TENTATO OMICIDIO A TORINO, PAROLE CHE BRUCIANO COME PROIETTILI: GRIMALDI ACCENDE LA MICCIA, MELONI ESPLODE, LO SCONTRO DIVENTA POLITICO, MEDIATICO E ISTITUZIONALE, E NULLA RESTA PIÙ COME PRIMA. È qui che la cronaca si trasforma in battaglia. A Torino il caso del tentato omicidio scuote il Paese, ma sono le parole di Nicola Grimaldi a far saltare il banco. Frasi pesanti, allusive, rilanciate in TV e sui social come verità scomode. Giorgia Meloni reagisce con durezza, senza filtri, perché capisce che non è solo un commento: è un attacco politico mascherato da indignazione. Il clima si incattivisce, i toni si alzano, e lo scontro diventa simbolico. Da una parte chi usa l’emergenza per colpire il governo, dall’altra una premier che rifiuta lezioni e respinge accuse implicite. Le immagini scorrono come in un trailer: Torino, microfoni accesi, dichiarazioni che dividono l’Italia. Il sistema mediatico amplifica tutto, mentre il pubblico si chiede cosa ci sia davvero dietro quelle parole. È sicurezza, è propaganda, o è una guerra di potere che usa il sangue per fare rumore?

Benvenuti su Altezza Politica.

Non è passato nemmeno il tempo di spegnere le sirene.

Non si è ancora dissolto l’odore acre dei fumogeni e della gomma bruciata che impregna l’aria fredda di Torino.

Eppure, la sinistra aveva già pronto il copione.

Dattiloscritto, revisionato, pronto per essere recitato davanti alle telecamere con la giusta dose di gravità simulata.

Altro che approfondimenti. Altro che verifiche dei fatti. Altro che rispetto per chi è finito in un letto d’ospedale con le ossa rotte.

Qui la trama è stata scritta in tempo reale, mentre il sangue era ancora caldo sull’asfalto.

Bastano poche ore. Giusto il tempo di far raffreddare la strada, giusto il tempo di capire che l’aria tira verso il peggio, e il verdetto è servito. 🍽️

Elegante. Rassicurante per la propria base. Ribaltato al punto giusto con quella maestria retorica che fa venire i brividi.

Perché anche stavolta, incredibilmente, il problema non è chi colpisce con ferocia disumana.

Il problema è chi ha osato intervenire.

Torino, notte fonda.

Le immagini che scorrono sugli schermi di tutta Italia non lasciano spazio all’immaginazione. Sono crude. Sono violente. Sono inequivocabili.

Fumo che sale denso, nero, soffocante.

Bottiglie incendiarie che si frantumano con quel rumore cristallino che precede la fiammata. 🔥

Pietre che non cadono per sbaglio, non sono inciampi della storia, ma vengono lanciate con precisione balistica per fare male.

E poi la scena madre. Quella che dovrebbe far fermare il cuore di chiunque abbia un minimo di coscienza civile.

Un agente resta isolato.

Attorno a lui il vuoto pneumatico della paura, e poi il cerchio si chiude. Come un branco che ha individuato la preda.

Non è una “colluttazione”, termine asettico da verbale di polizia. Non è “caos spontaneo”.

È un’aggressione militare.

Calci. Pugni. Colpi al volto.

E poi… Martellate. 🔨

Martellate vere. Roba da cantiere usata come arma da guerra. Roba che non ha nulla a che fare con la politica, con la dialettica, con il dissenso.

Ha tutto a che fare con il Codice Penale. Con il tentato omicidio.

Eppure, mentre il Paese guarda incredulo quelle scene da guerriglia urbana sudamericana nel cuore del Piemonte…

Qualcuno decide che no. Non si tratta davvero di un’aggressione.

È più comodo, più utile, più “strategico” chiamarla conseguenza.

Effetto collaterale.

Una specie di fastidio inevitabile, come la pioggia quando non hai l’ombrello.

Perché in questa versione geniale e perversa dei fatti, il vero colpevole non è chi impugna il martello per spaccare un cranio.

Il vero colpevole è chi ha osato, dopo decenni di silenzio complice, sgomberare un centro sociale occupato abusivamente da 29 anni.

Ventinove.

Non una parentesi. Non una ragazzata. Ma una carriera intera nell’illegalità tollerata.

Il corteo, dicono i portavoce con la faccia pulita, era pacifico. 🕊️

Famiglie, striscioni, slogan colorati, musica. La solita immagine da cartolina buona per i titoli iniziali dei telegiornali compiacenti.

