Il garbo e il rispetto per la dignità, la lezione più importante di suo padre, il futuro della moda: l’imprenditore filosofo Brunello Cucinelli ha un sogno fatto di studio, gioia (e maritozzi all’uvetta)
Questa intervista a Brunello Cucinelli è pubblicata sul numero 47 di Vanity Fair in edicola fino all’18 novembre 2025, un numero speciale Vanity Fair in cui 10 grandi saggi riflettono sul passato, sulle sfide di oggi e sulle idee per il futuro.
Brunello parla con tutti. Persino coi morti. «L’ultima volta sono andato a cercare un uomo al cimitero», racconta, «l’avevano sepolto nel 1976. Dovevo dirgli una cosa e gliel’ho spiegata per filo e per segno».
Con chi è accanto a lui, con chi non c’è più e con molti altri Brunello Cucinelli dialoga in Brunello – Il visionario garbato, una pellicola che Giuseppe Tornatore ha girato in due anni in arrivo nei cinema italiani dal 9 dicembre.
Si tratta di un esperimento originale e poetico che fonde ricostruzioni storiche da cinema d’autore e testimonianze da documentario.
Si parte dalla casa di campagna, dove è nato e dove tutto è iniziato. E si finisce nel miracolo del marchio omonimo, eccellenza italiana che continua a crescere nonostante la crisi del settore.
Incontriamo l’imprenditore per una lunga chiacchierata dopo aver visto in anteprima il lungometraggio.

Iniziamo dal cimitero. Lei mi sta dicendo che si reca nei cimiteri per parlare coi morti?
«Certo. L’ultima volta è successo quando ho acquistato la cascina dove sono nato e cresciuto.
Nell’atto di vendita ho scoperto che l’immobile aveva 108 ettari di boschi. È stata una sorpresa perché quando ci abitavamo da mezzadri, il padrone ci impediva di raccogliere la legna per scaldarci. Dovevamo farlo di nascosto. Lei s’immagina il freddo d’inverno?
Ecco, quando l’ho comprata, ho chiesto dove fosse sepolto il padrone.
E sono andato a trovarlo. Davanti alla tomba gli ho detto: “Senti, noi siamo stati bene nella tua casa ma tu non ci hai fatto scaldare.
E io non capisco il perché. Io spero che Dio ti protegga dove ti ha messo. Però te lo devo dire: non sei stato proprio buono con noi figlioletti”».
Si dicono e si scrivono molte cose di lei. Ma se avesse a disposizione una sola frase, come si presenterebbe?
«Mi presenterei così: “Io sono Brunello. Il sogno della mia vita è sempre stato lo stesso: lavorare e vivere per la dignità morale ed economica dell’uomo”.
Tutto quello che hanno fatto al mio babbo, le durezza della vita che abbiamo attraversato, tutto questo mi ha emozionato.
Vedere il babbo umiliato, vedere che non lo diceva con la voce ma con lo sguardo, mi ha ucciso. E non l’ho più dimenticato».
Mi racconti di suo padre.
«L’ho sognato proprio l’altra notte. Anche in sogno mi dice sempre le stesse cose: “Brunello, devi essere una persona perbene, devi essere un galantuomo”.
Non l’umiliò la vita da contadino, in campagna, ma quella della fabbrica in città. Se n’è andato a cento anni.
Me lo ricordo nelle ultime settimane che diceva ai nipotini: “Sono sereno, sto bene ma ho un piccolo problema: il mio pistolino non mi diventa più…”.
E loro giù a ridere. Io pensavo: “Ma ti pigliasse un accidente!”. Dopo sette giorni ho detto a mia moglie: “Tra poco il babbo non ci sarà più”.
Il giovedì lui mi diceva: “Basta, ho finito”. Il venerdì sono rimasto con lui tutto il giorno e a un certo punto, alle sei del pomeriggio, se n’è andato.
Chiude gli occhi e io penso, accidenti, il suo corpo è ancora caldo. Sono rimasto lì con lui fino al sabato mattina. Gli ho parlato tutta la notte: “Babbo”, gli chiedevo, “ma dove sei adesso?
Ma l’Eccellentissimo Onnipotente Reggitore di cui parla Sant’Agostino lo vedi?”. Gli ho scritto una lettera quel giorno.
Finisce così: babbo mio caro, con la mia nascita tu hai provato l’amore per la vita; io con la tua morte ho provato l’amore per la morte.
San Francesco è l’unico a usare l’espressione “sorella morte”. Non lo fa Buddha, non lo fa Gesù. E io lo capisco bene San Francesco».
