Ci sono momenti, nel grande teatro della politica e della cultura contemporanea, in cui il copione salta.
Succede quando qualcuno decide di non recitare più la parte assegnata, di uscire dal coro, di stonare volutamente per far sentire quanto sia falsa la melodia che tutti gli altri stanno cantando all’unisono.
Quando Tommaso Cerno prende la parola e parla di libertà, il problema per una certa sinistra – quella dei salotti, quella delle ZTL, quella che ha fatto dell’ortodossia la sua nuova religione – non è tanto ciò che dice. Il problema, gigantesco e irrisolvibile, è il fatto stesso che lo dica lui. 🔥
Perché vedete, se queste critiche arrivassero dal “solito nemico”, dal conservatore incallito, dal reazionario da manuale, sarebbe tutto facile. Basterebbe un sorriso di scherno, un’etichetta appiccicata addosso (“Fascista!”, “Oscurantista!”), e il problema sarebbe archiviato.
Ma Cerno no. Cerno è un glitch nel sistema. 💻🚫
Cerno non è un osservatore esterno che guarda dal binocolo. Non è la caricatura comoda del nemico che serve a compattare le truppe. È qualcuno che arriva da dentro.
È uno che conosce i codici. Conosce il linguaggio segreto. Ha frequentato i riti, ha officiato le liturgie, conosce a memoria le parole d’ordine che aprono le porte dei circoli giusti.

E proprio per questo, quando colpisce, fa male. Fa male come il “fuoco amico” in trincea. È più difficile da squalificare, più complesso da demonizzare, impossibile da ignorare.
Quando denuncia il passaggio drammatico “dal Pride alla censura”, Cerno non sta usando uno slogan per catturare qualche like sui social. Sta descrivendo con precisione chirurgica una trasformazione profonda, lenta ma inesorabile, che sta cambiando il volto della nostra società e che molti, troppi, fingono ancora di non vedere per quieto vivere.
Per anni, decenni addirittura, il Pride è stato raccontato – e vissuto – come la celebrazione massima, assoluta, della libertà individuale. 🏳️🌈
Era il carnevale della liberazione. Era la libertà di essere, di amare, di esprimersi, di esistere senza dover chiedere permesso a nessuno. Era un grido di gioia disordinata contro il grigiore del conformismo.
Un’idea che, al netto di eccessi e contraddizioni fisiologiche, affondava le sue radici in un principio liberale sacrosanto, condivisibile da chiunque abbia a cuore la democrazia: lo Stato e la società non devono perseguitare, non devono reprimere, non devono entrare nella camera da letto dei cittadini.
Ma a un certo punto, la musica è cambiata.
Qualcosa si è rotto nell’ingranaggio. Quella libertà, che doveva essere un prato sterminato dove correre, ha smesso di essere uno spazio aperto.
Giorno dopo giorno, divieto dopo divieto, sguardo dopo sguardo, è diventata un recinto. Un recinto ideologico con il filo spinato elettrificato. ⚡🚧
Da “diritto a essere se stessi”, il movimento si è trasformato in “obbligo di aderire a un pensiero unico”.
Cerno mette il dito nella piaga, e lo gira finché non esce sangue, quando parla di antilibertà.
Perché oggi la dinamica è tragicamente rovesciata. Non sei più libero di dissentire. Non sei più libero di porre domande scomode. Non sei più libero di esprimere dubbi, soprattutto se questi dubbi toccano i nuovi dogmi che la teologia progressista considera sacri e inviolabili.
Il Pride, da simbolo di pluralismo caotico e vitale, è diventato un marchio politico registrato. Un brand.
Non puoi semplicemente rispettarlo o supportarlo. Devi celebrarlo secondo un copione preciso, scritto da qualcun altro.
Non puoi limitarti a difendere i diritti civili (che è il minimo sindacale). Devi adottare un linguaggio specifico. Devi usare i termini approvati dall’Accademia della Crusca del “Woke”. Devi sottoscrivere una visione del mondo, una gerarchia morale, una lista di buoni e cattivi che cambia ogni settimana.
Chi non lo fa?
Chi non lo fa viene immediatamente sospettato. Viene guardato storto. Viene etichettato. E alla fine, viene escluso. 🚫
Ed è qui, in questo preciso istante, che entra in gioco la censura.
Non stiamo parlando della censura del ventennio, quella con le forbici e l’inchiostro nero. Quella era rozza, visibile, facile da combattere.
Stiamo parlando di una censura moderna, liquida, invisibile ma pervasiva come il gas.
Una censura che non passa dalle leggi dello Stato o dai tribunali (non ancora, almeno). Passa dal clima.
