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🌙 Leone XIV e Abbas: la stretta di mano che può cambiare Gaza
“È tempo di smettere di contare i morti e iniziare a contare i vivi.”
La frase, pronunciata con voce calma ma tagliente dal Pontefice, risuonò tra le mura del Palazzo Apostolico come un lampo nel silenzio.
Nessuno osò fiatare. Davanti a lui, Mahmoud Abbas, il presidente dello Stato di Palestina, chinò lievemente il capo.
Non era un gesto di sottomissione, ma di rispetto, di consapevolezza del peso di quel momento storico.
Era il 6 novembre 2025, e nella penombra dorata della Biblioteca Vaticana, un incontro atteso da mesi stava prendendo forma.
Due uomini, due mondi, un’unica parola sospesa nell’aria: pace. 🕊
Fu una stretta di mano lunga, sincera, quasi antica, quella con cui Leone XIV accolse Abbas.
Nessuna formalità vuota, nessuna rigidità diplomatica: solo la tensione viva di chi porta sulle spalle la fatica di interi popoli.
Accanto, il traduttore osservava ogni gesto, consapevole che a volte le parole non bastano a tradurre la storia.
Sul tavolo di legno scuro, accanto ai documenti e ai doni, brillava un grande ritratto del Pontefice offerto dal presidente palestinese.
Un dono simbolico, quasi a voler dire: “Vogliamo ricordare questo volto quando il mondo dimenticherà le promesse.”
La Santa Sede, con voce ufficiale ma non priva di emozione, avrebbe poi comunicato che nel colloquio privato si era ribadita “l’urgenza di prestare soccorso alla popolazione civile di Gaza” e “l’impegno per la soluzione a due Stati”.
Parole già udite, certo, ma che quella mattina sembravano pesare di più, come se avessero trovato finalmente il luogo dove farsi ascoltare.
📜 Un incontro preparato da anni
Il viaggio di Abbas a Roma era stato pianificato da tempo, ma il destino gli aveva dato un significato nuovo.
La vigilia, il leader palestinese si era recato in silenzio alla tomba di Papa Francesco, nella basilica di Santa Maria Maggiore.
Lì, davanti alla pietra fredda, aveva sussurrato parole che nessuno udì, ma che forse tutti immaginarono: “Vecchio amico, continua a camminare con noi.”
A chi lo attendeva fuori, Abbas disse poche parole ai giornalisti:
“Papa Francesco ha fatto tanto per la Palestina e per il nostro popolo.”
Era un omaggio, ma anche una promessa. E quel filo invisibile che univa i due Papi – Francesco e Leone – sembrava ora avvolgere il nuovo incontro come una preghiera silenziosa.
Leone XIV non aveva mai incontrato Abbas di persona. C’era stata una telefonata, il 21 luglio, quando Gaza bruciava sotto i bombardamenti. In quell’occasione, il Pontefice aveva espresso “dolore profondo” per le vittime e aveva chiesto “un cessate il fuoco duraturo”.
Ma una voce, per quanto santa, non basta a spegnere il rumore delle armi.
Ora, però, la scena era diversa. L’incontro era reale. Lo sguardo, diretto. E nelle pupille dei due uomini si riflettevano non solo le luci del Vaticano, ma le ombre del mondo. 🌑
🕯 Un dialogo tra fede e politica
Il colloquio durò più di quanto previsto. Chi era presente all’esterno racconta di pause lunghe, quasi dolorose, seguite da frasi brevi, dense, come fendenti nel buio.
Leone XIV parlava con voce ferma: “Il dolore di un bambino palestinese vale quanto quello di un bambino israeliano. Non c’è giustizia se uno solo piange.”
Abbas annuiva, e per un attimo parve un uomo stanco più che un capo di Stato. La guerra lo aveva invecchiato, ma non spezzato.
Si discusse della tregua fragile del 10 ottobre, dei convogli umanitari fermati ai confini, della necessità di una soluzione politica e non militare.
Ma sotto le parole si muoveva qualcos’altro: una tensione spirituale, quasi escatologica.
In un momento di silenzio, Leone XIV prese un piccolo crocifisso d’argento dal tavolo e lo posò davanti a sé.
“Non possiamo costruire la pace con mani sporche di sangue,” disse piano.
Abbas, dopo qualche secondo, rispose: “E non possiamo più attendere che qualcuno la costruisca per noi.”
