potere. Foucault lo celebra. Inizia il finanziamento occidentale del fanatismo attraverso la dipendenza petrolifera. È il momento in cui, secondo Rampini, l’intellighenzia occidentale sceglie l’autoflagellazione ideologica.
1999, bombardamenti NATO alla Serbia — L’occidente interviene militarmente per fermare i massacri in Kosovo. L’Italia partecipa senza passare dal Parlamento. È uno degli esempi di incoerenza che il dibattito politico italiano porta ancora con sé come un peso irrisolto.
8 agosto 2008, Pechino — Putin muove i carri armati in Georgia mentre il mondo guarda i fuochi d’artificio olimpici. È, secondo Rampini, l’inizio della fine della globalizzazione felice. Il momento in cui il predatore mostra le zanne per la prima volta.
Settembre 2008, Wall Street — Il crack dei mutui subprime. La recessione più grave dopo la Grande Depressione degli anni Trenta. Ma anche, paradossalmente, l’inizio di una ripartenza americana formidabile che l’Europa non saprà replicare.
2008-2024, il grande divario — Sedici anni in cui l’America accelera e l’Europa tira il freno a mano della burocrazia. Il risultato: un gap del 40% che il rapporto Draghi certifica con la precisione di un referto medico.

7 ottobre 2023, Gaza — Secondo Rampini, non un incidente ma un sabotaggio industriale coordinato. Un colpo sparato per far saltare il banco della modernizzazione del Medio Oriente, per mantenere la regione in fiamme e impedire l’integrazione economica tra il mondo arabo e Israele.
Oggi, Mar Rosso e rotte commerciali — I missili Houthi squarciano il cielo. Le navi devono circumnavigare l’Africa. Ogni deviazione è una tassa occulta sui risparmi degli italiani. I porti di Genova e Trieste rischiano il collasso logistico. E l’Europa si perde in slogan da piazza.
💔 Meloni tra atlantismo e putinismo da salotto: l’equilibrista sul filo
In questo teatro dell’assurdo, Rampini individua un ruolo preciso per Giorgia Meloni. Non quello dell’eroina, non quello della villain. Quello dell’equilibrista.
Deve mantenere un atlantismo di ferro per non far scappare gli investitori internazionali. Deve difendere le rotte commerciali nel Mediterraneo perché senza quelle rotte l’economia italiana va in arresto cardiaco. Deve rispondere alle pressioni di Bruxelles senza perdere il consenso di quella parte dell’elettorato che vede nell’Europa il problema, non la soluzione.
E deve farlo mentre combatte il putinismo da salotto che inquina il dibattito pubblico italiano. Quel fascino del despota, quell’illusione che un uomo forte possa risolvere i problemi che noi non affrontiamo con la produttività e il merito.
È una posizione scomoda. È una posizione che richiede una disciplina comunicativa enorme, perché qualsiasi passo falso in una direzione viene immediatamente usato come arma dall’altra parte.
Secondo indiscrezioni che circolano negli ambienti diplomatici e parlamentari, a quanto risulta nelle settimane più tese del confronto con Bruxelles si sarebbe attivata una rete di contatti informali tra Roma e la Commissione Europea per evitare una rottura pubblica su PNRR, conti pubblici e immigrazione.
A quanto risulta, l’obiettivo di queste conversazioni — la cui esistenza non è verificabile da fonti indipendenti — sarebbe stato quello di ottenere concessioni “senza foto”, senza cioè che il governo italiano dovesse mostrarsi pubblicamente in una posizione di cedimento rispetto alle richieste europee.
Secondo alcune voci non verificate, alcune di queste conversazioni si sarebbero tenute nelle ore notturne, con la consapevolezza che qualsiasi dichiarazione pubblica avrebbe complicato le trattative invece di facilitarle.
Nessun audio confermato. Nessun dossier verificabile. Ma la coerenza della comunicazione governativa — che alterna toni duri verso Bruxelles in pubblico con risultati che suggeriscono un dialogo più costruttivo in privato — suggerisce che quella strategia di pressione silenziosa esista e funzioni.