Passa dal linciaggio mediatico sui social network. Passa dalla pressione sociale nei posti di lavoro. Passa dalla paura fottuta di parlare durante una cena tra amici. Passa dalla necessità, umiliante, di autocensurarsi prima ancora di aprire bocca per non essere travolti da un’onda di fango e accuse che prescindono completamente dalle intenzioni reali di chi parla. 🤐
La sinistra, quella stessa sinistra che per decenni si è presentata al mondo come il baluardo invalicabile della libertà di espressione, come la casa degli eretici e dei liberi pensatori, oggi è diventata altro.
Oggi è la prima, la primissima forza a invocare divieti. A chiedere limitazioni. A pretendere silenzi forzati e scuse pubbliche.
Non perché improvvisamente si siano innamorati dell’autoritarismo in divisa. No, è più sottile.
Lo fanno perché sono intimamente, profondamente convinti di essere nel giusto. Sono convinti che esistano “idee pericolose” che non devono circolare, come virus. E che loro, e solo loro, abbiano il dovere morale di proteggere la società da queste idee.
È un’idea antica quanto il mondo, vecchia come l’Inquisizione, ma oggi si traveste da novità, da progresso, da “inclusività”. ✨
Cambiano i contenuti, cambiano i paramenti sacri, ma il meccanismo è identico: Io so cosa è giusto. Tu no. Io posso parlare. Tu devi tacere.
Cerno coglie perfettamente questa contraddizione letale quando denuncia il paradosso di una cultura che si proclama inclusiva, che riempie i palazzi di bandiere arcobaleno, ma che nei fatti espelle chiunque non si conformi al millimetro.
È un’inclusione condizionata. È un abbonamento a scadenza. È revocabile in qualsiasi momento.
Sei incluso finché ripeti le parole giuste a pappagallo. Finché usi i pronomi corretti. Finché non fai domande sulla biologia o sulla gestione dei minori. Finché non osi distinguere tra diritti sacrosanti e dogmi ideologici.
Appena esci dal seminato, anche solo di un passo, la tolleranza svanisce come nebbia al sole. E lascia spazio a una repressione morale feroce.
Il passaggio dal Pride alla censura non è avvenuto in un giorno. Non c’è stata una data precisa. È stato un processo graduale, lento, quasi impercettibile, come la rana che bolle nella pentola. 🐸🌡️
Prima si è iniziato a dire che “alcune parole fanno male” (e fin qui, potevamo parlarne). Poi si è passati a dire che “alcune opinioni non sono legittime”. Poi che “alcune domande non andrebbero nemmeno poste perché offendono”.
Infine, siamo arrivati all’oggi: all’idea che il silenzio sia una forma di rispetto obbligatoria.
Ma il rispetto imposto non è rispetto. È sottomissione. È controllo.
La sinistra contemporanea, quella che Cerno accusa, ha sostituito il confronto dialettico con la squalifica personale.
Avete notato? Non rispondono quasi più nel merito delle questioni.
Se tu poni un problema sui costi della transizione ecologica, o sui limiti dell’identità di genere, loro non ti rispondono con dati o argomenti. Ti delegittimano come persona.
“Sei un fascista”. “Sei un boomer”. “Sei fobico”.
Non smontano la tua argomentazione: mettono in discussione la tua moralità, il tuo diritto stesso di stare al mondo e di parlare.
È una tecnica di guerra psicologica straordinariamente efficace. Perché sposta il dibattito dal piano razionale (dove potrebbero perdere) a quello emotivo (dove vincono facile).
Se riesci a far passare l’idea che l’altro è un mostro, che è “pericoloso” per la democrazia o per le minoranze, allora non devi più fare la fatica di ascoltarlo. Puoi semplicemente cancellarlo. ❌

Cerno è scomodo, maledettamente scomodo, proprio perché rifiuta di giocare a questo gioco truccato.
Non attacca le persone (non lo vedrete mai insultare sul personale). Attacca i meccanismi. Non nega i diritti (anzi, li ha vissuti sulla sua pelle). Nega la sacralizzazione ideologica. Non chiede di tornare indietro al Medioevo. Chiede di fermarsi un attimo, respirare e riflettere.
E in un clima politico sempre più isterico, urlato, polarizzato, la riflessione pacata è vista come il peggiore dei tradimenti.
Il tema della censura non riguarda solo i grandi dibattiti pubblici in TV. Riguarda la nostra vita quotidiana. Riguarda tutti noi.
Riguarda i professori universitari che evitano certi argomenti storici o biologici per paura di essere denunciati dai collettivi studenteschi. Riguarda i giornalisti che scelgono con cura chirurgica ogni singola parola, non per precisione, ma per terrore di scatenare una tempesta di merda sui social media che potrebbe costargli la carriera. Riguarda gli artisti, i comici, gli scrittori che modificano le loro opere, le annacquano, le rendono innocue per non urtare “sensibilità ipertrofiche” sempre pronte a sentirsi offese.
