UNA SERIE ASCOLTA LE ULTIME PAROLE DELLE CELEBRITÀ: NON SOLO ADDII — MA CONFESSIONI, FEDE E FAMIGLIA IN GUERRA 🕯👀

“L’ultima cosa che una persona famosa lascia al mondo non è mai quello che il mondo si aspetta di sentire.”

C’è un momento preciso in cui una persona smette di recitare. Smette di sorridere per le fotografie. Smette di scegliere le parole con cura, di pensare all’immagine, alla carriera, a quello che gli altri diranno. C’è un momento in cui tutto quello che hai costruito — la fama, il personaggio, la maschera — non conta più niente. E quello che rimane è solo una persona. Con le sue paure. Con i suoi rimpianti. Con le cose che non ha mai detto e che adesso, forse per la prima volta, sente il bisogno di dire.

Famous Last Words è una serie Netflix che esiste proprio per catturare quel momento.

E da quando è uscita — con appena due episodi, in un silenzio mediatico che poi è esploso in una conversazione globale — ha diviso il mondo in due. C’è chi la considera uno dei progetti televisivi più coraggiosi e umani degli ultimi anni. E c’è chi la considera qualcosa di profondamente sbagliato, una spettacolarizzazione della morte, un modo cinico di sfruttare la vulnerabilità umana nel momento in cui è più esposta, più fragile, più vera.

Ma la verità — come sempre — è molto più complicata di così.

E per capirla davvero, bisogna partire dall’inizio. Bisogna capire cosa succede quando una telecamera entra in una stanza dove qualcuno sta morendo. Bisogna capire cosa succede quando quella persona è famosa. Bisogna capire cosa succede quando le ultime parole non sono solo parole — ma confessioni, accuse, perdoni, segreti che qualcuno avrebbe preferito non sentire mai.

Bisogna capire cosa succede quando l’ultima parola non è quella detta davanti a tutti.

Ma quella sussurrata al telefono, a mezzanotte, e mai trascritta.

IL FORMAT: UN’IDEA DANESE CHE HA CAMBIATO LE REGOLE

Il format Famous Last Words non nasce negli Stati Uniti. Nasce in Danimarca, nel 2020, in un Paese che ha un rapporto con la morte profondamente diverso da quello americano o italiano. Un Paese dove la morte non è un tabù da nascondere sotto il tappeto, ma qualcosa che si affronta, si nomina, si racconta. Un Paese dove l’idea di lasciare un ultimo messaggio al mondo, registrato e trasmesso dopo la propria scomparsa, non sembra morbosa. Sembra umana.

Il concetto è semplice nella sua struttura, ma devastante nella sua esecuzione. Persone famose, consapevoli di avere i giorni contati, accettano di essere intervistate. L’intervista viene registrata. E viene trasmessa soltanto dopo la loro morte. Non prima. Non durante. Solo dopo. Quando quella persona non c’è più. Quando quelle parole diventano davvero le ultime.

L’anno scorso Netflix ha acquistato il format per realizzarne una versione americana. E da quel momento, tutto è cambiato.

Perché il pubblico americano — e con lui quello globale, quello italiano, quello di tutto il mondo occidentale — non è abituato a questo. Non è abituato a vedere la morte in faccia. Non è abituato a sentire qualcuno che sa di stare per morire parlare di sé, della propria vita, delle proprie paure, delle proprie speranze, con quella calma che solo chi ha già attraversato il confine tra l’accettazione e il terrore riesce ad avere.

Ad oggi sono usciti due episodi. Il primo con Jane Goodall, la scienziata, primatologa, ambientalista, una delle voci più importanti del Novecento. Il secondo — quello di cui si è parlato di più, quello che ha scatenato il dibattito globale — con Eric Daye, attore che ha a lungo sofferto di SLA, la sclerosi laterale amiotrofica, e che è morto il 19 febbraio scorso a 53 anni, pochi giorni prima che l’episodio uscisse sulla piattaforma.

Due episodi. Milioni di visualizzazioni. Una conversazione che non si è ancora fermata.

E una domanda che nessuno riesce ancora a rispondere in modo definitivo: è giusto fare una cosa del genere?

ERIC DAYE: UN UOMO, UNA MALATTIA, UN MESSAGGIO

Per capire perché Famous Last Words ha colpito così forte, bisogna capire chi era Eric Daye. Non il personaggio pubblico. Non l’attore. L’uomo.

Eric Daye aveva 53 anni. Aveva vissuto la sua vita davanti alle telecamere, come fanno tutti gli attori — con quella strana dualità di essere sempre visti e mai davvero conosciuti. Aveva una carriera. Aveva una famiglia. Aveva delle figlie. E aveva una malattia che lo stava consumando dall’interno, lentamente, inesorabilmente, con quella crudeltà silenziosa che è propria della SLA.