MBS e il pragmatismo che spezza gli schemi della sinistra
C’è un passaggio del racconto di Rampini che è quasi divertente nella sua precisione satirica. Il passaggio su Mohammed bin Salman.
MBS, il despota moderno. L’uomo che Rampini smonta con precisione chirurgica: non è fede, è calcolo. MBS ha capito una verità che i nostri salotti ignorano. La jihad non paga dividendi. Il fanatismo non produce interessi nel lungo periodo.
Quindi cambia lo spartito. Trasforma l’Arabia Saudita in una spa globale. Le donne guidano, le donne lavorano. La laicità non è un valore morale — è un asset finanziario. È il bollino necessario per attirare i capitali della Silicon Valley e dei fondi sovrani.
E la sinistra europea va in corto circuito. Un cattivo che produce progresso reale è un insulto al loro moralismo da talk show. Il loro schema mentale non riesce a gestire la contraddizione: come si fa a criticare qualcuno che sta facendo quello che si è sempre detto dovesse fare, ma lo fa per le ragioni sbagliate?
Il disgelo con Israele non è una missione di pace. È puro business. È una strategia di difesa per proteggere i flussi di capitale contro l’egemonia dell’Iran. È il trionfo del pragmatismo sui sensi di colpa postcoloniali.
È un argomento che disturba molti. Ma è un argomento che ha una sua coerenza interna che è difficile da contestare nel merito senza ammettere che il moralismo da talk show ha i suoi limiti come strumento di analisi geopolitica.
Singapore contro la Libia: la lezione che nessuno vuole imparare

C’è un confronto nel racconto di Rampini che è brutale nella sua semplicità. Singapore contro la Libia.
Singapore, ex colonia britannica. Non ha passato 50 anni a piangere il colonialismo. Ha preso la scienza occidentale, la tecnica occidentale, il mercato occidentale. Risultato: oggi è un colosso finanziario.
La Libia invece è un cumulo di macerie governato da bande armate.
La differenza non è il colonialismo. La differenza è la strategia. La differenza è tra chi ha scelto di usare gli strumenti disponibili per costruire il proprio futuro e chi ha scelto di usare il passato come giustificazione per non costruirlo.
In Europa, invece, abbiamo trasformato il bilancio dello Stato in un confessionale laico. Espiamo i nostri peccati attraverso tasse sempre più alte e servizi sempre più scadenti. È un trasferimento di ricchezza dai cittadini alla burocrazia improduttiva.
E mentre ci autoflagelliamo, l’asse Cina-Russia-Iran osserva il nostro debito pubblico e sorride. Sanno che ogni punto di spread in più è una catena che ci lega alla loro volontà. Sanno che se smettiamo di produrre innovazione diventeremo solo consumatori di prodotti altrui.
La domanda che nessuno vuole fare: la povertà programmata
C’è un passaggio del discorso di Rampini che è il più provocatorio, quello che divide più nettamente chi lo ascolta tra chi annuisce e chi si indigna.
La domanda: questa povertà programmata non è in realtà lo strumento perfetto per rendere i cittadini più obbedienti?
Un popolo povero è un popolo che non protesta. È un popolo che implora il sussidio, che accetta il bonus, che china la testa davanti alla prossima manovra di bilancio.
È una tesi che Rampini non afferma come certezza. La pone come domanda. Ma è una domanda che, una volta sentita, è difficile da ignorare. Perché il meccanismo che descrive — la dipendenza economica come strumento di controllo sociale — è un meccanismo che la storia conosce bene, in contesti molto diversi tra loro.
Non è un’accusa a un governo specifico. È una descrizione di una dinamica strutturale che attraversa decenni e schieramenti politici. Ed è esattamente il tipo di domanda che il dibattito pubblico mainstream raramente si pone, perché le risposte sono scomode per tutti.
Una sera a Roma. Palazzo Chigi, ore 23:08.
Le luci sono ancora accese. Fuori, la piazza è silenziosa. Dentro, secondo indiscrezioni, si starebbe ancora discutendo di come posizionare l’Italia nel confronto con Bruxelles sulle prossime scadenze del PNRR, sull’immigrazione, sui conti pubblici che devono tornare nei parametri europei.