Due frasi. Due verità. E una distanza che, per un istante, sembrò colmarsi.
👁 Roma, cuore del mondo
Fuori dal Palazzo Apostolico, la pioggia cadeva sottile, quasi timida. Roma sembrava sospesa in una quiete irreale.
Nel Cortile di San Damaso, le guardie svizzere si muovevano lente, mentre la delegazione palestinese, composta da dieci membri, attendeva in silenzio.
Tutti sapevano che in quelle stanze si stava giocando qualcosa di più grande di una semplice udienza diplomatica.
Poco dopo, dal Vaticano giunse una nota ufficiale:
“Durante il cordiale colloquio, è stata constatata l’urgenza di prestare soccorso alla popolazione civile a Gaza e di porre termine al conflitto, perseguendo la prospettiva della soluzione a due Stati.”
Parole misurate, certo. Ma chi conosce il linguaggio della Santa Sede sa leggere tra le righe. La parola “urgenza” — ripetuta due volte — non era casuale. Era un grido trattenuto, un monito politico nascosto sotto la veste della diplomazia.
🌍 Un’eco che attraversa il mondo
Mentre il comunicato circolava nelle redazioni, la notizia si diffondeva come un’onda. In pochi minuti, l’immagine della stretta di mano tra Leone XIV e Abbas rimbalzava sui social, accompagnata da migliaia di commenti: speranza, rabbia, cinismo, preghiera.
Da Washington giungeva la voce di una bozza di risoluzione americana per la pace a Gaza, sostenuta da Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati.
A Roma, intanto, Abbas si preparava agli incontri con il presidente Mattarella e con la premier Giorgia Meloni.
Ma era chiaro a tutti: l’incontro che avrebbe segnato la sua visita era quello appena concluso.
Nei corridoi del Vaticano, qualcuno mormorava che Leone XIV stesse già preparando una nuova iniziativa diplomatica segreta, forse un vertice interreligioso, forse una lettera aperta alle potenze mondiali. Nessuno sapeva. Ma tutti sentivano che qualcosa si era mosso. 💫
🕊 Il decennale dell’Accordo Globale
Il colloquio, infatti, coincideva con il decimo anniversario dell’Accordo Globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, firmato il 26 giugno 2015.
Un trattato che sanciva il riconoscimento giuridico della Palestina da parte del Vaticano e che oggi tornava a brillare come una pietra di fondazione dimenticata.
“Dieci anni dopo,” avrebbe detto Leone XIV con voce grave, “non possiamo celebrare ciò che non è ancora compiuto.”
Quelle parole, riferite in seguito da fonti vicine al Papa, suonavano come un’ammissione e una sfida insieme. Perché la pace non si firma una volta per tutte: si deve riscrivere ogni giorno, con la fatica, la misericordia e il coraggio.
💥 Il Pontefice e la fragilità della tregua
La sera precedente, a Castel Gandolfo, Leone XIV aveva risposto alle domande dei cronisti con un tono insolito, quasi profetico.
“La tregua a Gaza è fragile come il vetro,” disse. “E la questione dei coloni in Cisgiordania resta una ferita aperta.
Ma grazie a Dio, almeno la prima fase dell’accordo di pace ancora va avanti.”
Poi aggiunse, con un sorriso stanco:
“Ora bisogna capire come passare alla seconda fase. Serve un governo che garantisca i diritti di tutti i popoli. Serve giustizia, o la pace sarà solo un’illusione.”
Parole semplici, ma pronunciate con quella gravità che solo chi ha visto la morte da vicino sa trasmettere.
🌙 Il silenzio dopo la luce
Quando Abbas lasciò il Vaticano, erano passate da poco le undici del mattino. L’aria sapeva di pioggia e incenso.
Dietro di lui, il Pontefice rimase per un momento fermo alla finestra, guardando il cortile vuoto. Nessuno lo vide, ma chi lo conosce dice che abbia sussurrato solo una parola: “Speranza.”
Eppure, dietro quella calma apparente, qualcosa ribolliva. Nei prossimi giorni, si parlava già di nuovi incontri, di pressioni diplomatiche, di mediazioni segrete.
Ma nel cuore di chi aveva assistito a quella stretta di mano, una domanda continuava a pulsare:
👉 Può davvero una sola conversazione cambiare il destino di un popolo?
Forse no. Ma può riaccendere una fiamma. E a volte, nel buio del mondo, basta quella. 🕯