La sclerosi laterale amiotrofica è una malattia neurodegenerativa che colpisce i neuroni motori, quelli che controllano i muscoli volontari. Con il progredire della malattia, i muscoli si indeboliscono, si atrofizzano, smettono di rispondere. Il corpo diventa una prigione. La mente rimane intatta — lucida, presente, consapevole di tutto quello che sta succedendo — mentre il corpo si spegne pezzo per pezzo. È una delle malattie più crudeli che esistano, proprio per questa ragione. Non ti toglie la mente. Ti toglie tutto il resto.

Eric Daye sapeva questo. Lo sapeva da quando aveva ricevuto la diagnosi. Lo sapeva ogni mattina quando si svegliava e misurava quanto aveva perso rispetto al giorno prima. E ha deciso di fare qualcosa con questa consapevolezza. Ha deciso di non sprecarla. Ha deciso di trasformarla in qualcosa che potesse sopravvivergli.

Ha deciso di parlare.

Nell’episodio di Famous Last Words, Eric Daye fa qualcosa che pochissime persone famose hanno mai fatto. Si siede davanti a una telecamera e smette di essere un attore. Smette di recitare. Smette di scegliere le parole per come suonano. E parla. Parla della malattia, del dolore, della paura. Parla di quello che significa sapere che stai morendo e non poterlo fermare. Parla di quello che vuole lasciare al mondo.

Ma soprattutto — e questa è la cosa che ha commosso milioni di persone — parla alle sue figlie. Si rivolge a loro direttamente. Le guarda attraverso la telecamera come se le stesse guardando negli occhi. E dice loro le cose che i padri non dicono mai abbastanza. Le cose che si danno per scontate e che invece non lo sono mai. Le cose che, una volta che una persona se ne va, diventano le più preziose di tutte.

Questo è il cuore di Famous Last Words. Non la morte. Non la malattia. Non la fama. Il cuore è questo: un padre che parla alle sue figlie sapendo che non le vedrà crescere. Un uomo che usa gli ultimi giorni della sua vita per lasciare qualcosa che durerà.

E questo — questa cosa semplicissima e devastante — è quello che ha diviso il mondo.

IL DIBATTITO: TRA UMANITÀ E SPETTACOLO

Da un lato ci sono quelli che vedono Famous Last Words come qualcosa di profondamente umano. Come un atto di coraggio. Come un regalo. Eric Daye non è stato costretto a partecipare. Ha scelto di farlo. Ha scelto di condividere il suo dolore, la sua consapevolezza, con un pubblico potenzialmente globale. Ha scelto di trasformare la sua morte in qualcosa che potesse aiutare altri — altri malati, altri padri, altri figli che stanno perdendo qualcuno.

Questa scelta, secondo molti, merita rispetto. Merita di essere ascoltata. Merita di essere trasmessa.

Dall’altro lato ci sono quelli che vedono Famous Last Words come qualcosa di profondamente sbagliato. Come uno sfruttamento. Come una forma di voyeurismo mascherato da compassione. L’idea di intervistare delle persone che sono alla fine dei loro giorni, di registrare quelle interviste, di trasmetterle dopo la loro morte su una piattaforma di streaming globale — per molti questo è un modo cinico di sfruttare l’attrazione naturale che c’è nelle persone nei confronti del tema della morte.

E questa attrazione esiste. È reale. Non è qualcosa di cui vergognarsi, ma è qualcosa che bisogna riconoscere. Siamo attratti dalla morte perché ne abbiamo paura. Perché non la capiamo. Perché è l’unica cosa che non possiamo controllare, l’unica cosa che non possiamo evitare, l’unica cosa che accomuna ogni essere umano che sia mai vissuto. E quando qualcuno ci mostra come si affronta — quando qualcuno ci permette di guardare dentro quel momento — c’è qualcosa in noi che vuole guardare.

La domanda è: è giusto guardare? È giusto trasmettere? È giusto monetizzare?

Non c’è una risposta semplice. E forse non c’è una risposta unica.

Ma c’è qualcosa che vale la pena notare. Nell’episodio di Eric Daye, gli ultimi minuti sono i più potenti. Sono quelli in cui l’intervistatore esce dalla stanza. In cui la telecamera rimane accesa. In cui Eric Daye resta solo, guarda l’obiettivo, e registra un ultimo messaggio. Solo lui. Solo la telecamera. Solo le sue parole.

Nessuna domanda. Nessun conduttore. Nessuna struttura. Solo un uomo che dice le ultime cose che vuole dire al mondo.

E in quel momento, qualsiasi dibattito sull’etica del format sembra secondario. Perché quello che si vede è qualcosa di così vero, così nudo, così essenziale, che è impossibile non sentirsi cambiati da esso.

LA MACCHINA DIETRO LE ULTIME PAROLE: CHI DECIDE COSA RIMANE

Ma c’è un lato di questa storia che il dibattito pubblico tende a ignorare. Un lato che è meno commovente, meno poetico, meno cinematografico. Un lato che riguarda non le persone che parlano, ma le persone che decidono cosa fare con quelle parole.

