C’è un momento preciso, nel flusso continuo delle parole televisive, in cui il rumore di fondo si interrompe e lascia spazio a un silenzio che pesa come piombo.
Accade quando qualcuno, inaspettatamente, decide di dire la verità. Non quella edulcorata dei comunicati stampa. Non quella tattica delle segreterie di partito. Ma quella cruda, scomoda, che tutti vedono ma nessuno ha il coraggio di nominare.
Paolo Mieli, storico, intellettuale, figura sacra del giornalismo italiano, ha appena premuto quel bottone rosso. E l’esplosione, seppur silenziosa, ha devastato certezze decennali.
Il confronto tra lui e ciò che viene definito genericamente “la sinistra” non è più, da tempo, un normale dibattito intellettuale. Non è più quella dialettica politica fisiologica che fa bene alla democrazia.
È diventato qualcosa di diverso. Di più radicale. Di più viscerale.
Un atteggiamento che può essere descritto, senza esitazioni e senza paura di esagerare, come “antimelonismo estremo”. 🔥
Non è una critica politica. È una postura culturale. È una malattia dello spirito pubblico.

Si manifesta non tanto nella critica razionale al governo (che è legittima e necessaria), quanto nella delegittimazione sistematica, ossessiva, patologica di tutto ciò che ruota attorno alla figura di Giorgia Meloni.
In questo scenario, Paolo Mieli non si limita a fare l’osservatore distaccato.
Assume un ruolo emblematico. Non semplicemente quello dell’editorialista o dello storico che guarda le cose dall’alto della sua torre d’avorio.
Ma quello di chi, forse stanco di tacere, decide di smascherare il Re nudo.
Di colpire al cuore un’ortodossia progressista che non tollera deviazioni, non accetta ambiguità, né tantomeno tentativi di lettura non ideologica del presente.
Il punto centrale dell’attacco di Mieli non è stabilire se Giorgia Meloni abbia torto o ragione. Quello lasciamolo ai tifosi.
Non è capire se il suo governo sia efficace o meno.
Il punto è un altro, molto più profondo e inquietante: l’incapacità, o peggio la non volontà, di una parte consistente dell’intellettualità di sinistra di accettare un fatto semplice.
Una leader di destra governa l’Italia.
Lo fa con il consenso popolare. Lo fa con piena legittimità democratica. E questo, per qualcuno, è inaccettabile.
Qui nasce l’antimelonismo estremo. Non come critica politica sui decreti o sulle tasse. Ma come rifiuto ontologico. 🚫
Meloni non viene contestata per ciò che fa. Viene contestata per ciò che è.
Per la sua storia. Per la sua provenienza. Per il suo essere donna di destra che ha rotto il tetto di cristallo che la sinistra aveva promesso di rompere per decenni senza mai riuscirci.
E questo è il terreno minato su cui si muove anche il dibattito odierno.
Spesso con un linguaggio raffinato, colto, apparentemente equilibrato, ma in realtà carico di un pregiudizio strutturale che puzza di vecchio.
Mieli è uno storico. E proprio per questo il suo approccio dovrebbe essere fondato sulla complessità. Sulla comparazione. Sul rifiuto delle semplificazioni da bar.
Eppure, nota lui stesso con amarezza, quando si parla di Meloni e del suo mondo, quella complessità sembra evaporare come neve al sole.
Tutto viene ricondotto a una “matrice originaria”. A un passato che non passa mai. A un’ombra lunga e nera che diventa la spiegazione unica, comoda e definitiva di tutto.
È una scorciatoia intellettuale pigra.
Trasforma l’analisi storica in un’arma politica contundente. Non si studia il presente per capirlo e governarlo, ma solo per condannarlo moralmente.
La sinistra, in questo meccanismo perverso, gioca un ruolo fondamentale e tragico.
Da anni attraversa una crisi profonda di identità. Di progetto. Di rappresentanza sociale.
Ha perso gli operai. Ha perso le periferie. Ha perso il contatto con la realtà.
Rifugiata in un linguaggio sempre più autoreferenziale, fatto di asterischi e diritti civili astratti, ha trovato nell’antimelonismo una ragione di sopravvivenza simbolica. 🕯️
“Siamo contro Meloni, quindi esistiamo”.
Giorgia Meloni diventa il nemico assoluto. Il totem del male. Il punto di coagulo di tutte le paure irrazionali.
Di tutte le sconfitte elettorali brucianti. Di tutte le frustrazioni di chi pensava di avere il diritto divino di governare per sempre.
E chi, come Mieli, dovrebbe decostruire questo meccanismo, finisce invece per metterlo a nudo, diventando paradossalmente un traditore per quella stessa intellighenzia che lo ha sempre incensato.
L’antimelonismo estremo si nutre di una costante iperbole morale.
Ogni atto del governo viene letto come un segnale inquietante. Come l’inizio della fine.
Ogni parola come un indizio rivelatore di chissà quale piano segreto.
Ogni scelta come un passo verso una deriva autoritaria che esiste solo nelle colonne degli editoriali.
Non esiste proporzione. Non esiste gerarchia delle responsabilità. Non esiste confronto con i disastri dei governi precedenti.
Tutto è assoluto. Definitivo. Irreversibile. Siamo sempre sull’orlo del baratro.
In questo clima tossico, il ruolo di figure autorevoli come Mieli non è neutrale.
Il loro prestigio culturale conferisce, o toglie, autorevolezza a questa narrazione.
Se Mieli dice “Basta, state esagerando”, il castello di carte trema.
C’è poi un aspetto più sottile, ma forse ancora più grave, che Mieli mette in luce con la freddezza del chirurgo.
