Signore e signori, benvenuti ancora una volta nel nostro osservatorio privilegiato.
Mettetevi comodi, ma non troppo. Perché quello che stiamo per dissezionare oggi non è materiale per i deboli di cuore, né per chi si accontenta della superficie patinata dei telegiornali delle venti.
Dimenticate i titoli urlati. Dimenticate le prime pagine piene di indignazione di plastica, confezionate apposta per farvi cliccare mentre siete in metropolitana o aspettate il caffè. ☕️
Qui non si fa cronaca. Qui si analizzano le partite giocate a scacchi truccati.
Quelle partite che si svolgono nel silenzio, tra chi ha il potere reale di decidere (e di firmare assegni) e chi, dall’altra parte della barricata, ha conservato solo la forza disperata di urlare alla luna.
Il Leoncavallo. Askatasuna.
Nomi che evocano battaglie di quartiere, odore di vernice spray, concerti sudati e ideali che sanno di anni ’90.
Ma se togliete la patina romantica, se grattate via la superficie scrostata di quei muri dipinti, cosa trovate sotto?
Trovate una partita finanziaria. Molto più pulita. Molto più elegante. E infinitamente più spietata. 💸

Il vero dramma che si sta consumando sotto i nostri occhi non è lo sgombero.
Toglietevelo dalla testa. Lo sgombero, con i blindati blu e i lampeggianti che girano nella notte, è solo l’atto finale. È la coreografia necessaria per i fotografi.
È la rimozione fisica di un mobile ingombrante che non sta più bene nel salotto buono della città che deve fatturare.
Il vero dramma, quello che nessuno ha il coraggio di raccontarvi per intero, è l’incredibile, quasi tenera incompetenza strategica di chi ha preteso di difendere quello spazio.
L’opposizione, i nostri cari idealisti da salotto, hanno giocato a dama.
Hanno mosso le pedine una alla volta, seguendo regole che non esistono più.
Mentre il governo?
Il governo giocava a Go. ⚪⚫
Il governo Meloni era dieci mosse avanti, calcolando ogni pedone caduto non come una perdita, ma come un investimento necessario per chiudere la partita.
Loro, gli artisti come Albanese, parlavano di “diritti”. Di “anima”. Di “presidio sociale”.
Termini bellissimi, per carità. Termini che scaldano il cuore.
Ma completamente privi di forza contrattuale quando entri nelle stanze del Palazzo dove l’unica lingua parlata è quella del bilancio consolidato.
Immaginate la scena.
Torniamo indietro di dieci anni, in una di quelle stanze ovattate, con la moquette spessa che assorbe i passi e i segreti, dove si decide il futuro dei beni pubblici italiani.
L’aria sapeva di cera per mobili antichi e di promesse non mantenute.
Da una parte c’era la fazione politica che diceva: “Diamo spazio ai giovani, è un investimento sociale bellissimo, ci porterà voti, ci porterà la ‘meglio gioventù'”. Ma zero garanzie. Zero piano industriale.
Dall’altra?
Dall’altra c’era il Board silenzioso.
Quelli che non vanno in TV. Quelli che aspettavano, pazienti come ragni al centro della tela, che il valore di quell’immobile a Milano o a Torino salisse abbastanza.
Abbastanza da rendere l’occupazione non solo illegale (quello è un dettaglio), ma economicamente insostenibile. Persino per la coscienza di chi si dice di sinistra.
Antonio Albanese, l’artista, l’uomo di cuore, il creatore di maschere indimenticabili, alza la voce come un tenore su un palco vuoto.
“State disperdendo energie!”, grida in faccia alla Premier.
E ha ragione, emotivamente. Diciamocelo. Chi non sente una stretta al cuore pensando ai sogni dei ragazzi?
Ma il vero potere… ah, il vero potere non funziona così.
Quelli che siedono al tavolo dei grandi affari, quelli che decidono dove vanno i fondi del PNRR, non si preoccupano delle “energie disperse”.
Si preoccupano di altro.
Si preoccupano di chi, tra cinque anni, saprà gestire le truppe dei loro prossimi clienti. O i biglietti dei loro prossimi concerti da milioni di euro.