La famiglia è sempre stata importante nella sua vita. Le sue due figlie lavorano con lei e sua moglie è una compagna di vita da 55 anni…
Mi dica.
«La cugina di primo grado di Schopenhauer. Io un inguaribile ottimista, lei il contrario. Non è solo la compagna di una vita, mi ha insegnato la sopportazione del dolore, la comprensione, la sensibilità. Mia figlia Camilla somiglia alla madre, Carolina a me.
Nel film mi fa da contraddittorio. L’altro giorno l’ho sentita chiudere una conversazione di lavoro tagliando corto: “Guarda che si fa così!”. È uguale a me».
Come si tengono insieme famiglia, lavoro, affetti per così tanti anni?
«Bisogna avere la fortuna di non dover affrontare disgrazie. E non bisogna mai farsi vedere litigare. Io non ho mai visto litigare i miei genitori contadini.
L’ho detto subito a mia moglie appena fidanzati: la casa è il luogo dell’anima, non della paura, non delle difficoltà. Se non lo è, allora ci separiamo.
Sono 55 anni che stiamo insieme, 42 di matrimonio. Ieri sera sono tornato, le ho fatto un sorriso, mi sono visto la partita, lei dall’altra parte guardava i pacchi e i contro pacchi.
Poi ho acceso il fuoco. Lei è arrivata e mi ha detto: “Che fai?”. E io: “Guardo il fuoco”.
Se tu hai vissuto in una casa senza luce, come ho fatto io, la vista del fuoco diventa gioiosa come guardare un cielo pieno di stelle.
Alla fine, faccio la vita di un monaco. E ogni sera ci sediamo vicini, metto un piedino lì, io mi addormento mentre lei ancora legge»

AZIENDA DI FAMIGLIA. Federica e Brunello Cucinelli con le figlie Carolina e Camilla e Riccardo Stefanelli, amministratore delegato dell’azienda e marito di Camilla.
Lei parla molto di anima. Dice che bisogna nutrirla coi cibi giusti. Quali sono i nutrimenti giusti e quelli no?
«San Benedetto diceva che la mente si cura con lo studio e l’anima con la preghiera e col lavoro.
Bisogna dedicare tempo allo studio e alla mente per tutta la vita.
Sant’Agostino scriveva: “Rimetti in ordine la tua anima perché ha bisogno di ordine tutti i giorni, esattamente come una camera”».
Che cosa, invece, fa male all’anima?
«Giudicare. Non bisogna giudicare mai. Anche quando non si capisce o non si apprezza.
San Francesco non giudicava la Chiesa, non la contestava. Diceva: “Io voglio vivere così”.
Se non giudichi, non litighi. E se non litighi vivi meglio. È un’educazione alla diversità.
Rousseau scriveva: “Non vorrei mai immaginare che ci sia un essere umano simile a me”».
Tutte le sue giornate iniziano alle sei e trenta con un giro dei cantieri intorno al paese dove vive, Solomeo.
«Faccio il giro fino alle otto. Mi piace fare scherzi ai muratori, ai fabbri. Mi sento come gli umarell, quei vecchi che osservano i cantieri.
L’ironia, la leggerezza, la gioiosità sono fondamentali nella vita. Poi faccio la mia colazione preferita: cappuccino e cornetto.
E se c’è il maritozzo con l’uvetta, come quando ero bambino, allora sono proprio felice».
Parliamo del film di Tornatore. Tra i molti personaggi famosi che intervengono, c’è un politico che lei ha frequentato molto: Mario Draghi.
«Mario Draghi è senza dubbio una delle persone più straordinarie che abbia incontrato. Non giudica mai, mai un aggettivo fuori luogo.
È garbato e ha il dono sacro della nitidezza. Avevo lavorato per farlo diventare presidente della Repubblica, ma non è accaduto. Amo Mattarella, sia chiaro.
Un giorno, quando era al governo, Draghi mi ha chiamato. Mi telefona e mi dice: “Vuoi venire a parlare al G20?”. E io: “Ma ci vengo a nuoto!”.
Sono arrivato a Roma due giorni prima, mi sono chiuso in albergo e sono rimasto a pane e acqua per prepararmi.
Sa, non scrivo mai niente, io vado sempre a braccio. Arrivo e mi trovo al tavolo con lui, Boris Johnson, Angela Merkel ed Emmanuel Macron.