L’idea, profondamente antidemocratica, che una parte del Paese debba essere “educata”. Corretta. Guidata da chi sa.
L’elettorato che vota Meloni non viene considerato un soggetto politico legittimo, con pari dignità.
Viene considerato un problema sociologico. Un’anomalia. Un errore del sistema.
“Come hanno potuto votarla? Dobbiamo spiegargli che sbagliano”.
Qui la sinistra e i suoi intellettuali mostrano un tratto profondamente elitario, quasi aristocratico.
Il popolo va bene solo quando vota “bene” (cioè a sinistra).
Quando vota “male” (cioè a destra), allora va spiegato come si spiega un fenomeno atmosferico dannoso. Va compatito. Oppure temuto come una bestia feroce. 🐺
Paolo Mieli, con il suo tono pacato e la sua autorevolezza, ha spesso contribuito a rendere questa visione socialmente accettabile nei salotti che contano.
Ma oggi, qualcosa si è rotto.
L’antimelonismo estremo non costruisce alternative. È questo il dramma.
Non produce idee nuove. Non elabora un progetto per il futuro dell’Italia.
È un’energia negativa, oscura, che vive solo in opposizione. Come un parassita che ha bisogno dell’ospite per sopravvivere.
È la politica del riflesso condizionato di Pavlov.
Se Meloni dice A, bisogna dire B. A prescindere.
Se Meloni fa X, bisogna gridare allo scandalo. Anche se X è una cosa sensata.
In questo modo, la sinistra rinuncia alla propria autonomia culturale e si condanna a un ruolo puramente reattivo. Diventa l’ombra della Meloni.
Mieli, invece di denunciare questa deriva suicida, spesso l’ha accompagnata. Razionalizzata. Giustificata con citazioni colte.
Ma oggi sembra dire: “Fermatevi. Guardatevi allo specchio”.
È paradossale che proprio chi ha attraversato decenni di storia italiana…
Chi ha visto il terrorismo, Tangentopoli, crisi istituzionali ben più gravi, conflitti sociali durissimi…
Oggi veda utilizzare categorie così drastiche, apocalittiche, per descrivere una fase che, piaccia o no, rientra pienamente nella normalità democratica dell’alternanza.
Questo non significa assolvere il governo da ogni errore. Ci mancherebbe.
Significa rifiutare l’allarmismo permanente come metodo politico.
Perché l’allarmismo, alla lunga, non mobilita le masse. Anestetizza.
E quando tutto è emergenza, niente lo è davvero. La gente smette di ascoltare. Alza le spalle e cambia canale.
C’è anche una responsabilità mediatica enorme in tutto questo. 📺
L’antimelonismo estremo funziona benissimo nei talk show.
Nei titoli urlati dei giornali. Nei commenti indignati su Twitter.
Produce audience. Crea schieramenti da stadio. Alimenta il conflitto che tiene incollati gli spettatori.
Paolo Mieli, come figura centrale del sistema mediatico-culturale, non può chiamarsi fuori da questa dinamica perversa. È parte del gioco.
Ogni sua parola pesa come un macigno. Ogni sua interpretazione orienta l’opinione pubblica colta.
Quando sceglie di enfatizzare certi aspetti “pericolosi” e di ignorarne altri “normali”, compie un atto politico preciso.
Anche se lo riveste di neutralità storica e lo condisce con aneddoti sul Risorgimento.
Il risultato finale è una polarizzazione sterile che sta uccidendo il dibattito pubblico.
Da una parte un governo che si sente costantemente sotto assedio, accerchiato.

E che proprio per questo tende a chiudersi a riccio, a irrigidirsi, a comunicare in modo difensivo e talvolta aggressivo.
Dall’altra una sinistra che urla al fascismo ogni mattina, senza riuscire a spiegare come migliorare concretamente la vita delle persone che non arrivano a fine mese.
In mezzo, il deserto. Un dibattito pubblico impoverito, dominato da etichette, sospetti e veleni.
L’antimelonismo estremo non rafforza la democrazia. La indebolisce. La rende fragile e isterica.
Paolo Mieli avrebbe gli strumenti intellettuali per fare altro.
Potrebbe aiutare a distinguere il grano dal loglio. A storicizzare davvero, non per finta.
A separare la critica legittima sui provvedimenti dalla demonizzazione ideologica sulla persona.
Potrebbe ricordare, con la sua voce calma, che la democrazia non è solo il governo di chi ci piace e ci assomiglia.
Ma è anche, e soprattutto, l’accettazione di chi vince legittimamente le elezioni, anche se ci sta antipatico.
Potrebbe invitare la sinistra a un esame di coscienza profondo, a interrogarsi sulle proprie responsabilità storiche.
Invece di cercare sempre un nemico esterno su cui scaricare le proprie colpe.
Ma per fare questo servirebbe un coraggio leonino.
Il coraggio di rompere un consenso culturale granitico. Di esporsi al fuoco amico. Di rischiare l’isolamento dai salotti romani.
Finché questo non accade, l’antimelonismo estremo continuerà a essere il rifugio comodo e caldo di una sinistra in difficoltà.
E il terreno fertile di una polemica permanente che non porta a nulla.
E Paolo Mieli resterà una figura centrale, ma ambigua, di questo schema.
Non il critico indipendente che analizza il potere con la lente della storia.
Ma l’intellettuale organico che, consapevolmente o meno, contribuisce a trasformare la critica in pregiudizio.
E il dissenso democratico in demonizzazione tribale.
In una democrazia matura, questo dovrebbe far riflettere più di qualsiasi slogan gridato in piazza.
Ma forse, la maturità è proprio ciò che abbiamo perso per strada. 👀
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