“Guardate che bravi ragazzi, guardate che festa di democrazia”.

Poi però, guarda caso, arrivati a Vanchiglia, il copione cambia improvvisamente.

Scoppia l’inferno.

Non un incidente. Un piano.

103 feriti.

Ventinove poliziotti finiscono in ospedale.

Alessandro, 29 anni, del reparto mobile di Padova, viene massacrato da solo.

Uno contro un gruppo. Uno contro una piazza che smette di essere protesta e diventa spedizione punitiva tribale.

I colleghi non girano intorno alle parole, perché quando vedi il sangue dei tuoi amici non hai tempo per la diplomazia: “Erano lì per farci fuori”.

E non è rabbia del momento.

Perché quando saltano fuori le Molotov. Quando compaiono le bombe carta farcite con chiodi e bulloni per massimizzare il danno. Quando spuntano i martelli. Quando si usano strumenti sofisticati per bloccare le comunicazioni radio della polizia…

Non parliamo più di “tensione sociale”.

Parliamo di Organizzazione. Di Preparazione militare. Di Guerriglia Urbana pianificata a tavolino.

Gente che non scende in strada per farsi ascoltare, ma per colpire, distruggere e scappare nel buio. 🌑

E qui entra in scena anche il silenzio.

Quello che pesa come un macigno. Quello dei grandi media mainstream che per ore, interminabili ore, evitano di chiamare le cose col loro nome.

Che smussano. Attenuano. Usano il condizionale.

Parlano di “scontri”, termine magico che mette tutti sullo stesso piano, come se ci fossero due parti equivalenti che se le danno di santa ragione.

Come se una martellata al volto fosse un’opinione diversa espressa con troppa foga.

Un silenzio che diventa complice, assordante, perché lascia spazio a chi, nel frattempo, riscrive la realtà senza contraddittorio.

A questo punto, di solito, nel teatrino della politica italiana arriva il Rituale.

Tweet di solidarietà scritti dai social media manager. Frasi standard copia-incolla (“Ferma condanna”, “Vicinanza alle forze dell’ordine”). Distanza di sicurezza per non sporcarsi le mani.

Invece NO.

Giorgia Meloni rompe lo schema.

Prende un aereo. Va a Torino. Entra alle Molinette.

Niente palco. Niente slogan. Niente comizio urlato.

Corsie d’ospedale. Odore di disinfettante. Fasciature insanguinate. Sguardi stanchi di ragazzi che prendono 1.500 euro al mese per farsi sputare addosso.

Mani strette a chi ha fatto da muro tra lo Stato e il Caos.

Una presenza fisica che pesa più di mille comunicati stampa ufficiali.

E quando parla, lì fuori, non usa il dizionario delle ambiguità politiche.

Dice che non sono manifestanti.

Dice che sono criminali organizzati.

Dice che colpire con un martello un uomo a terra è Tentato Omicidio.

Dice che la magistratura deve valutare questi fatti per quello che sono, non per quello che la sociologia vorrebbe che fossero.

E poi affonda il colpo, quello che fa male:

“Se fossero stati i poliziotti a reagire così, oggi sarebbero già indagati, processati e condannati sui giornali”.

Fine della discussione. Sipario.

Nel frattempo Crosetto va al comando dei Carabinieri. Stesso messaggio. Stessa linea dura.

Lo Stato non si fa intimidire. Non arretra di un millimetro.

Arrivano gli arresti. Arrivano i fermi. Arrivano le denunce. La macchina della giustizia si muove.

Ma il vero terreno di scontro non è solo giudiziario. È squisitamente politico.

Perché subito dopo partono le dichiarazioni. Quelle che fanno venire i brividi lungo la schiena. 🥶

Quelle che iniziano sempre con una condanna di rito (“La violenza è sempre sbagliata…”) e finiscono sempre con un MA grande come una casa.

Marco Grimaldi, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra.

Era in corteo. Era lì.

Condanna il pestaggio? Certo, dice che “disgusta”. E ci mancherebbe altro. Applausi per l’ovvio.

Poi però arriva la perla. Il veleno nella coda.

“Così si fa il gioco di chi vuole i decreti sicurezza”.

Come a dire: ragazzi, non picchiateli troppo forte altrimenti date ragione alla Meloni. È un problema di opportunità politica, non di moralità.

E soprattutto la frase chiave, quella che resterà negli annali della mistificazione:

“Senza lo sgombero quelle immagini non ci sarebbero state”.