Draghi inizia e legge i suoi appunti, meravigliosamente scritti a mano. Un discorso chiaro, bellissimo.
Io penso: Sant’Agostino, mettici le mani tu! E poi, come sempre, smetto di preoccuparmi e provo a far parlare la mia anima.
Mentre parlavo, vedevo Johnson che mi studiava col suo ciuffo spettinato e Macron col suo sguardo severo. Alla fine ho guardato Draghi e ho capito che ero andato bene».
Lei definì Obama il nuovo Marco Aurelio. Che cosa pensa dei politici di oggi? Di Trump, di Putin e di Meloni?
«Qualche anno fa, ho fuso in un solo libro i discorsi di Barack Obama con quelli di Marco Aurelio.
In un incontro a Washington chiedono a Obama: “Ma lei andrebbe in guerra?”. Lui risponde: “Potrei armarmi per andare a difendere la dignità dell’uomo”.
Sta tutto nel come dire le cose più difficili. Vede, oggi vedo un livello di durezza, che penso sia aggravato dai social network.
C’è durezza in politica, in famiglia, nella religione. Se non si recupera il garbo in famiglia, nella politica e nella religione non si va lontano».
Il garbo è una questione importantissima. Ma lei non mi parla dei politici di oggi…
«Non fuggo la domanda, non si preoccupi. Non mi piace giudicare, le dicevo. Ma provo a risponderle.
Trump mi ricorda gli amici del bar, quelli che dicevano una cosa e poi subito il contrario.
Ti mette le tasse e poi sei il suo migliore amico. A volte mi diverte. Di Putin, posso dirle che mi ricorda un episodio di Solone, ritenuto uno dei sette saggi dell’umanità.
Solone governò così bene Atene che gli ateniesi gli chiesero: “Governaci a vita”. Per tutta risposta disse loro: “Non posso farlo, perché altrimenti diventerei un tiranno”.
Bisogna ricordarsi che dal trono del tiranno storicamente nessuno scende vivo».
E di Meloni?
«In uno dei nostri incontri, mi disse: “Che cosa devo fare?”. Le ho risposto: “Faccio maglie, però una cosa posso dirgliela. Sia ancora più garbata, più generosa”. E lei: “Ma non ci riesco”. E io: “Come dice Dante, il modo ancor più offende. Bisogna coltivare la virtù del garbo”».
Lei è famoso per aver dato ai suoi operai un salario superiore a quello del mercato.
Che cosa ne pensa di una legge per garantire un salario minimo?
«Sulla legge relativa al salario minimo non saprei esprimermi. Ma so che dobbiamo dare dignità morale ed economica al lavoro.
E con un salario migliore non si alterano di molto i profitti».
Ci sono però oggi grandi ricchezze, soprattutto nelle aziende tecnologiche, in mano a imprenditori mai stati così ricchi che stanno addirittura tagliando posti di lavoro e moltiplicando i propri profitti…
«Alcuni di loro sono venuti a Solomeo. Gli ho regalato I Versi Aurei di Pitagora. Tre pagine preziosissime su come si dovrebbe vivere.
Un principio su tutti: la sera, prima di andare a letto, per tre volte passa le cose che hai fatto durante il giorno. Se hai fatto cose dolorose, pentiti.
Se ne hai fatte di gioiose, gioisci. Comunque sappi che riceverai quello che hai donato».

Brunello Cucinelli con la moglie Federica.

Le figlie della coppia, da sinistra, Camilla,
43 anni, e Carolina, 34.
Parliamo di moda. Il settore è in crisi, i prezzi dei beni di lusso non sono mai stati così alti e c’è una sfiducia nel sistema mai riscontrata prima. Come vede questa situazione?
«Bisogna leggere il panorama guardando agli ultimi cinque anni, non agli ultimi due. Dal 2021 al 2023, i marchi del lusso hanno fatto crescite e profitti mai visti prima. Adesso è in atto un naturale aggiustamento. Io dico che coi prezzi abbiamo esagerato. E anche coi profitti. E non vale solo per la moda. Bisogna ristabilire un’etica del profitto, un’etica determinante perché il capitalismo può procedere solo di pari passo con l’intera società».
Nell’ultimo mese, la sua società è stata attaccata per presunte violazioni delle sanzioni dell’Unione Europea imposte alla Russia. Come risponde?
«Le rispondo dicendole che nella vita qualsiasi gioco decidi di fare devi stare alle regole di quel gioco.
Quell’attacco purtroppo è abbastanza normale. Però bisogna farsi un’altra domanda: chi ci ha guadagnato davvero da tutto ciò?
