🌙 Tra cenere e urla, il movimento pacifista pro-Pal incendia la piazza: bruciano la foto di Crosetto e Greta attacca il governo con parole taglienti… Ma sarà il loro errore sfidare l’autorità e il Paese: il grido rimbombante di Crosetto ammutolisce e fa tremare la folla.

Il pacifismo pro-Pal: la foto di Crosetto bruciata al grido di “noi non ci arruoliamo”. E Greta dal palco insulta il governo

🌙 “Non sempre ciò che brucia è solo cartone… a volte sono certezze che crollano.”
Così mormorava qualcuno tra la folla, mentre Roma vibrava come una creatura viva, agitata, contraddittoria, affamata di qualcosa che nessuno riusciva ancora a nominare.

I. La notte in cui il fuoco parlò 🔥

Roma non sembrava più Roma.
Le strade respiravano come polmoni incandescenti, gonfie di slogan, tamburi improvvisati, passi pesanti e un’energia che oscillava tra la preghiera e la minaccia. Milano, Torino, Firenze: tutte in risonanza come corde tese di un’unica chitarra emotiva. Ma fu nella Capitale che il sipario si aprì sul quadro più feroce.

I collettivi marciavano come un’onda scura.
Gli striscioni ondeggiavano.
Gli sguardi brillavano di quella scintilla che nasce quando la rabbia incontra la missione.

E poi… il cartello.
La foto di Guido Crosetto, ministro della Difesa, sollevata come un trofeo al rovescio.

Una voce gridò:
«NOI NON CI ARRUOLIAMO!»

Un’altra rispose:
«E NEMMENO CI ARRENDIAMO!»

Poi, l’accendino.
Un click secco, quasi innocente.

🔥 E il fuoco divorò il volto del ministro, trasformandolo in una maschera nera e tremolante.

Qualcuno filmava.
Qualcun altro rideva.
E altri, più silenziosi, osservavano come se stessero assistendo all’inizio di qualcosa di irreversibile.

II. Il teatro dell’assurdo: tra pacifismo e ferocia⚡

La scena puzzava di paradosso.
Il corteo, nato sotto il segno del pacifismo, stava diventando un’arena di sfoghi, accuse, parole lanciate come proiettili.

Sui social, i video dell’incendio comparvero in tempo reale:
«Guardate! L’abbiamo bruciato noi!»
Una specie di trofeo digitale, un rito di autofirma.

E come se non bastasse, ecco un’altra fiamma:
la bandiera americana.
Bruciata tra cori che sembravano usciti da un vecchio film di rivoluzione sudamericana:

«Viva Maduro! Viva Chávez!»
«Giù le mani dal Venezuela!»
«Yankee go home!»

Tutto a metà tra protesta, teatro e delirio.

III. Il fronte istituzionale si compatta 🛡

A Montecitorio e dintorni non ci fu bisogno di attendere molto.
Le reazioni arrivarono come frecce rapidissime.

Ignazio La Russa scrisse:
«Un’altra volta un corteo che diventa un campo d’odio. Solidarietà a Guido.»

Giovanni Donzelli rincarò:
«Se pensano di intimorirci, sbagliano di grosso.»

Parole dure, taglienti, ma forse anche inevitabili.
Il fuoco aveva acceso molto più di un’immagine su un cartone.

Aveva acceso una guerra narrativa.

IV. Le “sante patrone”: Greta e Albanese arrivano a Roma 💥

La folla si aprì come un mare spinto dal vento.
Sul palco improvvisato, due figure che sembravano uscite da un manifesto politico in versione pop:

🌱 Greta Thunberg, la guerriera del clima trasformata — almeno per una notte — in un simbolo globale della protesta filo-palestinese.

🌙 Francesca Albanese, la relatrice ONU diventata, suo malgrado, una sorta di icona mistica per i movimenti più radicali.

La piazza trattenne il respiro.

Greta prese il microfono con un gesto lento, come chi sta per gettare un fulmine.

E lo fece.

«Potrei dirvi quanta repulsione provo… quanto devastata mi sento pensando ai criminali di guerra al comando… incluso» — pausa drammatica — «il vostro fott… governo fascista.»

BOOM.
Il termine rimbalzò sulle pareti dei palazzi, salì sopra le teste, esplose in un coro di shock, applausi, insulti, euforia.

Greta continuò, in un italiano sorprendentemente deciso:
«Non potete aspettare che ogni palestinese sia ucciso… Italia è complice di questo genocidio… voi dovete continuare a scendere in strada. Boicottate. Bloccate tutto.»

E infine, il grido che accese la miccia emotiva della piazza:
«VIVA LA PALESTINA!»

La folla esplose.
E anche chi non capiva tutto… capì abbastanza.

V. La replica di Kelany: il contrattacco 🗡

Sara Kelany, parlamentare di FdI, non attese che le onde emotive si calmassero.
No. Lei entrò nella tempesta a cavallo.

«La turista del dissenso Greta Thunberg… viene in Italia a sparare insulti mentre il popolo italiano lavora davvero.»

Una frase pesante, calibrata come un colpo di spada.
E poi:

«Questa Nazione garantisce il dissenso, ma non accetta chi soffia sul fuoco dell’odio.»

La contrapposizione era netta, cinematografica, quasi mitologica:
Greta, la nomade globale del cambiamento.
Kelany, la guardiana nazionale dell’ordine.

Due archetipi.
Due fuochi opposti.
Due narrative pronte a scontrarsi ancora e ancora.

VI. Ma cosa stava davvero succedendo? 👀

Perché tutto questo sembrava orchestrato da un regista invisibile?

Voci correvano tra i partecipanti:
che quella sera qualcuno avesse portato un “manifesto segreto”,
che certi gruppi avessero preparato una performance non ancora svelata,
che Greta avrebbe lanciato un messaggio cifrato,
che la presenza di Albanese non fosse casuale ma… necessaria.

Sono voci.
Forse solo suggestioni.
Forse solo la folla che inventa storie per dare un senso al caos.

Oppure… forse no.
Forse qualcosa bolliva davvero sotto la superficie.

E il fuoco, quel fuoco che bruciava la foto di Crosetto,
era solo il primo indizio.

VII. Dietro le quinte: tensioni, accordi, promesse? 🌒

Si diceva che alcune delegazioni studentesche avessero litigato ferocemente a porte chiuse sul tono da mantenere durante la protesta.
Che c’erano tre diverse “regie”.
Che la parola “genocidio” fosse stata discussa come un detonatore da usare o non usare.

E poi c’erano i rumor più folli:
che Greta fosse arrivata con un’agenda politica “non dichiarata”,
che Albanese avesse ricevuto pressioni da mezzo mondo,
che gruppi antagonisti stessero tentando “la grande notte della disobbedienza”.

Rumor, sì.
Ma in quella notte tutto sembrava possibile.
Tutto sembrava sul punto di esplodere.

VIII. E adesso? Cosa succederà? 😱

La domanda correva di bocca in bocca, scivolando come un serpente inquieto.

Perché quando una piazza urla “blocchiamo tutto”,
quando un ministro diventa una torcia simbolica,
quando un’attivista internazionale chiama il governo “fascista”,
quando le istituzioni rispondono con parole taglienti…

…non è mai solo una protesta.

È l’inizio di un conto alla rovescia.

Verso cosa?
Nessuno lo sa ancora.

Ma qualcosa sta per arrivare.
E Roma — come tutte le città che hanno vissuto quella notte —
sembra trattenere il fiato, in attesa della prossima scena.

La storia…
non è finita.

Anzi.
Sta appena iniziando.

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