C’era un silenzio strano sopra la capitale.
Un silenzio che sembrava scelto, governato, come se qualcuno avesse spento il volume del mondo per sentire meglio il fruscio dei segreti.
E fu proprio in quel silenzio che la Presidente del Consiglio, Elena Moreni, salì verso il Colle.
Il suo corteo tagliava la città come una lama lucida nella notte ancora giovane.
Chi la osservava dai balconi non capiva se stesse portando con sé una soluzione… o una bomba.
Perché il “caso Garoni”, scoppiato solo ventiquattr’ore prima, bruciava ancora come brace viva sotto i tappeti di velluto delle istituzioni.
E tutti, ma proprio tutti, volevano sapere che cosa diavolo fosse davvero successo.
Ma nessuno, almeno all’apparenza, aveva il coraggio di dirlo.
Quando Elena entrò nel Palazzo del Colle, il cielo dietro di lei sembrò richiudersi.
Le porte pesanti, quelle che raramente si muovono senza un motivo serio, si chiusero in un tonfo che pareva un giudizio.
Ad attenderla c’era il Presidente della Repubblica, Sergio Mattiani.
Un uomo che non parlava mai più del necessario, e proprio per questo ogni sua parola pesava come se fosse stata incisa nella pietra.
Si guardarono.
Due secondi lunghi, troppo lunghi.
Poi Mattiani la invitò a sedersi.
Nessuno saprà mai davvero com’è iniziato quel colloquio.
Ma le pareti – quelle sì – devono averlo capito molto bene.

“Non esiste nessuno scontro tra le nostre istituzioni,” disse Elena, quasi senza respirare.
La sua voce era ferma, ma aveva la tipica incrinatura di chi ha dormito poco, o nulla.
“Lo so,” rispose Mattiani.
Non aggiunse altro.
Ed è proprio quando lui non aggiunge niente… che gli altri iniziano a temere tutto.
Elena continuò, precipitando le parole come se avesse paura che scappassero da sole:
“Le dichiarazioni di Riccardo Garoni, il mio consigliere…
Sono state inopportune.
Lo riconosco.
Le ho giudicate gravissime, inaccettabili, dette nel posto sbagliato, al momento sbagliato.
E ho creduto che la richiesta di chiarimenti da parte dei capigruppo fosse un modo per proteggere il Colle, non per attaccarlo.”
Mattiani la ascoltava immobile.
Come se stesse analizzando non tanto ciò che diceva… ma ciò che taceva.
Fu allora che Elena lasciò cadere la frase che nessuno si aspettava:
“Garoni parlava di quattro chiacchiere tra amici.
Ma Presidente… se quegli amici lo hanno registrato, allora non erano amici.
E se c’è davvero un audio… allora qualcuno voleva colpire.
Noi non sappiamo ancora chi.”
Il silenzio che seguì fu così spesso che pareva colare lungo le pareti.
Perché sì: si parlava di un audio.
Un file fantasma.
Mai ascoltato, mai visto, ma già diventato leggenda.
Un’audio che, secondo alcuni sussurri, conteneva parole che un consigliere del Presidente non avrebbe dovuto pronunciare nemmeno nei sogni.
E qualcuno, in città, giurava di averlo già sentito.
O di conoscere chi lo aveva.
Intanto, nel Palazzo di Campidoglio, i capigruppo del partito di governo, Leonardo Maraschi e Gianluca Binami, preparavano una nota ufficiale.
“La questione è chiusa,” avrebbero scritto.
Un comunicato limpido, elegante, liscio come una lama senza sangue.
Ma nessuno ci credeva davvero.
Perché quando la politica dice “è chiuso”…
È esattamente in quel momento che qualcosa, da qualche parte, si apre.
Nel frattempo, in uno studio televisivo illuminato come un’arena, il deputato Marco Oscari fu invitato a commentare la vicenda.

E lo fece con una calma che sembrava quasi una provocazione.
“Garoni ha parlato di una chiacchierata tra amici,” disse.
“Ma se sei il consigliere del Presidente, devi saper scegliere gli amici.
Perché se ti registrano… o volevano incastrarti, o volevano manipolarti.
In entrambi i casi, non è una buona notizia.”
Le sue parole fecero un rumore enorme.
Non perché fossero scandalose, ma perché sembravano più sincere del necessario.
Troppo sincere.
E nella politica, quando qualcuno dice la verità… è sempre un problema.
Poche ore dopo, come se tutto fosse stato scritto da un autore invisibile, arrivò la voce che fece tremare ogni redazione del Paese:
“C’è una registrazione.”
Lo disse Massimo De Manzi, giornalista e condirettore del quotidiano La Realtà, ospite del programma radiofonico Un Giorno da Pecora.
“Una fonte molto vicina a noi ha sentito tutto,” aggiunse.
“C’era, forse… un telefono sul tavolo.
O qualcuno che registrava mentre sembrava mangiare.”
Il pubblico rimase sospeso.
Gli speaker stessi respirarono più lentamente.
“E se c’è un audio?” insistettero.
De Manzi sorrise.
Un sorriso che diceva: io so qualcosa che voi non dovreste sapere.
“È possibile…”
La trasmissione si fermò per un secondo.
Un secondo che sembrò eterno.
Poi ripartì, ma niente fu più lo stesso.
Da quel momento, Roma cambiò respiro.
Nei palazzi si camminava più piano.
Nelle redazioni si scriveva più veloce.
E per strada la gente parlava sottovoce, come negli anni in cui si temeva sempre di essere ascoltati da qualcuno.
Perché se davvero esisteva un audio…
Avrebbe potuto distruggere carriere.
Capovolgere equilibri.
Rovesciare tavoli troppo grandi per essere rovesciati.
O forse no.
Forse era tutto un gigantesco bluff costruito ad arte da qualcuno che aveva bisogno di destabilizzare.
Ma chi?
E perché proprio ora?
Domande che nessuno aveva il coraggio di scrivere nero su bianco.
Ma che tutti continuavano a ripetere, come una litania.
Elena Moreni uscì dal Colle senza dire nulla ai giornalisti.
Non un gesto.
Non uno sguardo.
Solo un passo dopo l’altro, più veloci del previsto.

Qualcuno giura che il Presidente Mattiani le abbia detto qualcosa all’orecchio, prima di congedarla.
Qualcosa che nessuno ha sentito, e forse è meglio così.
Perché le parole più importanti, nella politica, sono sempre quelle che non vengono registrate.
O almeno…
così si pensava fino a ieri.
E mentre la capitale sprofondava nella sua notte più lunga, un dettaglio minuscolo – quasi invisibile – cominciò a muoversi nell’ombra.
Un uomo, seduto solo in un appartamento al sesto piano, riascoltava un file sul proprio telefono.
Un file che non avrebbe dovuto esistere.
Un file che qualcun altro cercava con disperazione.
Le sue dita tremavano.
E nell’audio, una voce riconoscibile disse una frase che avrebbe potuto incendiare il Paese.
Ma ciò che quella voce disse subito dopo…
quello sì…
potrebbe cambiare tutto.
E proprio mentre premeva “play” di nuovo…
qualcuno bussò alla porta.
Forte.
Deciso.
Impossibile da ignorare.