E ancora: come mai quell’attacco arriva da un luogo dove non ci sono regole? Come direbbe Socrate: “È dovere di chi parla dire la verità”. Non dicono la verità? Pazienza».
Il momento più duro della sua vita.
«I momenti duri dipendono sempre da come li affronti.
Se devo ricordarne uno davvero impegnativo, le dico la pandemia.
Il 12 marzo 2020 ho fatto una call mondiale coi miei dipendenti e tutti piangevano.
Ho detto loro: “Non so che cosa stia arrivando ma la storia ci insegna che passerà.
Abbiamo soldi per due anni e tutti avrete il vostro stipendio. Vi chiedo solo una cosa: di essere geniali, carini, amabili”.
Poi, la mattina del 15 marzo, ho aperto la finestra di casa e ho visto volare le prime rondini dopo l’inverno. E mi sono detto: alla fine le rondini tornano sempre».
Lei che è un inguaribile ottimista, come vive le guerre e la corsa al riarmo di questi ultimi anni?
«Sono un amante della storia. E ho davanti l’esempio della Guerra dei Trent’anni finita con la pace di Westfalia.
Quella pace non fu orchestrata dai grandi reggenti ma dai collaboratori dei re. Io so che queste guerre finiranno.
E ho fiducia nei giovani, nelle nuove generazioni e nelle loro proteste».
Lei sarebbe sceso in piazza contro la guerra?
«Un giorno mia nipote mi ha chiesto: “Nonno, come vuoi morire?”. E io: “In piazza, sventolando la bandiera della pace e della libertà”.
Qualche anno fa ho fatto una ricerca su cosa dicevano i vecchi saggi storicamente sui giovani.
Scritti trovati sui vasi di terracotta in Babilonia, versi di Socrate, Seneca, Boccaccio… Tutti dicono la stessa cosa: i nostri giovani non hanno ideali, come andremo a finire?
Non è vero: io credo nelle nuove generazioni e vedo un’epoca di rinascita all’orizzonte.
Siamo andati avanti coi diritti delle donne, degli omosessuali. Bisogna continuare a camminare verso il futuro. I giovani ci stanno portando lì».
La bugia migliore detta in vita sua.
«Quando vendevo le prime collezioni di maglioni e mentendo dicevo di avere un babbo che aveva una fabbrica con 72 operai. Tornando indietro lo farei ancora, ovviamente».
Nel film sulla sua avventura vengono ricostruiti luoghi e momenti della sua vita. Com’è stato attraversarli, dal vivo, durante le riprese?
«Tornatore non me l’aveva spiegato nei dettagli. Poi, durante una ripresa, mi ritrovo nella cucina della casa di campagna con il babbo che chiede il pane alla mamma e figli e cugini intorno che parlano.
Ho fatto più pianti durante quelle riprese che in tutta la mia vita.
Porca miseria, l’uva secca era lì, dove la prendevo prima di addormentarmi.
E quella botola, da cui saliva il calore della stalla, è ancora lì, dov’è sempre stata. Ci abbiamo messo più di due anni a completare questo film.
Un mese fa, Giuseppe mi invita a Roma per vederlo. Era un sabato pomeriggio e ci diciamo: “Oggi guardiamo il film con poesia”.
Ho pianto per tutto il tempo. Poi, la mattina dopo, la domenica, lo riguardiamo con il libretto degli appunti per capire che cosa cambiare.
Maremma maiala, non ho scritto niente. Gli ho detto: “Ascolta, per me non devi toccare nulla”».

IL DOCUFILM. Due premi Oscar – è diretto da Giuseppe Tornatore, con musiche di Nicola Piovani – per Brunello – Il visionario garbato, che racconta la vita dell’imprenditore umanista. Sarà presentato nelle sale italiane dal 9 dicembre.
Ci sono tanti ricordi, tante feste, tanti successi raccontati nel film. Qual è il momento più bello?
«Forse i festeggiamenti per i miei settant’anni a Solomeo. Come sempre ho fatto un discorso a braccio per venti minuti.
C’erano gli amici di quando avevo dieci, venti, cinquanta, sessant’anni. Non potevo mentire. Ho parlato di garbo.
Che poi è diventato il sottotitolo del film. Non so perché, ma mi viene in mente una frase di Federico Fellini che ho visto sopra un teatro di posa a Cinecittà.
La frase dice: il vero realista è il visionario. Ha proprio ragione: la vita senza visione che logica ha?».
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