Le telecamere sono accese, il led rosso segnala la diretta. Il pubblico in studio è attento, silenzioso.
Si parla del conflitto israelo-palestinese. 🔥
Uno dei temi più delicati, complessi, dolorosi e divisivi del panorama internazionale. Un terreno minato dove ogni parola può esplodere.
Tra gli ospiti c’è lui: Enzo Iacchetti.
Non un politico. Non un esperto di geopolitica. Non uno storico del Medio Oriente.
Un comico.
Eppure, in quella puntata, qualcosa scatta nella testa di Iacchetti. Decide di strappare il copione. Decide di giocare un ruolo completamente diverso da quello che il pubblico si aspettava.
Non è lì per far ridere. È lì per giudicare.
Di fronte a lui siede un esponente della comunità ebraica italiana.
Attenzione ai dettagli, perché sono fondamentali: non stiamo parlando di un estremista. Non è un falco della destra israeliana. Non è un fanatico.
È un intellettuale moderato. Una persona che ha pubblicamente sostenuto il “Cessate il Fuoco”. Una voce critica, lucida, persino severa verso le politiche di Benjamin Netanyahu.
È, sulla carta, l’interlocutore perfetto. Una persona con cui il dialogo sarebbe stato non solo possibile, ma necessario, costruttivo, illuminante.
E invece no. 🚫

Iacchetti alza un muro.
Si rifiuta categoricamente di dialogare.
Non ascolta. Non argomenta.
Le sue parole scendono nello studio come una lama di ghiaccio che taglia l’aria condizionata.
“Essere immondo”.
Lo definisce così. Pubblicamente. In diretta nazionale. Davanti a milioni di occhi.
“Essere immondo”.
Non è una critica politica. Non è un “non sono d’accordo con lei”.
È un insulto personale. Diretto. Violento. Disumanizzante.
È il momento in cui la maschera del “buon presentatore” cade e rivela qualcosa di molto più oscuro.
Le telecamere riprendono tutto. Non ci sono tagli, non c’è montaggio che tenga.
Bianca Berlinguer, veterana di mille battaglie televisive, cerca di riportare la calma, cerca di arginare la piena.
Ma il danno è fatto. Il vaso è rotto e i cocci sono sparsi sul pavimento lucido dello studio.
Quel momento, quel preciso istante di follia verbale, è diventato virale in poche ore. 📲
I social network si sono incendiati come una foresta secca in agosto.
Il web si è spaccato in due, come sempre accade in questa era di polarizzazione estrema.
Da una parte chi difende Iacchetti, erigendolo a paladino coraggioso di una causa giusta, scambiando l’insulto per passione civile.
Dall’altra chi lo accusa di aver superato ogni limite di decenza, di aver trasformato il dissenso in odio puro.
Ma la vera tempesta, quella che fa tremare i vetri, stava per arrivare.
Alessandro Sallusti, direttore di Libero, un uomo che non ha mai avuto paura di sporcarsi le mani con l’inchiostro e con le parole, non ci ha messo molto a reagire.
Ha osservato la scena. Ha ascoltato. E ha caricato l’artiglieria pesante.
Il suo editoriale è uscito il giorno successivo. E fin dalle prime righe, chiunque sapesse leggere tra le righe ha capito che non ci sarebbe stata pietà.
Nessuna indulgenza. Nessuno sconto per la “vecchia gloria”.
“Non c’è niente di più triste, patetico, ma anche pericoloso di un comico sulla via del tramonto che non accetta la sua fine e cerca in tutti i modi di tornare al centro della scena”. 💥
Bum.
Parole durissime. Lame affilate che hanno fatto il giro delle redazioni italiane in pochi minuti, rimbalzando da uno smartphone all’altro.
Sallusti non stava facendo una semplice critica a un comportamento scorretto in televisione. Sarebbe stato troppo banale.
Stava denunciando qualcosa di molto più profondo, sistemico e pericoloso.
Nel suo pezzo, il direttore di Libero ha smontato punto per punto, con la freddezza di un anatomopatologo, le affermazioni fatte da Iacchetti durante quella trasmissione.
Perché il comico non si era limitato all’insulto personale (“essere immondo”).
Aveva fatto di peggio.
Aveva fatto dichiarazioni storiche e politiche precise. E, secondo Sallusti, completamente, tragicamente false.
Iacchetti afferma: “Israele occupa Gaza da secoli”.
“Falso”, risponde Sallusti, sbattendo i dati sul tavolo. “Lo stato di Israele è nato nel 1948. Non esisteva secoli fa. Di quali secoli parliamo?”
Iacchetti incalza: “Israele controlla Gaza”.