A quanto risulta, la preoccupazione principale non sarebbe tanto il confronto tecnico con la Commissione — su cui i margini di negoziazione esistono e vengono usati. Sarebbe la narrativa. Il rischio che il frame del governo che cede all’Europa si consolidi nell’opinione pubblica prima che i risultati concreti della negoziazione possano essere comunicati.
Secondo alcune voci, si starebbe valutando come usare il dibattito sull’analisi di Rampini — e più in generale sul gap del 40% con gli Stati Uniti, sul rapporto Draghi, sulla dipendenza energetica — per spostare la conversazione pubblica dal piano delle critiche al governo al piano della diagnosi strutturale dell’Europa.
È una mossa comunicativa sofisticata. Se funziona, trasforma il governo da imputato a medico. Da chi deve rispondere delle proprie scelte a chi ha il coraggio di dire quello che i tecnocrati di Bruxelles non vogliono sentire.
Se non funziona, diventa l’ennesimo esempio di quello che l’opposizione chiama teatro per gli elettori.
La domanda che rimane aperta, quella che le prossime settimane porteranno con sé mentre i dati economici arrivano e i confronti con Bruxelles si intensificano, è questa: il gap del 40% con gli Stati Uniti è il risultato di scelte sbagliate che questo governo sta correggendo, o è il risultato di scelte strutturali che nessun governo ha il coraggio di affrontare davvero?
E soprattutto — quella catena di telefonate notturne tra Roma e Bruxelles che secondo indiscrezioni starebbe cercando di ottenere concessioni senza foto, sta producendo risultati? O il sipario calerà prima che qualcuno riesca a rispondere?
Nota: I contenuti di questo articolo sono stati raccolti e approfonditi a partire da fonti pubbliche, dichiarazioni, analisi e indiscrezioni circolanti. Il materiale è pubblicato esclusivamente a scopo di dibattito e approfondimento. Non si garantisce la veridicità assoluta di ogni singola informazione riportata. Per richieste di rettifica, rimozione o per qualsiasi questione correlata, scrivere a: [email protected]
Parole chiave: Rampini Europa superpotenza erbivora gap 40% America PIL economia declino Draghi rapporto, Meloni Bruxelles PNRR conti pubblici strategia pressione sovranità atlantismo confronto UE, dipendenza energetica Russia gas shale America competitività industria italiana costo energia Texas, Putin Georgia 2008 Pechino olimpiadi geopolitica predatori carnivori accerchiamento Europa, Mar Rosso Houthi rotte commerciali porti Genova Trieste logistica economia italiana crisi, burocrazia europea regolamenti innovazione Silicon Valley intelligenza artificiale competitività declino industriale
News
“MELONI SI COMMUOVE DOPO BELPIETRO: IL CASO ZUNCHEDDU RIAPRE LA GUERRA SULLA GIUSTIZIA—GARANZIE O VENDETTA POLITICA? TRA TOGHE, GOVERNO E OPINIONE PUBBLICA, UNA STORIA DI INNOCENZA DIVENTA ARMA ELETTORALE È un frame che resta addosso: Maurizio Belpietro alza il tono, parla di Beniamino Zuncheddu e dell’ingiusta detenzione che ha sconvolto l’Italia, e Giorgia Meloni—secondo quanto riportato—si dice “molto colpita”, fino a lasciar trapelare emozione. Il tema, però, non è solo umano: è dinamite istituzionale. Perché il caso Zuncheddu diventa subito il simbolo di una battaglia più grande: riforma della giustizia, carcerazione preventiva, responsabilità, fiducia nello Stato. C’è chi vede un dovere morale di cambiare le regole; c’è chi teme una narrazione usata per mettere all’angolo la magistratura. Retroscena: secondo indiscrezioni, a quanto risulta dopo l’intervento sarebbe partita una raffica di telefonate tra staff e parlamentari per trasformare lo choc in agenda—senza prove, ma con una sensazione netta: qualcuno vuole che questa storia diventi “la prova” definitiva. Parole chiave: Meloni, Belpietro, caso Zuncheddu, giustizia, riforma.