Perché tra il momento in cui qualcuno si siede davanti a una telecamera e dice le sue ultime parole, e il momento in cui quelle parole arrivano al pubblico su Netflix, c’è una macchina enorme. Ci sono produttori, editor, avvocati, manager, agenti. Ci sono decisioni su cosa includere e cosa tagliare. Ci sono negoziazioni su cosa può essere detto e cosa non può essere detto. Ci sono contratti firmati in momenti di vulnerabilità estrema, da persone che sapevano di stare per morire e che forse non erano nella condizione migliore per valutare le implicazioni di quello che stavano firmando.

E secondo alcune ricostruzioni — non confermate ufficialmente, ma circolate negli ambienti dell’industria televisiva americana — non tutte queste ultime dichiarazioni sarebbero arrivate integre al pubblico. Qualcosa, a quanto risulta, sarebbe stato tagliato. Qualcosa sarebbe stato modificato. Qualcosa sarebbe stato spostato, ricontestualizzato, presentato in modo diverso da come era stato detto originariamente.

Un nome, forse. Un orario. Una frase che puntava in una direzione scomoda.

Non lo sappiamo con certezza. Non ci sono prove definitive. Ma la domanda rimane: quando una persona famosa dice le sue ultime parole davanti a una telecamera, chi controlla davvero quello che arriva al pubblico? Chi decide cosa è “appropriato” trasmettere e cosa non lo è? Chi ha il potere di proteggere — o di seppellire — quello che viene detto in quella stanza?

E soprattutto: se qualcuno avesse detto qualcosa di scomodo — un nome, un tradimento, un segreto che qualcuno avrebbe preferito non sentire — sarebbe arrivato al pubblico? O sarebbe rimasto in una sala di montaggio, tagliato via, come se non fosse mai stato detto?

Questa è la domanda che nessuno sta facendo abbastanza ad alta voce.

IL MANAGER CHE “NON SAPEVA”: IL POTERE NELL’INDUSTRIA DELLO SPETTACOLO

Per capire questa domanda, bisogna capire come funziona l’industria dello spettacolo. Bisogna capire il ruolo dei manager, degli agenti, dei produttori esecutivi. Bisogna capire chi ha il controllo sulla narrativa di una persona famosa — non solo in vita, ma anche dopo la morte.

Quando una persona famosa muore, la sua eredità non appartiene solo alla sua famiglia. Appartiene a un sistema. Un sistema fatto di contratti, di diritti, di accordi commerciali, di interessi economici che continuano a esistere anche quando la persona non c’è più. I manager continuano a gestire i diritti. Le case discografiche continuano a pubblicare musica. Le case di produzione continuano a distribuire film. E le piattaforme di streaming continuano a trasmettere contenuti.

In questo sistema, le ultime parole di una persona famosa non sono solo un atto umano. Sono un prodotto. Sono un contenuto. Sono qualcosa che ha un valore economico, un valore di marketing, un valore narrativo che va gestito con cura.

E quando quel contenuto include qualcosa di scomodo — una critica, un’accusa, un segreto — la pressione per modificarlo, attenuarlo, eliminarlo è enorme.

Secondo alcune fonti vicine all’industria televisiva americana, nel caso di Famous Last Words ci sarebbero stati momenti di tensione durante la fase di produzione e montaggio. Momenti in cui alcune persone — non si sa chi, non si sa con quale ruolo preciso — avrebbero espresso preoccupazioni su determinati contenuti. Momenti in cui la parola “protezione” sarebbe stata usata per descrivere quello che altri avrebbero chiamato “controllo”.

Non sappiamo cosa contenessero questi momenti di tensione. Non sappiamo cosa sia stato detto e cosa sia stato tagliato. Non sappiamo se le versioni finali degli episodi riflettano fedelmente quello che è stato registrato in quella stanza.

Ma sappiamo una cosa: quando qualcuno muore, non può più difendere le proprie parole. Non può più correggere le interpretazioni. Non può più dire: no, non intendevo quello. Non può più rivendicare il controllo sulla propria narrativa.

E questo — questa vulnerabilità assoluta e definitiva — è forse la cosa più inquietante di tutto il dibattito su Famous Last Words.

JANE GOODALL: QUANDO LA SCIENZA INCONTRA LA MORTE

Il primo episodio di Famous Last Words è con Jane Goodall. Novantuno anni, una vita dedicata allo studio degli scimpanzé, alla difesa dell’ambiente, alla lotta per un futuro migliore per il pianeta. Una donna che ha trascorso decenni nella foresta, lontana dalla civiltà, a osservare e a capire. Una donna che ha visto cose che pochi esseri umani hanno visto. E che ha pensato cose che pochi esseri umani hanno pensato.

