🔥 “Nelle pieghe più oscure di quei giorni di marzo… qualcuno sussurrava che nulla fosse come sembrava.”
La frase rimase sospesa nell’aria come un colpo di vento improvviso.
Un sussurro, un’ombra.
Qualcosa di così fragile e allo stesso tempo così devastante.
E da quel punto in poi, tutto il resto fu solo una lunga caduta.
Era marzo 2020, quando l’Italia tratteneva il fiato dietro finestre chiuse e strade vuote.
Il Paese sembrava un set cinematografico abbandonato, dove il silenzio faceva più rumore della paura stessa.
Il premier Giuseppe Conte, a colpi di Dpcm, aveva imposto un lockdown che nessuno avrebbe potuto immaginare solo poche settimane prima.
Eppure, proprio nel cuore del suo governo, qualcosa si muoveva.
Qualcosa di inquietante.
Qualcosa che oggi, più che mai, ritorna come un’eco lontana.
Durante l’audizione in commissione Covid del martedì, un nome ha fatto vibrare la sala: Goffredo Zaccardi, capo di gabinetto del ministro della Salute Roberto Speranza.
Un uomo che, all’epoca, aveva accesso ai corridoi dove si decidevano le sorti di un’intera nazione.
Un uomo che, in una chat, avrebbe scritto parole che oggi risuonano come un tuono improvviso: il governo — secondo lui — stava cavalcando la pandemia per “biechi motivi politici”.
Non un’opinione da bar.
Non una sfuriata privata.
Ma il giudizio di un esponente di vertice, uno di quelli che trattava decisioni pesanti come piombo.
Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, non ha usato mezzi termini.
La sua voce, tagliente come una lama, ha attraversato la sala come un brivido:
quelle parole non provenivano da un comprimario.
Non da un osservatore esterno.
Ma da una figura che “stava dando un contributo determinante alle scelte draconiane adottate”.
Draconiane.
La parola rimbombò sulle pareti.
Ognuno sembrò ripensare a quei giorni di angoscia, agli ospedali sovraccarichi, alle sirene delle ambulanze che sembravano non spegnersi mai.
“Gli italiani hanno diritto di sapere la verità”, proseguì Buonguerrieri.
Una frase che era più una promessa che un’affermazione.
Più una minaccia che un semplice richiamo istituzionale.
E dai profili social del partito arrivava un coro unanime: Zaccardi, nelle chat private, avrebbe parlato di un uso “strumentale” del Covid da parte di Conte.
E oggi, davanti alla commissione, avrebbe confermato.
Validato.
Ribadito.
Un gesto che, nel mondo politico, pesa più di una dichiarazione in diretta televisiva.
La commissione, secondo Fratelli d’Italia, non era solo necessaria.
Era inevitabile.
Un passaggio obbligato per dipanare un nodo che, per anni, aveva stretto la gola del Paese.
“Andremo fino in fondo”, tuonarono.
E in quella frase si percepiva tutto: determinazione, tensione, un’energia quasi fisica che attraversava l’aria come elettricità.
Ma la giornata non era finita.
Anzi, il momento più sorprendente doveva ancora arrivare.
Durante l’audizione, Zaccardi — lo stesso che anni prima aveva parlato di “biechi motivi politici” — aveva tentato un voltafaccia.
Una svolta improvvisa.
Un cambio di traiettoria in pieno volo.
Nel suo racconto, la responsabilità principale non ricadeva più sul governo nazionale, ma sulle Regioni.
Un rovesciamento totale della narrazione.
Un ribaltamento che — agli occhi di molti — sembrava più una manovra disperata che una ricostruzione fedele.
Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia e membro della commissione, non si è trattenuta.
Ha definito la sua ricostruzione “un caos giuridico e decisionale”.
Un caos che — secondo lei — rappresentava perfettamente le primissime fasi della pandemia.
Un tempo in cui ogni decisione sembrava un salto nel buio, ma in cui le responsabilità, comunque, avevano un peso preciso.
E quel tentativo di scaricare tutto sulle Regioni appariva — sempre secondo Zedda — un atto “funzionale ad una difesa partigiana e anti-giuridica”.
Una frase che, da sola, avrebbe potuto incendiare un’intera seduta parlamentare.
Poi arrivò il passaggio più duro.
Secondo Zedda, Zaccardi sarebbe arrivato addirittura ad accusare la Lombardia e i sindaci di Alzano e Nembro di non aver adottato un’ordinanza
contingibile e urgente per imporre il lockdown.
In quella sala, per un lungo istante, nessuno parlò.
Era come se l’aria fosse diventata pesante, quasi solida.
Le famiglie delle vittime della Bergamasca — presenti o solo evocate nella memoria collettiva — tornarono simbolicamente a occupare ogni sedile vuoto.
E quelle accuse, sempre secondo Zedda, andavano ben oltre il lecito: contraddicevano la normativa stessa che il governo si era dato.
Lei stessa espresse la sua solidarietà ai familiari.
Parole leggere come carezze, ma affilate come rasoi.
Perché il dolore di quella terra, marchiata dal silenzio delle processioni di camion militari, non può essere toccato senza tremare.
E ogni tentativo di riscrivere quelle ore sembrava, inevitabilmente, un’onda che torna a infrangersi sullo stesso scoglio.
La seduta terminò, ma nessuno lasciò davvero la sala.
Ognuno, con lo sguardo fisso a un punto indefinito, sembrava rivedere quelle settimane terribili.
Sembrava riascoltare il ronzio dei bollettini quotidiani.
Sembrava interrogarsi: cosa è davvero accaduto dietro quelle porte chiuse?
Chi sapeva cosa?
Chi aveva intuito?
Chi aveva taciuto?
E soprattutto…
…cosa emergerà nelle prossime audizioni, quando il velo cadrà ancora un po’ di più?
News
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