“Ancora falso”, ribatte il giornalista. “Dal 2005 Israele si è ritirato completamente dalla striscia di Gaza, smantellando le colonie e lasciando il controllo totale ad Hamas. È storia, non opinione”.
Iacchetti sentenzia: “Gli arabi non hanno diritti in Israele”.
“Completamente falso”, tuona Sallusti. “Milioni di cittadini arabi israeliani godono di pieni diritti civili, politici, sanitari e giuridici. Votano. Siedono in Parlamento. Sono giudici della Corte Suprema. Esattamente come qualsiasi altro cittadino israeliano”.
Sono dati verificabili. Elementari.
Basterebbe aprire un libro di storia. O anche solo Wikipedia.
Eppure vengono negati.
Vengono cancellati da chi, come Iacchetti, preferisce costruire la propria narrativa su basi fragili, frutto di “sentito dire”, di slogan da bar, e non di studio approfondito.
E qui Sallusti colpisce ancora più duro. Va al cuore del problema. 🖤
Non è solo una questione di errori fattuali. Tutti possono sbagliare una data.
È una questione di responsabilità.
Quando l’ignoranza viene amplificata dalle telecamere di una rete nazionale, non è più solo ignoranza.
Diventa veleno.
Un veleno invisibile e inodore che entra nelle case di milioni di italiani.
Che si insinua nelle cene di famiglia. Che influenza il modo in cui le persone percepiscono la realtà. Che crea divisioni sempre più profonde, fossati incolmabili tra le persone.
Sallusti non accusa Iacchetti solo di aver sbagliato i fatti.
Lo accusa di un crimine mediatico: aver contribuito a diffondere disinformazione pericolosa.
E infatti.
Le coincidenze, in politica e in cronaca, non esistono quasi mai.
Poche ore dopo quella puntata di Sempre Carta Bianca, a Genova è successo qualcosa di inquietante.
Un politico locale ha insultato pubblicamente il centrodestra. E lo ha fatto usando toni violenti, riferimenti agghiaccianti agli ebrei.
Una coincidenza?

Sallusti scrive: “Non lo so. Ma so che è questo il frutto del veleno ideologico quando incontra la superficialità”.
Il collegamento è chiaro, limpido, terribile: le parole hanno conseguenze.
Le parole sono pietre. E se lanciate dallo schermo della TV, diventano proiettili.
Quando un personaggio pubblico, un volto amico, con milioni di follower e anni di credibilità accumulata (“è quello simpatico di Striscia!”), pronuncia frasi che distorcono la realtà…
Qualcuno le prende sul serio.
Qualcuno le beve come oro colato.
Qualcuno le usa come giustificazione morale per il proprio odio represso.
Qualcuno, alla fine, le trasforma in azione politica violenta.
Ma c’è un altro livello di lettura nell’editoriale di Sallusti. Un livello sociologico.
Il direttore di Libero non sta solo attaccando Iacchetti come individuo.
Sta puntando il dito contro un fenomeno culturale molto più ampio.
Sta processando una certa “sinistra radical chic”. 🥂
Quella sinistra che ha smesso di difendere le idee e ha iniziato a difendere se stessa a qualunque costo.
Questa sinistra, scrive Sallusti, si crede moralmente superiore. Si sente unta dal Signore della Giustizia Sociale.
Ma è rimasta a corto di contenuti. Ha finito la benzina degli argomenti solidi.
E quindi?
Quindi si rifugia nell’insulto. Nella demonizzazione dell’avversario. Nella disinformazione spacciata per impegno civile.
La satira viene scambiata per odio.
La libertà di parola per licenza di diffamare.
Il dissenso per linciaggio mediatico.
Sallusti traccia un quadro impietoso, quasi crudele, di un mondo culturale che ha perso la bussola.
Non si confronta più sui fatti. Non discute sulle visioni del mondo.
Si limita a gridare più forte.
A insultare chi la pensa diversamente (“essere immondo”).
A costruire narrazioni false ma emotivamente coinvolgenti, perfette per i like su Instagram ma disastrose per la verità.
E il “caso Iacchetti” diventa l’esempio perfetto, l’archetipo di questa deriva.
Un comico che, pur di restare rilevante, pur di non accettare che la sua stagione televisiva sta inesorabilmente volgendo al termine, sceglie la scorciatoia più facile.
Quella dell’ideologia preconfezionata.
Dell’insulto gratuito che fa notizia.
Della polemica sterile che ti garantisce un titolo di giornale il giorno dopo.
Ma perché tutto questo è così pericoloso? Perché dovremmo preoccuparci di quello che dice un comico in TV?
Sallusti lo spiega con una chiarezza chirurgica che fa male.
In un mondo in cui chiunque può dire qualsiasi cosa davanti a una telecamera…
Senza competenze. Senza preparazione. Senza verificare le fonti.