Nell’episodio, Jane Goodall parla con quella calma che viene dall’aver vissuto abbastanza a lungo da non avere più paura di niente. Parla della morte come di qualcosa di naturale, di inevitabile, di parte del ciclo della vita che ha osservato per tutta la sua esistenza. Parla della speranza — quella parola che è diventata il titolo di uno dei suoi libri più famosi — come di qualcosa che non si perde mai, nemmeno di fronte alla fine.

Ma parla anche di qualcosa di più personale. Di quello che lascia. Di quello che spera che il mondo faccia con quello che ha costruito. Di quello che teme che il mondo non faccia. E in questi momenti, la scienziata scompare e rimane solo la donna. La madre. La nonna. La persona che ha amato e che ha perso e che ha continuato ad andare avanti.

L’episodio di Jane Goodall è meno drammatico di quello di Eric Daye. È più sereno, più riflessivo, più distante dalla morte immediata. Ma ha qualcosa che l’episodio di Eric Daye non ha: la prospettiva di una vita intera. La prospettiva di qualcuno che ha visto abbastanza da poter dire, con genuina convinzione, che ne valeva la pena.

E questa prospettiva — questa serenità guadagnata attraverso decenni di esperienza, di perdita, di bellezza, di dolore — è forse la cosa più preziosa che Famous Last Words possa offrire. Non la morte. Non la malattia. Ma la vita. Il senso della vita. Il significato di quello che facciamo e di quello che lasciamo.

LA FAMIGLIA IN GUERRA: QUANDO LE ULTIME PAROLE DIVENTANO UN CAMPO DI BATTAGLIA

Ma c’è un aspetto di Famous Last Words che il dibattito pubblico ha quasi completamente ignorato. Un aspetto che riguarda non le persone che parlano, ma le persone che ascoltano. Le famiglie. I figli. I fratelli. I genitori. Tutte le persone che amavano quella persona famosa e che ora devono fare i conti con il fatto che le sue ultime parole sono state dette davanti a una telecamera, per un pubblico globale, su una piattaforma di streaming.

Perché le ultime parole non sono mai solo per chi le dice. Sono per chi le riceve. E quando quelle parole vengono trasmesse a milioni di persone, il confine tra privato e pubblico — un confine già fragile per le persone famose — scompare completamente.

Immaginate di essere la figlia di Eric Daye. Immaginate di sapere che vostro padre, negli ultimi giorni della sua vita, si è seduto davanti a una telecamera e ha parlato di voi. Ha detto le cose più intime, più vere, più dolorose che potesse dire. E che adesso quelle parole sono disponibili per chiunque. Chiunque può guardarle. Chiunque può commentarle. Chiunque può interpretarle, analizzarle, usarle per costruire una narrativa su di voi, sulla vostra famiglia, sulla vostra relazione con vostro padre.

Non è solo un dono. È anche un’invasione. È anche una perdita di controllo su qualcosa di profondamente personale. È anche la consapevolezza che il lutto — quella cosa così privata, così intima, così difficile da attraversare — avviene davanti a milioni di occhi.

E secondo alcune ricostruzioni, non tutte le famiglie coinvolte in Famous Last Words sarebbero state completamente a proprio agio con questo. Secondo alcune fonti, ci sarebbero stati momenti di tensione tra le famiglie e la produzione. Momenti in cui qualcuno avrebbe chiesto di tagliare qualcosa. Momenti in cui qualcuno avrebbe chiesto di non trasmettere qualcosa. Momenti in cui la parola “famiglia” sarebbe stata usata come scudo — o come arma.

Non sappiamo i dettagli. Non sappiamo i nomi. Non sappiamo cosa sia stato chiesto e cosa sia stato concesso. Ma sappiamo che quando le ultime parole di una persona diventano un prodotto televisivo, le dinamiche familiari — già complesse, già cariche di emozioni, già messe a dura prova dalla malattia e dalla morte — diventano ancora più complesse. Ancora più cariche. Ancora più difficili da navigare.

E in questo spazio complicato, tra quello che una persona vuole dire e quello che la sua famiglia vuole che venga detto, tra quello che la produzione vuole trasmettere e quello che gli avvocati permettono di trasmettere, tra quello che il pubblico vuole sentire e quello che la verità è davvero — in questo spazio complicato, qualcosa va sempre perso.

IL FRATELLO CHE CHIEDE SILENZIO: QUANDO LA FAMA DIVENTA UN PESO

C’è un elemento che emerge in modo ricorrente quando si parla di Famous Last Words e di format simili. Un elemento che riguarda non solo le persone che partecipano, ma le persone che vengono nominate. Le persone che appaiono nelle storie degli altri. Le persone che, senza aver scelto di essere pubbliche, si trovano improvvisamente esposte a un pubblico globale.

Fratelli. Amici. Ex partner. Colleghi. Persone che hanno avuto un ruolo nella vita di qualcuno di famoso e che ora, attraverso le ultime parole di quella persona, vengono portate alla luce.

