Leone XIV non si arrende, è paziente e costante, e con ago e filo in mano, continua a rammendare il tessuto lacerato che ha ricevuto in eredità dal suo predecessore.

Stamattina, a San Pietro, davanti alle diverse “equipe sinodali” portatrici delle istanze più variegate e distanti indica che la «regola suprema della Chiesa è l’amore», che nessuno «è chiamato a comandare ma tutti sono chiamati a servire», che «nessuno deve imporre le proprie idee» e tutti devono imparare ad ascoltarsi reciprocamente.
«Nessuno è escluso, tutti sono chiamati a partecipare, nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo umilmente cercarla, e cercarla insieme».
Papa Francesco viene citato diverse volte eppure Leone XIV pur tirando le somme sul lungo e accidentato percorso sinodale avviato quattro anni fa e che per certi versi si è rivelato una specie di vaso di Pandora, chiede a ogni componente di destra come di sinistra – per sintetizzare:
da una parte i conservatori e dall’altra gli aperturisti – di tirare il freno a mano, e avviare un percorso comune, abbandonando i personalismi, gli atteggiamenti di chiusura e di miopia.
Viene richiamato il Vangelo quando farisei e pubblicani «salgono tutti e due al Tempio a pregare.
Papa Leone aggiunge: potremmo dire che «salgono insieme o comunque si ritrovano insieme nel luogo sacro».
L’omelia che ha preparato arriva il giorno dopo il voto clamoroso della Chiesa italiana al documento sul percorso sinodale approvato con una maggioranza bulgara e contenente un percorso di inclusività per le persone omosessuali e le comunità Lgbt, con aperture persino sui gay pride (naturamente solo da “sostenere con la preghiera” in segno di solidarietà per cambiare soprattutto la cultura dominante che tende ancora a scartare e discriminare).

«La Chiesa, che non è una semplice istituzione religiosa né si identifica con le gerarchie e con le sue strutture.
La Chiesa, invece, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, è il segno visibile dell’unione tra Dio e l’umanità, del suo progetto di radunarci tutti in un’unica famiglia di fratelli e sorelle e di farci diventare suo popolo:
un popolo di figli amati, tutti legati nell’unico abbraccio del suo amore» sottolinea Papa Prevost.
In questi cinque mesi di regno, in modo progressivo, egli sta mettendo in pratica il suo primo obiettivo che è quello di far riprendere fiato alla Chiesa superando la polarizzazione creatasi sotto Papa Francesco .
Naturalmente non è una impresa facile ma i cardinali elettori che lo hanno votato gli hanno chiesto proprio questo: «serve unità e pace».
In un altro passaggio dell’omelia di stamattina ha incalzato i cattolici di ambo le fazioni a deporre «il clericalismo e la vanagloria» di «allargare lo spazio ecclesiale perché diventi collegiale e accogliente» armonizzando tradizione, novità, diversità, partecipazione, «lasciando che lo Spirito trasformi, perché non diventino contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni dannose».
In pratica è l’eredità di Papa Francesco riproposta in una chiave più ecumenica e meno muscolare, con la mitezza che contraddistingue il nuovo pontificato.
Prevost ha un sogno: «costruire una Chiesa umile».
Due giorni fa davanti ai Movimenti Pololari aveva fatto suo il motto di Bergoglio: «sogno anche una Chiesa povera per i poveri» .
Stamattina, a san Pietro, ha completato l’affresco con pennellate di mitezza e garbo.