Se i giovani non imparano a tenere a bada un palco, a gestire un impianto audio, a far muovere una folla ordinatamente… insomma, se non frequentano quella “scuola per imparare a comandare” che erano i centri sociali di una volta… chi sarà pronto a gestire i loro futuri affari?
La loro vera paura non è il disagio sociale.
È che si formi una nuova classe di capi che non risponde alle loro telefonate. O peggio, che non si formi affatto, lasciando un vuoto di leadership che verrà riempito dal caos.
E poi il caos si sposta. 📍
Da Milano a Torino. Dagli spazi creativi agli scontri di Askatasuna.
Qui il perdente si manifesta fisicamente. Non è più filosofia. È rabbia che sbatte contro il vetro blindato di una volante.
Mentre la destra, con la calcolatrice in mano, conta i milioni che potrebbero rientrare nelle casse dello Stato (un numero che fa sempre brillare gli occhi di chi paga le tasse fino all’ultimo centesimo)…
La sinistra conta i lividi.
E metaforicamente, conta i capelli persi per lo stress.
Elly Schlein, povera donna, tenta l’impossibile.
Tenta di placare gli animi dichiarando che “le forze dell’ordine sono patrimonio dello Stato”.
Una frase elegante. Diplomatica. Istituzionale.
Ma che, alle orecchie dei suoi militanti più duri, suona come la capitolazione finale.
“Non riusciamo a tenere a bada i nostri, vi preghiamo, siate imparziali”.
Questo è il segnale che aspettavano i vecchi poteri. Il segnale di fumo che indica la resa.
Il nemico si sta autodisarmando retoricamente.
Ora usciamo dal “Teatro della Piazza”. Lasciamo perdere i fumogeni e gli striscioni.
Andiamo dietro le quinte. Nel vero backstage del potere. 🚪
Qui l’aria è così rarefatta che si sente solo il fruscio dei fogli di legge appena stampati dalla Zecca dello Stato.
Il governo Meloni non ha bisogno di urlare. Non ha bisogno di fare la voce grossa.
La loro è una strategia glaciale. Chirurgica.
La loro mossa è stata definita “Azione di Sistema”.
Un termine tecnico, asettico, per dire: “Lasciamo che gli altri si stanchino a fare il tifo emotivo. Noi applichiamo la norma. Quella che non fa sconti a nessuno”.
La loro arma non è il manganello. È la supremazia della legge.
Che per noi, tradotto, è il loro Santo Graal della Compliance Legale.
Il loro manuale di istruzioni per vincere senza sporcarsi le mani.
Hanno trasformato l’occupazione – che per decenni era stata una sorta di soft loan culturale, un prestito a tasso zero per l’anima della sinistra – in una vera e propria insolvenza. 📉
Un debito scaduto da riscuotere con gli interessi composti.
Il Presidente del Consiglio, con un’economia di gesti degna di un grande direttore d’orchestra e senza nemmeno menzionare il nome di Albanese (troppo “plebeo” per essere degno di risposta diretta in quel contesto), ha comunicato il messaggio definitivo:
“Lo Stato non è più il genitore buono che chiude un occhio sulle marachelle ideologiche”.
“È diventato il creditore esigente”.
La loro visione è quella di una Società per Azioni dove l’efficienza e il rispetto dei contratti – anche quelli non scritti, come il sacro diritto di proprietà – sono l’unica valuta che conta.
Mentre i funzionari del Viminale stilavano le procedure di sgombero con la freddezza di chi programma una missione su Marte…
Da qualche parte, un giovane artista avrà visto il suo murale coperto da un telo di plastica grigio.
La differenza tra Risk Mitigation e la distruzione di un sogno è solo una questione di come interpreti il bilancio.
La trovata di Albanese, il “quasi generale”, è la reazione istintiva di chi capisce di essere stato superato a destra e a manca.
È un tentativo disperato, quasi commovente, di dire: “Siete diventati ridicoli nel vostro zelo!”.
Ma il potere glaciale non è ridicolo.
È solo efficiente.

