I SOLITI PAGLIACCI BLOCCANO L’AULA CON “BELLA CIAO”: PROTESTA TEATRALE, REGOLE CALPESTATE E UN PARLAMENTO TRASFORMATO IN PALCOSCENICO. NON È RESISTENZA, È SPETTACOLO POLITICO CHE UMILIA LE ISTITUZIONI. FINO A QUANDO QUESTO CAOS VERRÀ TOLLERATO?|KF - News

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I SOLITI PAGLIACCI BLOCCANO L’AULA CON “BELLA CIAO”: PROTESTA TEATRALE, REGOLE CALPESTATE E UN PARLAMENTO TRASFORMATO IN PALCOSCENICO. NON È RESISTENZA, È SPETTACOLO POLITICO CHE UMILIA LE ISTITUZIONI. FINO A QUANDO QUESTO CAOS VERRÀ TOLLERATO?|KF

In Parlamento non si alza mai davvero solo una canzone, perché quando l’aula si trasforma in coro il bersaglio non è la melodia, ma la parola dell’avversario.

L’episodio di queste ore, con un gruppo di deputati che ha intonato “Bella Ciao” per coprire un intervento e rendere impossibile proseguire la discussione, è diventato immediatamente un simbolo.

Un simbolo di polarizzazione, di sfiducia reciproca e di quella tentazione ricorrente della politica italiana di scambiare la scena per la sostanza.

La domanda vera non è se il gesto sia stato “spontaneo” o “organizzato”, perché in aula la distinzione conta poco.

Conta l’effetto, e l’effetto è stato quello di interrompere un dibattito attraverso il rumore.

Quando accade, non vince la democrazia e non vince la libertà di espressione, perché la libertà di espressione non coincide con l’impedire agli altri di esprimersi.

Vince soltanto l’idea che l’istituzione sia un’arena dove si può ottenere un risultato politico anche senza argomentare.

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E questo, alla lunga, è un costo enorme per tutti, maggioranza e opposizione, perché erode la credibilità dell’unico luogo in cui i conflitti dovrebbero essere regolati.

Il punto delicato è che “Bella Ciao” non è un semplice brano da stadio, ma un simbolo storico e identitario che in Italia viene usato, spesso, come prova di appartenenza morale.

Proprio per questo, cantarla in un momento di scontro istituzionale sposta il baricentro dal merito al marchio.

Non è più “che cosa stai dicendo”, ma “chi sei” e “da che parte stai”.

È una scorciatoia emotiva potentissima, ma è anche la scorciatoia che rende impossibile discutere davvero, perché chi non si riconosce in quel simbolo si sente automaticamente escluso dal campo del legittimo.

E quando un simbolo viene usato per chiudere la bocca all’altro, l’opposizione si trasforma in interdizione, e l’interdizione non è un diritto politico, è un abuso di fatto.

Chi difende quel gesto lo presenta come protesta, come “resistenza”, come reazione a parole ritenute inaccettabili.

Chi lo condanna lo descrive come una pagliacciata, una violazione delle regole e una teatralizzazione indegna.

Entrambe le letture contengono una parte di verità emotiva, ma nessuna risolve il nodo istituzionale, cioè la differenza tra manifestare dissenso e impedire il funzionamento dell’aula.

In una democrazia parlamentare, il dissenso non è solo ammesso, è strutturale, ma deve restare dentro il perimetro che rende possibile la decisione.

Se si supera quel perimetro, la protesta diventa sabotaggio procedurale, anche quando nasce da motivazioni sincere.

Ed è qui che l’episodio smette di essere folclore e diventa un problema serio, perché normalizzare l’ostruzionismo rumoroso significa accettare che il Parlamento funzioni a intermittenza, secondo la capacità dei gruppi di trasformare la seduta in performance.

Il fatto che tutto si sia acceso attorno alla parola “remigrazione”, o comunque attorno a proposte che riguardano rimpatri e gestione dell’immigrazione, rende la scena ancora più infiammabile.

Siamo davanti a un tema che non è soltanto tecnico, ma emotivo, identitario e spesso carico di paure reali, di insicurezze, di problemi di quartiere e anche di manipolazioni.

Proprio per questo, se mai esiste un ambito che richiederebbe precisione linguistica e responsabilità istituzionale, è questo.

Nel dibattito pubblico italiano, “remigrazione” viene usata in modi diversi, e il problema è che spesso viene lasciata volutamente ambigua.

Per alcuni indica semplicemente rimpatri più rapidi per chi non ha titolo a restare, nel rispetto della legge e delle garanzie, e questo è già oggi un pezzo della politica migratoria di qualunque governo.