Trentatré anni. Da innocente. Una frase che non ha bisogno di aggettivi. Che non ha bisogno di commenti. Che cade nell’aula come una pietra in un pozzo — e il rumore che fa, rimbalzando sulle pareti, è il rumore di…
“PORRO INTERVISTA MELONI SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: “SEPARAZIONE DELLE CARRIERE” O CONTROLLO DEL POTERE? IN TV SI APRE UNA FRATTURA TRA TOGHE, GOVERNO E OPPOSIZIONI—E QUALCUNO PARLA DI UNA NOTTE DI TELEFONATE NERVOSISSIME Studio lucido, domande secche: Nicola Porro incalza Giorgia Meloni a Quarta Repubblica e il tema diventa subito esplosivo—riforma della giustizia, referendum, e soprattutto la “separazione delle carriere”. Meloni la presenta come svolta di garanzia e chiarezza istituzionale; i critici la leggono come terreno scivoloso, dove la fiducia nello Stato rischia di dividersi in due tifoserie. Il punto caldo è il non detto: cambiano gli equilibri tra magistratura e politica, o cambia solo la narrativa? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta sarebbe circolata una scaletta “blindata” e, nella notte prima, ci sarebbe stata una chiamata tra staff per evitare “trappole” su CSM e tempi della riforma—nulla di provato, ma l’atmosfera lo suggerisce. Parole chiave: Porro, Meloni, giustizia, separazione delle carriere, referendum.
“Ci state togliendo un potere di condizionamento al quale non vogliamo rinunciare.” Una frase pronunciata da Giorgia Meloni con la calma di chi ha già vinto l’argomento prima ancora di finire la frase. Con la precisione di chi sa che…
“DEL DEBBIO ACCENDE LA SALA E MELONI SI COMMUOVE: APPLAUSI, SILENZI E UNA FRASE CHE DIVIDE L’ITALIA TRA “POPOLO” E “PROPAGANDA”—IN DIRETTA (O QUASI) IL CONFINE TRA TV E POTERE SI FA PERICOLOSAMENTE SOTTILE È una scena da cinema politico: Paolo Del Debbio prende il microfono, la platea esplode, e Giorgia Meloni—secondo le immagini circolate—si sarebbe commossa. Non è solo un momento emotivo: è un test di forza sul racconto pubblico, dove ogni parola pesa come un voto. Da una parte c’è chi legge l’intervento come “voce del Paese”, dall’altra chi parla di spettacolarizzazione e di giornalismo troppo vicino al potere (critiche che rimbalzano anche sui social). Il punto non detto, ma centrale: chi sta guidando la conversazione—la politica o la televisione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta lo staff avrebbe curato tempi e inquadrature per evitare domande “a imboscata” e massimizzare l’impatto emotivo, senza che questo provi nulla oltre la strategia comunicativa. Parole chiave: Del Debbio, Meloni, Dritto e Rovescio, Mediaset, platea.
“L’imparzialità non è una questione inventata dalla giurisprudenza. È una questione che attiene la nostra natura.” Una frase pronunciata sotto le luci di uno studio televisivo. Con una platea che esplodeva. Con la telecamera che cercava il volto della premier…
“FEDEZ “APRE LE PORTE” A MELONI: IL PULP PODCAST DIVENTA CAMPO DI BATTAGLIA TRA POTERE E POP—REFERENDUM, POLITICA ESTERA E ASSENZE PESANTI (SCHLEIN, CONTE): CHI PARLA AL PAESE E CHI RESTA FUORI DALLA STANZA? Telecamera fissa, tono da confessionale, ma la posta è politica. Giorgia Meloni è ospite del Pulp Podcast di Fedez: un incontro che mescola linguaggio pop e Palazzo, con domande su referendum e scelte di governo, fino al nodo della politica estera e del rapporto con gli USA—tema che, secondo le anticipazioni, arriva sul tavolo senza filtri. Nel retroscena più rumoroso non c’è solo ciò che la premier dice, ma chi non c’è: viene riportato che Elly Schlein avrebbe declinato l’invito e che da Giuseppe Conte non sarebbe arrivata risposta. E così l’intervista diventa uno specchio: dialogo diretto con un pubblico nuovo o operazione di immagine? A quanto risulta, la strategia è semplice e feroce: portare la battaglia culturale fuori dai talk show, dove un rapper può fare le domande che l’Aula evita. Parole chiave: Fedez, Meloni, Pulp Podcast, referendum, politica estera.