Il vero pericolo non è la menzogna evidente.
Il vero pericolo è la menzogna travestita da verità. 🎭
È l’ignoranza spacciata per coraggio anticonformista.
È l’odio mascherato da giustizia sociale.
Quando milioni di persone guardano un programma televisivo e sentono un volto noto affermare cose false con quella sicurezza granitica…
Quelle bugie diventano realtà nella loro mente.
Si cristallizzano.
E cambiano il modo in cui votano. Il modo in cui discutono al bar. Il modo in cui vedono il mondo e il loro vicino di casa.
Il direttore di Libero difende qualcosa di fondamentale, qualcosa che stiamo perdendo: i FATTI.
Non le opinioni. Non le ideologie. Non le simpatie politiche.
I fatti verificabili. I dati storici. La logica aristotelica del ragionamento.
In un’epoca in cui tutto sembra essere relativo, in cui ogni verità può essere contestata con un tweet sgrammaticato o un insulto urlato…
Sallusti rivendica il valore sacro dell’onestà intellettuale.
E accusa Iacchetti di averla tradita nel modo più grave possibile: usando la propria notorietà per diffondere falsità che alimentano odio e divisioni.
La reazione del pubblico è stata esplosiva. 💣
Migliaia di commenti sui social. Una marea di indignazione e sostegno.
Centinaia di articoli di approfondimento.
Decine di ospitate televisive per commentare lo scontro, in un circolo vizioso mediatico che si autoalimenta.
C’è chi ha difeso Iacchetti, sostenendo che aveva il diritto di esprimere liberamente le sue opinioni, anche in modo polemico e sgradevole. “È la satira, bellezza!”, dicono.
C’è chi ha applaudito Sallusti, ringraziandolo per aver avuto il coraggio di dire ad alta voce quello che molti pensavano in silenzio ma non osavano dire per paura di essere etichettati.
Ma c’è anche chi ha cercato di minimizzare. Di ridurre tutto a una semplice lite tra vip. “Cose che succedono in TV”.
Eppure…

Quello che è successo negli studi di Rete 4 va ben oltre una semplice divergenza di opinioni.
È lo specchio rotto di una crisi profonda che attraversa il dibattito pubblico italiano. 🇮🇹
È la crisi della competenza, sostituita dalla capacità polmonare di urlare più forte.
È la crisi del confronto, sostituito dall’insulto tribale.
È la crisi della verità, sostituita dalla narrazione emotivamente più efficace (“storytelling”).
Iacchetti, in quel momento fatale, ha rappresentato tutto questo.
Un comico che parla di geopolitica senza conoscerla. Che insulta un intellettuale moderato senza ascoltarlo. Che costruisce la propria retorica su dati falsi senza verificarli.
E Sallusti ha deciso di non far passare tutto questo in silenzio. Di non voltarsi dall’altra parte.
Ha scritto un editoriale che rimarrà nella storia del giornalismo italiano recente per la sua durezza e la sua precisione.
Un pezzo che non cerca il consenso facile. Che non vuole piacere a tutti.
Ma che difende un principio fondamentale: la RESPONSABILITÀ di chi parla in pubblico.
Perché le parole hanno un peso specifico.
Perché chi ha una platea di milioni di persone non può permettersi il lusso di dire qualsiasi cosa “tanto per dire”.
Perché la democrazia si basa sul confronto informato, non sulla disinformazione spettacolarizzata per fare share.
Quello che resterà di questo scontro titanico non è solo l’insulto sguaiato di Iacchetti o la risposta tagliente di Sallusti.
È la domanda che tutti noi, spettatori e cittadini, dobbiamo porci stasera, prima di spegnere la luce.
Dove finisce la satira e dove comincia l’odio? 🛑
Dove finisce la libertà di espressione e dove comincia la diffusione di falsità pericolose?
Dove finisce il diritto di criticare e dove comincia la responsabilità di farlo con onestà intellettuale?
Queste sono le domande che questo caso ha messo sul tavolo, crude e inevitabili.
E le risposte che daremo definiranno il futuro del nostro dibattito pubblico.
Della nostra democrazia.
Della nostra capacità di confrontarci civilmente anche sui temi più divisivi e dolorosi.
Perché se permettiamo che l’ignoranza diventi contagiosa…
Se lasciamo che l’insulto sostituisca l’argomento…
Se accettiamo passivamente che la disinformazione diventi intrattenimento serale…
Allora avremo perso qualcosa di molto più prezioso di una semplice trasmissione televisiva o della reputazione di un comico.
Avremo perso la capacità di distinguere il vero dal falso.
Il giusto dall’ingiusto.
La dignità dall’arroganza.
Il sipario cala, ma il buio in sala non è mai stato così profondo.
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