Per altri, invece, la parola suona come un contenitore che può scivolare verso idee di espulsioni di massa o di esclusione su base identitaria, e qui si entra in un territorio incompatibile con i principi costituzionali e con gli obblighi internazionali.

Quando una parola è così ambigua, l’aula dovrebbe fare l’opposto del coro, cioè chiarire, distinguere, delimitare, trasformare l’emotività in regola.

Se invece la parola diventa pretesto per il baccano, il risultato è un paradosso: il tema resta intatto nella sua confusione, ma la rabbia cresce come se fosse stato chiarito.

È anche per questo che la scena del canto in Parlamento funziona così bene sui social, perché racconta un conflitto semplice, con buoni e cattivi già assegnati, e non chiede a nessuno lo sforzo di capire.

Il formato è perfetto per la viralità e pessimo per la democrazia deliberativa.

A livello istituzionale, l’obiezione più forte non riguarda la libertà di cantare, ma l’uso del canto come strumento di interruzione.

Nessuna assemblea funziona se il diritto di parola viene sostituito dal diritto al frastuono.

Oggi lo fa una parte, domani lo farà l’altra, e alla fine l’aula diventa un posto dove si va solo per produrre clip, non per produrre norme.

Il Parlamento, però, non è un set, perché è l’organo che legittima le decisioni collettive e che dovrebbe rendere trasparenti i conflitti attraverso il confronto, non attraverso l’impedimento.

C’è poi un aspetto ancora più corrosivo, cioè l’effetto sul pubblico.

Quando i cittadini vedono deputati che non riescono nemmeno a far finire un intervento, si rafforza l’idea che la politica sia irriformabile, infantile, autoreferenziale.

E quando quell’idea attecchisce, cresce la domanda di scorciatoie, di uomini soli al comando, di decisioni senza discussione.

In altre parole, lo spettacolo che pretende di difendere la democrazia spesso finisce per alimentare l’antiparlamentarismo che la indebolisce.

L’obiezione “ma anche l’ostruzionismo è uno strumento parlamentare” è corretta solo a metà.

L’ostruzionismo regolamentare è parte del gioco, perché usa le regole per rallentare e costringere al confronto, e può essere criticabile ma resta interno al diritto parlamentare.

Il caos acustico che rende impossibile parlare non è ostruzionismo, perché non chiede più regole, chiede solo volume.

E il volume non è un argomento.

In questo contesto, anche le responsabilità della maggioranza contano, perché chi governa ha il dovere di non trasformare i temi sensibili in slogan progettati per provocare la reazione più prevedibile.

Se il dibattito viene impostato come una sfida identitaria, con parole che cercano deliberatamente l’incendio, non ci si può poi stupire se qualcuno sceglie l’estintore sbagliato, cioè il rumore al posto della confutazione.

Questo non giustifica il gesto, ma spiega che l’ecosistema è malato, e in un ecosistema malato l’incendio è sempre a portata di scintilla.

Il nodo, allora, è capire che cosa significhi “fino a quando questo caos verrà tollerato” senza cadere nell’idea pericolosa che la soluzione sia comprimere il dissenso.

La soluzione non è zittire l’opposizione e non è blindare l’aula come se fosse una caserma, perché un Parlamento imbavagliato è un Parlamento inutile.

La soluzione è far rispettare in modo coerente le regole che già esistono, con richiami tempestivi, sanzioni previste e soprattutto una responsabilità politica collettiva che torni a considerare l’aula un luogo serio.

Serio non significa freddo, perché la politica è anche passione, ma significa che la passione deve servire a convincere, non a impedire.

C’è infine una questione di linguaggio pubblico che vale per tutti.

Quando un tema complesso come l’immigrazione viene trattato come un grilletto per ottenere applausi rapidi, l’aula diventa un ring e le persone reali, italiane e straniere, diventano pedine narrative.

E quando le persone diventano pedine, la politica perde il senso del limite, che è la prima cosa che un’istituzione dovrebbe custodire.

Il risultato di giornate così è sempre lo stesso: una parte esce convinta di aver “umiliato” l’altra, ma in realtà viene umiliato il Parlamento come idea, cioè la possibilità che un conflitto trovi forma civile.

Se si vuole davvero difendere la dignità delle istituzioni, la via è più faticosa e meno spettacolare, e consiste nel fare ciò che nessun algoritmo premia: ascoltare, replicare nel merito, votare, assumersi responsabilità e pagare il prezzo delle decisioni.

Il resto, cori compresi, è teatro che dura un giorno e lascia macerie più lunghe della clip che lo racconta.

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