“Non si vota sulla Meloni. Si vota sulla giustizia.” Una frase pronunciata in uno studio che non assomiglia a nessuna sala stampa di Palazzo Chigi. Nessun podio istituzionale. Nessuna bandiera italiana sullo sfondo. Solo una telecamera fissa, due microfoni, e…
“MATONE “INARRESTABILE” CONTRO SCHLEIN: IN AULA VOLANO ACCUSE SULLA GIUSTIZIA, E DIETRO LE QUINTE SI APRE UNA GUERRA DI FIDUCIA TRA TOGHE, GOVERNO E PD—CHI DIFENDE I VALORI DELLO STATO E CHI RISCHIA DI PERDERLI? Luci fredde, microfoni accesi: Simonetta Matone alza il tiro e punta dritto su Elly Schlein. Il bersaglio è la riforma della giustizia—e soprattutto la frase-chiave che incendia tutto: “PM sotto l’esecutivo?”. Matone parla di “affermazioni gravissime” e sfida l’opposizione a indicare dove, nei testi e nelle intenzioni, starebbe questo rischio. La tensione cresce, i banchi rumoreggiano, e la Camera diventa un ring di parole. Il conflitto centrale è chiaro: sicurezza istituzionale vs allarme democratico. Secondo indiscrezioni, a quanto risulta nei corridoi si starebbe già preparando la clip “definitiva” per i social, mentre nel PD qualcuno teme un boomerang comunicativo. E c’è un dettaglio che rimbalza sottovoce—una telefonata notturna tra staff, “tenete la linea, domani si va all-in”. Parole chiave: Matone, Schlein, giustizia, PM, Parlamento.
“Elly, per favore, mi indichi qual è il punto specifico delle norme nel quale è scritta questa cosa.” Una frase pronunciata con la calma di chi ha passato quarantuno anni in magistratura. Con la precisione di chi sa che la…
“LA RUSSA NELLA BUFERA: LO SCONTRO CON LA MAGISTRATURA DIVENTA GUERRA DI NARRAZIONI SUL REFERENDUM—TRA GRATTERI, NORDIO E OPPOSIZIONI, IL QUIRINALE DELLA FIDUCIA VACILLA: CHI DIFENDE LO STATO E CHI “FA PROPAGANDA”? A Roma basta una frase per far tremare i palazzi. Ignazio La Russa finisce al centro della tempesta dopo l’ennesimo botta e risposta sulla giustizia: da un lato l’accusa che certi toni “offendano” e alzino lo scontro con la magistratura, dall’altro la replica che la destra “non è mangia-magistrati”. Intanto Nordio rilancia il tema delle riforme e la discussione si incolla al referendum sulla separazione delle carriere. L’opposizione (Pd in testa) denuncia una “scelta politica” e chiede di abbassare i toni: è qui che nasce la frattura centrale—riforma o delegittimazione? Secondo indiscrezioni, a quanto risulta circolerebbero appunti riservati e una telefonata notturna tra staff per “blindare la linea” prima dell’Aula. Nulla di provato, ma il sospetto avvelena l’aria. Parole chiave: La Russa, magistratura, Nordio, Gratteri, separazione delle carriere.
Mentre lei chiudeva gli scatoloni nel suo ufficio dell’Aquila, sorvegliata da agenti armati, i portoni dorati di Palazzo Madama si aprivano per qualcun altro. Non per lei. Non per il giudice che aveva applicato la legge. Non per la magistrata…
End of content
No more pages to load