L’ex braccio destro di Ratzinger, oggi nunzio apostolico nei Paesi baltici: «Questa è la linea di confine, si vive con la paura della guerra tra Est e Ovest»

Dal ruolo, mai ricoperto da nessuno in due millenni di papato, di “trait d’union” tra papa regnante e papa emerito alla responsabilità di rappresentare la Santa Sede nei Paesi baltici in piena minaccia russa.
Dopo la scomparsa di Benedetto XVI, Francesco ha nominato nunzio apostolico in Lituania, Estonia e Lettonia, monsignor Georg Gänswein, arcivescovo titolare di Urbisaglia, storico segretario di Joseph Ratzinger e per anni Prefetto della Casa Pontificia anche con il suo successore, papa Jorge Mario Bergoglio.
Dopo la lunga esperienza in Vaticano come più stretto collaboratore di Ratzinger, lei da circa un anno e mezzo è nunzio apostolico nei Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania). Cosa significa rappresentare la Santa Sede laddove si colloca la linea di confine della nuova guerra fredda?
«Essere nunzio apostolico nella “linea di confine” della nuova guerra fredda significa vivere ogni giorno la missione della Chiesa come ponte fra i popoli, cercando di rispondere alle sfide quotidiane, con lo sguardo della fede, tenendo viva la centralità dei valori evangelici.
Rappresentare la Santa Sede in una regione tanto strategica quanto complessa comporta una profonda responsabilità, soprattutto in questo momento segnato da tensioni geopolitiche crescenti.
La presenza diplomatica vaticana si concretizza nell’impegno per dialogare con le realtà politiche ed ecclesiastiche e anzitutto nell’appoggiare la promozione della pace».
Quale incidenza ha la fede nel cementare l’unità nazionale in queste ex repubbliche sovietiche?
«La Chiesa si impegna come guida spirituale e come promotrice di valori cristiani che fungono da collante sociale negli attuali momenti difficili.
La fede svolge un ruolo fondamentale nel processo di ricostruzione dell’identità nazionale dei popoli di queste ex-repubbliche sovietiche dove i decenni di occupazione hanno lasciato tracce profonde.
In molte occasioni la dimensione religiosa aiuta a guarire dalle ferite dolorose e a superare inimicizie atroci, rafforzando il senso di solidarietà tra gli uomini».
Dopo alcune incomprensioni lei si è chiarito con Francesco che le ha poi affidato uno degli avamposti diplomatici più delicati nell’attuale scacchiere internazionale. Quali ricordi ha in particolare di papa Bergoglio?
«“De mortuis nihil nisi bene” (n.d.r. “dei morti non si dica nulla se non il bene”).
Di papa Francesco conservo innanzitutto il ricordo di una personalità di profonda umanità e sincera disponibilità all’ascolto.
Il suo stile diretto e la sua attenzione alle “periferie”, sia geografiche sia esistenziali, mi hanno fatto capire quanto sia importante mettersi al servizio di quelli che spesso rimangono ai margini delle cronache.
La misericordia e la fraternità non sono state solo parole, ma scelte concrete che hanno caratterizzato il suo servizio petrino e la sua comprensione della vita ecclesiale.
Questi ricordi mi accompagnano nell’esercizio della mia missione diplomatica nel Baltico, dove la vicinanza e l’attenzione alle persone sono fondamentali».

Con il papa emerito Benedetto XVI
Da segretario particolare di papa Benedetto XVI e da prefetto della Casa Pontificia di papa Francesco lei ha conosciuto il “centro” della Chiesa e ora ne sperimenta le “periferie”. Cosa unisce queste due esperienze?
«Ciò che accomuna entrambi i contesti è la dedizione all’annuncio del Vangelo e la necessità di testimoniare la fede.
È fondamentale accompagnare le persone nel loro cammino, ricordando che il cuore della Chiesa batte ovunque ci sia anche un solo fedele che cerca Dio.
Seppur apparentemente distanti, queste due esperienze sono unite dal filo rosso della vocazione al servizio.
Al “centro” ho respirato la responsabilità universale della Chiesa, dove ogni decisione ha riverberi globali; nelle “periferie” sto sperimentando la concretezza della fede vissuta giorno per giorno, tra le sfide e le speranze di comunità spesso ai margini».
Come definirebbe l’epoca mai vissuta prima dalla Chiesa di un papa regnante e di un papa emerito?
«La presenza simultanea di un papa regnante e di un papa emerito, dopo un primo momento di sorpresa e adattamento, è stata ed è rimasta una sfida enorme, ma allo stesso tempo anche un’opportunità di approfondire la riflessione teologica della realtà creatasi.
Anche se si sono fatti diversi interrogativi, teologicamente era chiarissima la differenza e la distinzione fra papa “regnate” ed “emerito”.
Per sincerità si deve dire che, purtroppo, ci sono stati dei tentativi di seminare confusione al riguardo.
La relazione personale tra Papa Francesco e Benedetto XVI è stata segnata da stima reciproca e sincera fraternità».
L’universalità della Chiesa è inscritta nella missione della diplomazia pontificia. In che modo riesce a conciliare le differenze tra le Chiese e le società dei tre Paesi nei quali è ambasciatore del Papa?
«L’universalità della Chiesa si manifesta anzitutto nella capacità di valorizzare le differenze esistenti non come contrasto ma come ricchezza, senza perdere di vista il fondamento della fede che ci unisce come fratelli e sorelle nella Chiesa di Cristo.
Per conciliare le differenze tra le Chiese particolari e le società nei Paesi baltici, occorre ascoltare attentamente le diverse voci e rispettare le tradizioni culturali, storiche e religiose in ciascun Paese.
La valorizzazione delle tradizioni esistenti e la promozione di iniziative comuni permettono di costruire e aumentare comprensione e collaborazione».
Leone XIV ha messo al centro del suo Magistero la pace. Quale responsabilità ciò comporta per chi come lei traduce in azione diplomatica sul campo il messaggio del Pontefice?
«La voce della Chiesa deve essere sentita e percepita come a favore della dignità umana e della convivenza pacifica.
La centralità della pace nel Magistero pontificio non è soltanto un ideale astratto, ma una responsabilità concreta che interpella tutti i rappresentanti della Santa Sede.
Tradurre il messaggio del Papa in azioni diplomatiche significa impegnarsi quotidianamente per il dialogo, la riconciliazione e la promozione della pace nelle e tra le nazioni.
Si tratta di essere lavoratori instancabili della pace, pronti a tessere relazioni di fiducia anche nelle situazioni complesse e delicate».
Quanto è avvertito nei Paesi baltici il pericolo di uno scontro sempre più acceso tra Ovest ed Est?
«A causa delle esperienze dolorose con la occupazione sovietica nel passato, le popolazioni baltiche sono molto sensibili alle minacce che mirano a distruggere la libertà e la pace guadagnate 35 anni fa con sofferenza.
Sanno benissimo che la libertà e la pace non sono mai acquisite definitivamente, ma vanno costruite e custodite giorno per giorno.
Di fronte alle sfide attuali, l’impegno per evitare qualsiasi scontro è prioritario e improrogabile, affinché la paura non prenda il sopravvento sulla speranza nei cuori degli uomini.
Qui nei Paesi baltici la percezione del rischio di un conflitto crescente tra Ovest ed Est è molto sentita e accompagna la vita quotidiana degli uomini».