Tutto questo, signori miei, non è libertà. È sorveglianza diffusa. È il Panopticon digitale. 👁️
La cosa più inquietante, quella che dovrebbe toglierci il sonno, è che questa censura viene spesso giustificata in nome dei più deboli. È il cavallo di Troia perfetto.
Si dice che serve a proteggere. A tutelare. A creare “spazi sicuri” (Safe Spaces).
Ma uno spazio in cui non puoi parlare liberamente, in cui devi pesare ogni sillaba, non è uno spazio sicuro. È uno spazio fragile. È una bolla di sapone pronta a scoppiare.
È uno spazio in cui il conflitto naturale tra idee diverse non viene risolto, elaborato, discusso. Viene solo represso. Compresso come una molla. Pronto a esplodere in forme più violente, più radicali, più incontrollabili.
Cerno parla di antilibertà perché ha il coraggio di riconoscere una verità scomoda: non basta proclamarsi “dalla parte giusta della Storia” per esserlo davvero.
La libertà non è comoda. La libertà è fastidiosa. Puzza. Fa rumore.
La libertà implica il rischio – gravissimo – di ascoltare cose che non ci piacciono, che ci fanno orrore, che ci feriscono. Implica la possibilità di essere criticati aspramente. Implica la convivenza forzata con idee diverse dalle nostre.
Quando una parte politica, qualunque essa sia, decide di eliminare questo rischio, di sterilizzare la società, smette di essere liberale nel senso più profondo e nobile del termine. Diventa un comitato di salute pubblica.
La sinistra, in questo processo degenerativo, sembra aver perso la cosa più importante: la fiducia nella propria capacità di convincere.
Quando credi nelle tue idee, accetti il confronto perché sai che vincerai. Quando non sei più sicuro di poter vincere il confronto, quando hai paura che la realtà smentisca la tua teoria… allora cerchi di impedire il confronto. Cerchi di spegnere il microfono all’altro.
È una dinamica che si ripete nella storia, ciclicamente, indipendentemente dai colori politici. Destra, sinistra, centro. Il meccanismo del Potere che protegge se stesso è sempre lo stesso.
Oggi tocca a chi si autodefinisce progressista indossare i panni del censore. Ma l’abito è vecchio.
Il Pride, trasformato da festa di piazza in rituale obbligatorio aziendale e politico, è il simbolo plastico di questa deriva.
Non più festa pluralista dove c’era spazio per tutti, dal moderato al radicale. Ma certificato di appartenenza. Timbro sul passaporto sociale.
Non più spazio di libertà, ma prova di fedeltà al Partito.
Chi non partecipa, chi critica, chi semplicemente non si riconosce in quella specifica declinazione, viene guardato con sospetto. “Cosa hai da nascondere? Perché non batti le mani?”.
È una logica che non libera nessuno. Divide. Crea tribù. Alza muri.
Cerno, con la sua analisi spietata, non sta dicendo che i diritti civili non contano. Sarebbe assurdo. Sta dicendo una cosa molto più importante: quando i diritti diventano strumenti di potere, clave per colpire l’avversario, perdono la loro anima. Marciscono.
Sta dicendo che la libertà non può essere selettiva. Non è un menu alla carta.
O vale per tutti – anche per chi dice cose orribili – o non vale per nessuno. E soprattutto, non può essere usata come un’arma di ricatto morale contro il dissenso.
Il vero scandalo, allora, non sono le parole di Cerno. Quelle sono solo la diagnosi.
Lo scandalo vero è la reazione che suscitano. Una reazione isterica, scomposta, violenta, che conferma esattamente, parola per parola, ciò che lui denuncia.
Invece di discutere nel merito, si attacca la persona. Invece di argomentare, si censura. Invece di difendere la libertà, la si restringe in nome della “bontà”.
Alla fine, il punto è semplice. Banale. E per questo insopportabile per molti intellettuali organici.
Una società davvero libera non ha paura delle opinioni. Le affronta. Le discute. Le smonta se necessario. Ci litiga. Ma non le cancella. Non le nasconde sotto il tappeto.
Il passaggio dal Pride alla censura non è inevitabile. Non è scritto nel destino. Ma è reale. Sta accadendo ora, mentre leggete.
E riconoscerlo, guardarlo in faccia senza paura, è il primo, fondamentale passo per fermarlo prima che sia troppo tardi. Prima che il silenzio diventi l’unica voce ammessa.
E voi? Siete pronti a difendere la libertà di chi la pensa all’opposto di voi, o preferite la tranquillità del silenzio imposto? La sfida è aperta. E Cerno ha appena suonato la campanella del primo round. 🔔👀
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