đĽ âLa regina Giorgia gioca dâanticipo.â Una manovra minuscola, 18 miliardi appena, ma dal sapore strategico: Meloni stringe oggi per colpire domani. Mentre Salvini e Tajani sbuffano e Confindustria rumoreggia, lei sorride â sa che il sacrificio di ora è il biglietto per la libertĂ del 2026. Sotto il 3% di deficit, fuori dal mirino dellâEuropa, pronta a lanciare la vera bomba economica: una finanziaria esplosiva, elettorale, tutta âmeno tasse per tutti!â. Ă austeritĂ o calcolo geniale? Dietro la maschera severa della âDucettaâ, si prepara una partita di potere che può riscrivere il 2027|KF
Mai si era vista una manovra finanziaria micragnosa in vista del 2026: una miseria che si aggira intorno a 18 miliardi di euro.
Basti pensare che lo scorso anno il valore complessivo totalizzava circa 24 miliardi di euro, saliti a 28 con i primi decreti attuativi.
Nel 2023, la prima partorita da Meloni premier (quella del 2022 fu fatta sostanzialmente dal governo Draghi), raggiunse la ragguardevole sommetta di 35 miliardi.
Come mai la Statista della Sgarbatella ha dato il via libera a una tale manovra formato mignon, che fa correre il rischio di perdere consensi?
Il taglio di due punti dellâaliquota Irpef, dal 35% al 33%, è praticamente una presa per il culo perchĂŠ destinato ai redditi sotto i 50 mila euro lordi allâanno: santocielo!
oggi si può far rientrare tale compenso nella categoria dei ricchi?).

GIANCARLO GIORGETTI – GIORGIA MELONI – FOTO LAPRESSE
I tartassati possono stare tranquilli: la pressione fiscale dovrebbe rimanere ben salda al 42,8% raggiunto nel 2025, sui valori massimi degli ultimi dieci anni.
Una finanziaria che sta facendo spuntare le corna del toro a Matteo Salvini, sempre piĂš in affanno per i consensi perduti dalla Lega, che vuole che le banche e le assicurazioni sgancino un altro miliardino, oltre ai 4,5 che bonificheranno al governo, per aumentare gli stipendi delle forze dellâordine.
Salvini è ovviamente incazzato come una biscia con il suo compagno di partito e ministro dellâEconomia, Giancarlo Giorgetti, per la misura sulla rottamazione delle cartelle elettorali: vuole allargare la platea, includendo anche chi è stato giĂ raggiunto da un accertamento fiscale.
Altro tema caldo sono le pensioni: in barba alla legge Fornero, il âCapitoneâ aveva promesso che avrebbe bloccato l’allungamento di tre mesi dellâetĂ pensionabile che scatta dal 2027, ma alla fine lo stop varrĂ solo per chi svolge lavori “gravosi e usuranti”.
Anche Forza Italia ha alzato le barricate: oltre agli esborsi coatti alle banche e assicurazioni, Tajani è contrarissimo all’aumento dal 21% al 26% della cedolare secca sugli affitti brevi (ââla prima casa in affitto non si toccaââ) e si oppone alla norma che alza dall’1,2% al 24% le tasse sui dividendi che vengono incassati per partecipazioni minori del 10% in una societĂ .

Sullo sfondo rumoreggiano i mugugni e i vaffa di gran parte dei ministri che sono stati costretti ad usare lâaccetta al bilancio dei loro dicasteri.
Il ministero piĂš colpito dai tagli è quello delle Infrastrutture e trasporti di Salvini (oltre 520 milioni), seguito dall’Economia (oltre 450 milioni) e dall’Ambiente e Sicurezza energetica (oltre 370 milioni).
In mezzo alla riduzione di 81 milioni agli Interni e 78 alla Cultura, 76 allâAgricoltura e 64 al Turismo, eccetera, grida vendetta il taglio cesareo di 89 milioni a un ministero come quella della SanitĂ , che si dibatte in uno stato di emergenza continua, con disparitĂ regionali e indecenti liste d’attesa anche di un anno per una radiografia o una Tac, tutto a vantaggio, per coloro che se lo possono permettere, della crescente sanitĂ privata.
Per non parlare poi dellâimpatto negativo che la manovra ha ricevuto dal mondo industriale: per le imprese, sono previsti zero incentivi per sollevare lâeconomia dallo âzero virgolaâ in cui è nuovamente impantanata (malgrado i miliardi del Pnrr).
Alcun sostegno è stato stanziato nemmeno per le aziende che esportano negli Stati Uniti, finite sotto la ghigliottina dei dazismo trumpiano.
Un muro del pianto si è sbriciolato alla visione del documento presentato da Giorgetti a Bruxelles il 15 ottobre, e che va ratificato e soprattutto difeso in parlamento dalla pioggia di emendamenti alzando il ritmo del ritornello âdovâè la copertura della spesa?â entro il 31 dicembre, che ha dietro un ottimo, fantastico motivo.
Per Giorgia Meloni, infatti, presentare una finanziaria particolarmente asfittica che vale lo 0,8% del Pil, facendo finire il Deficit sotto il 3% del Pil, a fronte del 3,3% concordato con la Ue, permetterĂ al governo alla Fiamma di uscire con un anno in anticipo dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo attivata dallâUnione europea nel 2024.
Una volta comunicato alla Ue il virtuoso rientro del deficit sotto la soglia di attenzione e ottenuto il conseguente via libera allâuscita dellâItalia dalla procedura per disavanzo eccessivi, Giorgia Meloni potrĂ dedicarsi con allegria alla manovra del 2026Â che, guarda caso!, coincide proprio con i tempi delle elezioni politiche della primavera del 2027.
Non avendo piĂš la necessitĂ di evitare sostanziosi finanziamenti in deficit, libera e bella di fare le cose in grande sul lato della spesa (e delle imposte), sarĂ una finanziaria finalmente espansiva, ricca di botti e fuochi di artificio.
E gli italiani che entreranno nella cabina elettorale potranno cosĂŹ ricompensare la generositĂ di Sua MaestĂ , la Regina Giorgia.

Nel frattempo, dobbiamo stringere la cinghia per mettere a dieta il debito pubblico che a fine agosto 2025 ha raggiunto la cifra record di circa 3.082 miliardi di euro, attestandosi intorno al 135,3% del Pil, dato relativo al 2024.
La manovra per il 2026, infatti, vale appena lo 0,8% del Pil, la metĂ del valore medio nel decennio precedente.
Ci attende dunque un anno di carestia. Ma Lady Giorgia è tranquilla: sa che siamo pronti a tutto per Lei, oro alla patria e salto nel cerchio di fuoco compreso, nellâattesa della Befana del 2027âŚ