Traduzione per chi non parla il “politichese” estremo: Se non avessimo applicato la legge, nessuno avrebbe preso a martellate un agente.

Se lo Stato si fosse girato dall’altra parte, come ha fatto per 29 anni, tutto sarebbe andato bene.

Avete presente il ribaltamento totale della realtà? 🔄

Qui non è più responsabile chi colpisce con l’intento di uccidere o storpiare.

È colpevole chi ristabilisce la Legalità.

Dopo 29 anni di occupazione abusiva. Di eventi non autorizzati. Di spaccio. Di scontri continui. Di feriti. Di vetrine sfondate. Di residenti terrorizzati.

Il reato, l’occupazione, diventa quasi un dettaglio irrilevante. Un vezzo.

Il vero scandalo, per loro, è interromperlo.

E non è finita qui.

Perché mentre Torino brucia e conta i danni, arriva anche il messaggio di Ilaria Salis.

La paladina. Il simbolo.

“Con il cuore sono con voi”, scrive. ❤️

“Rispondere agli attacchi repressivi del governo rilanciando le lotte sociali”.

Attacchi repressivi.

Così viene definito uno sgombero ordinato dalla magistratura.

La repressione, evidentemente, nel loro vocabolario, è semplicemente applicare la legge uguale per tutti.

Il “cuore”, invece, va a chi trasforma le strade in campi di battaglia. A chi lancia le bombe carta.

Ora, fate un esercizio mentale. Provate a immaginare lo scenario opposto.

Un deputato di centrodestra che, dopo un’aggressione fascista a manifestanti di sinistra, dicesse: “Condanno la violenza, MA se non ci fosse stata quella manifestazione provocatoria…”.

Apriti cielo. 🌩️

Titoli cubitali per giorni. Accuse di apologia. Richieste di dimissioni immediate. Speciali televisivi. Indignazione a reti unificate.

Qui invece?

Qui tutto passa come “normale dialettica politica”. Come se “spiegare” una martellata fosse un atto di alta sociologia.

103 feriti.

La maggioranza in divisa. Elenchi infiniti di agenti colpiti negli anni, cicatrici che non vanno via.

E ancora si parla di “minoranze facinorose”.

Ancora si dice che è colpa di chi provoca. Di chi “disturba”. Di chi sgombera.

È una storia vecchia, stantia, sempre uguale a se stessa.

Trasformare la violenza criminale in “lotta sociale” e chi la contrasta in “repressione fascista”.

La verità è semplice. Ed è scomoda come un sasso nella scarpa.

Non esistono zone grigie.

O stai con chi difende la democrazia rischiando la propria pelle per uno stipendio da fame.

O stai con chi la vuole abbattere a colpi di martello, nascondendosi dietro uno striscione.

Non c’è un “MA” che tenga. Non dopo quello che abbiamo visto a Torino. Non dopo decenni di illegalità tollerata e coccolata dalla politica locale.

E allora la domanda è nostra. Ed è rivolta a voi.

Vogliamo continuare a vedere ragazzi in divisa tornare a casa con il cranio spaccato, mentre qualcuno nei salotti televisivi sussurra “eh, ma se non li disturbavate…”?

O vogliamo un Paese dove le regole valgono per tutti? 🇮🇹

Senza sconti ideologici. Senza zone franche.

Dove chi aggredisce paga davvero, fino all’ultimo giorno di pena.

E chi difende lo Stato riceve, se non gratitudine, almeno Rispetto.

Perché indignarsi 5 minuti sui social non serve a nulla. È sfogo, non azione.

Serve pretendere Giustizia.

Serve smettere di accettare che la violenza trovi sempre una scusa politica, un “contesto”, un alibi sociologico.

Serve chiamare le cose con il loro nome: Criminali. Non attivisti.

Anche quando dà fastidio ai benpensanti.

Adesso tocca a voi.

Scrivetemi nei commenti cosa ne pensate davvero. Senza filtri.

Queste dichiarazioni di Grimaldi e Salis vi sembrano accettabili in una democrazia matura?

Pensate che lo sgombero sia davvero la “causa” del pestaggio, o è solo un modo vigliacco per non assumersi la responsabilità politica di aver coccolato certi ambienti?

Avete amici o familiari in divisa? Come vi sentireste se fosse successo a loro, se quel ragazzo massacrato fosse vostro figlio o vostro fratello?

Discutiamo. Anche duramente. Ma con rispetto.

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