A volte questo è un dono. A volte è un riconoscimento. A volte è la possibilità di essere ricordati in modo positivo, di far parte di una storia più grande, di essere visti attraverso gli occhi di qualcuno che ti ha amato.

Ma a volte non è così. A volte le ultime parole di qualcuno includono cose che altri avrebbero preferito non sentire. Accuse. Rancori. Segreti. Verità scomode che erano rimaste sepolte per anni e che adesso, con la morte imminente come catalizzatore, vengono portate in superficie.

E in questi casi, il fratello — o l’amico, o il collega, o l’ex partner — che si trova improvvisamente nominato in un episodio di Famous Last Words non ha nessun diritto di risposta. Non ha nessuna possibilità di contestare. Non ha nessun modo di dire: no, non è andata così. Non è quello che è successo. Non è quello che sono.

Perché la persona che ha parlato non c’è più. E le sue parole — quelle parole registrate, montate, trasmesse su Netflix — sono lì. Permanenti. Accessibili. Disponibili per sempre.

Secondo alcune ricostruzioni, in almeno uno dei casi legati alla produzione di Famous Last Words, un familiare della persona intervistata avrebbe contattato la produzione chiedendo di rimuovere o modificare alcune parti dell’episodio. Non per ragioni di privacy — o almeno non solo per quello. Ma perché quelle parti contenevano qualcosa che quella persona non voleva che il mondo sapesse. Qualcosa che riguardava lei. Qualcosa che, a quanto risulta, avrebbe potuto cambiare la percezione pubblica di un rapporto familiare che era stato presentato in modo molto diverso.

Non sappiamo cosa contenesse quella parte. Non sappiamo se la richiesta sia stata accettata o rifiutata. Non sappiamo se quello che il pubblico ha visto rifletta fedelmente quello che è stato detto.

Ma sappiamo che quella richiesta è stata fatta. E questo, da solo, dice molto.

LA TECNOLOGIA CHE PROLUNGA LA VITA: SMART RINGS E IL PARADOSSO DEL CONTROLLO

C’è un’ironia profonda nel fatto che Famous Last Words sia uscita nello stesso momento in cui il mondo sta diventando ossessionato con la tecnologia indossabile per monitorare la salute. Gli Smart Rings, quegli anelli connessi che misurano il sonno, lo stress, il livello di ossigeno nel sangue, la frequenza cardiaca, la temperatura corporea. Dispositivi che promettono di darti il controllo sulla tua salute, di aiutarti a vivere più a lungo, di permetterti di intercettare i problemi prima che diventino gravi.

Da un lato, una serie televisiva che ci mostra persone che stanno per morire e che hanno scelto di parlare di questo. Dall’altro, una tecnologia che promette di allontanare la morte, di tenerla a bada, di darci l’illusione che possiamo controllarla.

Il paradosso è evidente. E dice qualcosa di importante su come la nostra società si rapporta alla morte in questo momento storico.

Negli Stati Uniti, gli Smart Rings sono diventati una moda. Non solo tra i personaggi in vista, non solo tra gli atleti professionisti, ma tra una popolazione sempre più ampia di persone giovani, in salute, che dedicano molto tempo allo sport, al mangiare sano, e che hanno tutto l’interesse di spendere quello che possono per assicurarsi una vita la più lunga possibile. Il segretario alla salute statunitense Robert Kennedy Jr. considera gli Smart Rings uno di quegli strumenti che potrebbero ridurre i costi per la salute americana, dando ai cittadini la possibilità di automonitorarsi tutti i giorni e quindi arrivare prima a gestire situazioni eventuali di malattia.

L’azienda principale che produce questi anelli è finlandese — europea — ma i suoi principali clienti sono americani. Il team americano alle Olimpiadi di Los Angeles sarà sponsorizzato dall’azienda. E l’anno scorso, su spinta del Ministero della Salute statunitense, l’azienda ha firmato un contratto con il Dipartimento della Difesa americano per distribuire gli anelli ai soldati e ai membri dell’esercito.

Ma c’è un problema. A livello normativo, questi strumenti si trovano in un limbo. Non vengono considerati ancora dispositivi medici a tutti gli effetti, il che richiederebbe una serie di prassi normative e legali costose e che richiederebbero molto tempo per l’immissione sul mercato. Allo stesso tempo, il fatto di essere registrati come prodotti per il benessere limita le funzioni che questi anelli possono effettivamente fornire ai propri clienti. La quantità di analisi che potrebbero essere realizzate dall’anello è superiore a quelle che vengono effettivamente fornite, per questioni legate alla normativa.

E poi c’è il tema dei dati. Dati sensibilissimi, personali, che queste aziende accumulano. Il timore che possano essere condivisi in maniera non ortodossa grazie a normative più flessibili rispetto a quelle degli strumenti medici è reale e legittimo. Chi ha accesso ai tuoi dati di salute? Cosa ci fa? Come li protegge? E cosa succede se quei dati finiscono nelle mani sbagliate?

La tecnologia che promette di allungarci la vita porta con sé una serie di domande sulla privacy, sul controllo, sulla proprietà dei dati che non hanno ancora risposte soddisfacenti. E in questo senso, il paradosso tra Famous Last Words e gli Smart Rings è ancora più profondo di quanto sembri. Da un lato, persone che accettano di essere guardate nel momento più vulnerabile della loro vita. Dall’altro, persone che indossano dispositivi che le guardano ogni secondo di ogni giorno, raccogliendo dati su ogni battito del loro cuore.

In entrambi i casi, la domanda è la stessa: chi controlla quello che viene visto? E a cosa serve?

I TRANSFRONTALIERI E LA FUGA: QUANDO LA VITA VALE LA PENA DI ESSERE VISSUTA ALTROVE

C’è un’altra storia che si intreccia con tutto questo, in modo meno ovvio ma non meno significativo. È la storia di quello che sta succedendo al confine tra Italia e Svizzera, nel Ticino, dove per la prima volta in oltre vent’anni il numero di transfrontalieri italiani che vanno a lavorare in Svizzera sta calando.

La ragione è semplice. Nel 2023, Italia e Svizzera hanno siglato un nuovo accordo sulla fiscalità che penalizza chi è diventato transfrontaliere dal 2023 in poi. Nello specifico, si tratta di una doppia imposizione fiscale. Se fino al 2023 chi risiedeva in Italia ma lavorava in Svizzera pagava le tasse in Svizzera, dal 2023 in poi i transfrontalieri si trovano a pagare le tasse per una buona parte in Svizzera e poi anche la differenza che ci sarebbe tra le tasse italiane e quelle svizzere in Italia. Il risultato è che il livello di tasse da pagare si allinea con il livello di tasse che si pagherebbero stando in Italia e lavorando in Italia.

Questo ha cambiato i calcoli per molti italiani. E ha prodotto un effetto paradossale: invece di ridurre il numero di italiani che vanno in Svizzera, ha aumentato il numero di italiani che si trasferiscono direttamente in Svizzera, diventando residenti svizzeri a tutti gli effetti. Perché se devi pagare le tasse italiane comunque, tanto vale trasferirsi del tutto e godere degli stipendi più alti e della qualità della vita svizzera senza dover fare avanti e indietro ogni giorno.

Il risultato è che il Ticino si lamenta. Si lamenta del calo dei transfrontalieri, che erano utili in tanti settori — la manifattura, la sanità, l’edilizia. E l’Italia si trova comunque a perdere cittadini, perché conviene comunque nella gran parte dei casi agli italiani trasferirsi direttamente in Svizzera invece di restare in Italia.

Evidentemente la novità non è bastata a rendere l’Italia abbastanza competitiva come paese e come mercato. E questo avviene mentre a giugno gli svizzeri voteranno per un referendum che potrebbe limitare la popolazione a 10 milioni di abitanti, il che complicherebbe ulteriormente la situazione per gli italiani che vogliono trasferirsi.

Ma cosa c’entra tutto questo con Famous Last Words? C’entra, in modo indiretto ma reale. Perché entrambe le storie parlano della stessa cosa: del valore della vita. Di quanto vale la pena di vivere in un certo posto, in un certo modo, con certe persone. Di quanto siamo disposti a sacrificare per avere una vita migliore. E di cosa succede quando ci rendiamo conto che quello che abbiamo non è abbastanza.

I transfrontalieri italiani che si trasferiscono in Svizzera stanno facendo una scelta. Stanno dicendo: la mia vita vale di più di questo. Merito di meglio. Vado a cercarlo altrove. Eric Daye, seduto davanti a una telecamera con la SLA che lo consumava dall’interno, stava facendo una scelta diversa ma ugualmente coraggiosa. Stava dicendo: la mia vita, anche così, vale qualcosa. Vale la pena di essere raccontata. Vale la pena di essere condivisa. Vale la pena di essere lasciata al mondo.

Due modi diversi di affermare il valore della propria esistenza. Due modi diversi di dire: sono stato qui. Ho vissuto. Ho scelto.

L’ARCHIVIO DEL TEMPO: COSA LASCIAMO DOPO DI NOI

C’è un aspetto di Famous Last Words che viene spesso trascurato nel dibattito sull’etica del format. Un aspetto che riguarda non il presente, ma il futuro. Non quello che il pubblico di oggi vede, ma quello che il pubblico di domani — di dieci, venti, cinquant’anni da oggi — vedrà.

Famous Last Words può essere visto come un modo di realizzare un archivio nel tempo di come le persone affrontano uno dei momenti più difficili e delicati della vita umana. Un archivio che avrà il suo maggior valore tra dieci, venti anni, quando ci potremo guardare indietro e vedere com’eravamo. Come affrontavamo la morte. Cosa ci preoccupava. Cosa ci dava speranza. Cosa volevamo lasciare.

Pensate a cosa daremmo per avere registrazioni simili di persone vissute cento anni fa. Per sentire la voce di qualcuno che ha attraversato la Prima Guerra Mondiale, l’epidemia di influenza spagnola, la Grande Depressione, parlare delle proprie ultime ore. Per capire come si affrontava la morte in un’epoca diversa, con valori diversi, con paure diverse.

Noi non abbiamo queste registrazioni. Ma le generazioni future avranno le nostre. Avranno Famous Last Words. Avranno Eric Daye che parla alle sue figlie. Avranno Jane Goodall che parla della speranza. E avranno tutto quello che verrà dopo, in tutti gli episodi che ancora devono essere registrati e trasmessi.

Questo è un dono enorme. Un dono che va ben oltre il dibattito sull’etica del format, ben oltre le questioni di privacy e di controllo narrativo. È un dono che appartiene non solo al pubblico di oggi, ma a tutte le generazioni che verranno.

Ma è anche una responsabilità enorme. La responsabilità di custodire queste parole con cura. Di non manipolarle. Di non strumentalizzarle. Di non trasformarle in qualcosa che non sono.

La responsabilità di lasciare che le ultime parole siano davvero le ultime parole. Non quelle che qualcuno ha deciso che dovessero essere. Non quelle che il mercato richiede. Non quelle che la famiglia approva. Ma quelle che la persona ha scelto di dire, in quel momento, davanti a quella telecamera, sapendo che non ci sarebbe stata un’altra occasione.

LA CHIAMATA A MEZZANOTTE: QUELLO CHE NON È STATO DETTO

E arriviamo così alla domanda che nessuno sta facendo abbastanza ad alta voce. La domanda che rimane sospesa nell’aria ogni volta che si finisce di guardare un episodio di Famous Last Words. La domanda che riguarda non quello che è stato detto, ma quello che non è stato detto.

Perché le ultime parole — quelle vere, quelle definitive, quelle che pesano di più — non sempre vengono dette davanti a una telecamera. Non sempre vengono dette in una stanza con un intervistatore e un operatore. Non sempre vengono dette per un pubblico globale.

A volte le ultime parole vengono dette al telefono. A notte fonda. A qualcuno di specifico. Qualcuno che sa cose che il pubblico non sa. Qualcuno che ha sentito cose che nessun microfono ha registrato. Qualcuno che porta con sé un peso che nessuna telecamera ha mai ripreso.

Secondo alcune ricostruzioni — non confermate, ma circolate — ci sarebbero stati momenti, nelle settimane precedenti alla morte di alcune delle persone coinvolte in Famous Last Words, in cui quelle persone avrebbero fatto telefonate. Telefonate a persone vicine. Telefonate in cui avrebbero detto cose diverse da quelle dette davanti alla telecamera. Cose più scomode. Cose più vere. Cose che non avrebbero mai potuto essere trasmesse su Netflix.

Non sappiamo cosa contenessero queste telefonate. Non sappiamo a chi fossero dirette. Non sappiamo se esistano davvero o se siano solo voci, speculazioni, il tipo di storie che nascono inevitabilmente intorno a qualsiasi cosa che tocchi la morte e la fama.

Ma sappiamo una cosa. Sappiamo che le ultime parole famose non sono mai solo quelle che vengono trasmesse. Sono anche quelle che rimangono nell’ombra. Quelle che qualcuno ha sentito e non ha mai ripetuto. Quelle che qualcuno ha custodito e non ha mai condiviso. Quelle che qualcuno ha scelto di portare con sé, per sempre, come un segreto che appartiene solo a lui e alla persona che non c’è più.

E forse — forse — è proprio in quelle parole che si trova la verità più profonda. Non nelle parole registrate, montate, trasmesse su una piattaforma di streaming. Ma in quelle sussurrate nell’oscurità, a qualcuno che le ha ascoltate e le ha custodite.

Quelle parole non le sentiremo mai.

E forse è giusto così.

O forse no.

IL CONFINE TRA TESTIMONIANZA E SPETTACOLO

C’è una linea sottile — sottilissima — tra la testimonianza e lo spettacolo. Tra il documento e l’intrattenimento. Tra il gesto umano e il prodotto commerciale. E Famous Last Words cammina su questa linea ogni secondo di ogni episodio.

Da un lato, c’è qualcosa di genuinamente prezioso in quello che il format offre. La possibilità di vedere come una persona famosa — una persona che abbiamo ammirato, seguito, amato da lontano — affronta la fine. La possibilità di capire che anche le persone famose hanno paura. Anche loro si chiedono se hanno fatto abbastanza. Anche loro si preoccupano per i loro figli. Anche loro cercano un senso in quello che hanno vissuto.

Questa umanità condivisa — questa scoperta che sotto la fama c’è sempre una persona, con le stesse paure e gli stessi bisogni di tutti — è qualcosa di prezioso. È qualcosa che può aiutare. Che può consolare. Che può insegnare.

Dall’altro lato, c’è il rischio sempre presente di scivolare nella spettacolarizzazione. Di trasformare il dolore in contenuto. Di trasformare la vulnerabilità in intrattenimento. Di trasformare la morte in qualcosa da guardare sul divano, tra uno snack e l’altro, come si guarda qualsiasi altra serie Netflix.

E questo rischio non è solo teorico. È reale. È presente in ogni scelta di montaggio, in ogni decisione di cosa includere e cosa tagliare, in ogni modo in cui il format viene promosso e venduto al pubblico. È presente nel fatto che Famous Last Words è disponibile su una piattaforma che guadagna denaro da ogni visualizzazione. È presente nel fatto che la morte di Eric Daye — la morte di un essere umano, di un padre, di una persona che ha sofferto — ha generato clic, abbonamenti, conversazioni sui social media, articoli di giornale.

Non è una critica a Netflix. Non è una critica ai produttori. È semplicemente la realtà del sistema in cui viviamo. Un sistema in cui tutto — anche la morte, anche le ultime parole, anche i momenti più intimi e privati dell’esistenza umana — può diventare un prodotto.

E la domanda che dobbiamo farci, come pubblico, è questa: siamo consapevoli di questo? Siamo consapevoli di quello che stiamo guardando e di perché lo stiamo guardando? Siamo consapevoli della differenza tra essere testimoni di qualcosa di umano e essere consumatori di qualcosa di commerciale?

Non è una domanda con una risposta facile. Ma è una domanda che vale la pena farsi.

QUELLO CHE RIMANE: LA MORTE COME SPECCHIO

Alla fine di tutto, Famous Last Words è uno specchio. Non un programma televisivo. Non un format. Uno specchio in cui guardiamo non le persone famose che stanno per morire, ma noi stessi. Le nostre paure. I nostri desideri. Il nostro rapporto con la morte, con la fama, con la memoria, con quello che vogliamo lasciare.

Quando guardiamo Eric Daye parlare alle sue figlie, non stiamo guardando Eric Daye. Stiamo guardando noi stessi. Stiamo pensando a quello che diremmo ai nostri figli, ai nostri genitori, alle persone che amiamo, se sapessimo che non ci sarà un’altra occasione. Stiamo pensando a quello che abbiamo detto e a quello che non abbiamo detto. A quello che abbiamo fatto e a quello che non abbiamo fatto.

Stiamo pensando alla nostra morte.

E questo — questa riflessione, questa consapevolezza, questa inevitabile confronto con la propria mortalità — è forse la cosa più preziosa che Famous Last Words possa offrire. Non le parole delle persone famose. Ma le domande che quelle parole ci fanno fare su noi stessi.

Cosa voglio lasciare? A chi voglio parlare? Cosa ho ancora da dire? Cosa ho paura di dire? Cosa rimpiango? Cosa sono grato di aver vissuto?

Queste domande non hanno risposte facili. Ma sono le domande più importanti che possiamo farci. E il fatto che una serie televisiva su Netflix riesca a farle emergere — anche solo per qualche minuto, anche solo in qualche spettatore — è qualcosa che vale la pena riconoscere.

Anche se il format è commerciale. Anche se c’è una macchina di produzione dietro. Anche se qualcosa, forse, è stato tagliato o modificato lungo la strada.

Perché alla fine, quello che rimane — quello che rimane davvero, dopo che le luci si spengono e lo schermo si oscura — non sono le parole famose. Sono le domande che quelle parole hanno lasciato aperte.

Una sera di pioggia a Los Angeles, in uno studio di registrazione dove le luci sono basse e la telecamera è accesa, qualcuno sta dicendo le sue ultime parole. Non sa ancora — o forse sì — che quelle parole arriveranno al mondo solo dopo che se ne sarà andato. Non sa ancora — o forse sì — che qualcuno, da qualche parte, le ascolterà e penserà: anch’io ho qualcosa da dire. Anch’io ho qualcuno a cui devo parlare. Anch’io ho parole che non ho ancora detto.

E quella persona — quella persona che ascolta, che pensa, che sente qualcosa muoversi dentro di sé — è il vero pubblico di Famous Last Words. Non i milioni di abbonati Netflix. Non i giornalisti che scrivono recensioni. Non i produttori che contano le visualizzazioni.

Ma quella persona sola, in una stanza, che guarda uno schermo e si chiede: se fossi io, cosa direi?

Nella prossima parte: le registrazioni che non sono mai arrivate al pubblico, i contratti firmati nelle ultime settimane di vita, e una fonte anonima che sostiene di aver sentito, in una telefonata di mezzanotte da un hotel di New York, qualcosa che cambia completamente la lettura di almeno uno degli episodi già trasmessi. Una storia che, a quanto risulta, non è ancora finita.

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