E l’efficienza, miei cari sognatori, batte sempre la poesia quando si va in banca. 🏦
Quando il governo parla di “superamento delle ambiguità”, non sta parlando di morale. Non sta facendo catechismo.
Sta dicendo, con un linguaggio da geometra catastale, che bisogna togliere di mezzo tutte quelle zone dove la legge non è Bianco o Nero.
Perché quelle zone grigie impediscono di far fruttare al massimo il ritorno sull’investimento (ROI).
Che per noi, volgarmente, è semplicemente: “Quanto ci guadagno a rivendere questo palazzo ripulito dai centri sociali?”.
L’ambiguità, per loro, è come una macchia d’olio sul pavimento lucido di una banca d’affari.
È brutta da vedere. Ma soprattutto, è il nemico del bilancio in crescita.
Immaginate ora il tavolo dove si decideva la linea del Partito Democratico.
Non c’è più l’urlo da piazza. Quello è per i giovani che non sanno.
C’è solo il ticchettio nervoso di una penna che sta, in realtà, scrivendo le dimissioni spirituali di una classe dirigente.
Si percepisce chiaramente che la loro vecchia filastrocca sull’inclusione, quella che raccontavano da vent’anni come un mantra…
Ormai non ha più il peso di un soldo bucato in tasca per reggere il confronto con la narrativa della Legge e dell’Ordine. 👮♂️
Loro sono rimasti bloccati a discutere sul colore della carta da lettere per il comunicato stampa.
Mentre l’avversario aveva già smantellato l’ufficio e messo i mobili all’asta su eBay.
Erano impantanati nella teoria, mentre l’altro era già passato a incassare il bonifico.
Riprendiamo, amici navigati, dal punto esatto in cui il perdente si è reso conto di essere finito nel tritacarne mediatico-burocratico.
Il sistema, per ripulirsi, ha dovuto sacrificare il simbolo.
E quale momento migliore per farlo se non quando l’attenzione è distratta dagli scontri di Torino?
Quel baccano infernale che, diciamocelo chiaramente, disturba solo chi deve fare i conti a fine mese e ha paura che gli rompano la vetrina.
Il caos urbano è la cortina fumogena perfetta. 🌫️
La nebbia ideale per le operazioni finanziarie e chirurgiche.
Mentre l’establishment si congratula per aver ristabilito un ordine che puzza di naftalina e vecchi schemi…
Un ordine che sa di decreti firmati in fretta alle tre di notte…
Noi dobbiamo guardare oltre la facciata.
Il dettaglio nascosto in piena vista, che è la vera chiave di volta di tutto questo teatrino, è questo:
Il sistema non teme l’ideologia. Teme la mancanza di tassazione.
Vi ricordate i concerti rap? Quei fenomeni che muovono milioni di visualizzazioni e di euro?
Generano un flusso di cassa stratosferico.
Il sistema non ha paura della musica.
Ha paura della musica che si fa gratis. Della musica non tracciabile. Della birra venduta senza scontrino.
L’occupazione del Leoncavallo era un buco nero fiscale. 🕳️
Un luogo dove l’aggregazione avveniva senza che un broker potesse piazzare un’offerta.
Senza che un gestore di eventi potesse mettere la sua fee del 20%.
Questo è il vero peccato mortale per i potenti del salotto buono.
Vedere un luogo dove la gente si diverte, crea, vive… senza che loro possano applicare la loro misurazione di valore.
Quella che loro chiamano pomposamente Asset Under Management (AUM).
Cioè: tutto ciò che possono mettere a frutto.
L’aria nel salotto buono… Ah, che aria!
Non è rarefatta. È satura dell’odore di carta da pacchi robusta e di inchiostro fresco di firma notarile.
È l’odore di quella verifica che non è mai stata fatta sul valore della persona – mai, ve lo assicuro – ma solo su quello dei mattoni e dei metri quadri.
Quando parlano di AUM, non stanno parlando di quadri o concerti.
Stanno parlando di denaro messo a fruttare al meglio.
E immaginatevi questi signori seduti non davanti a un murale colorato, ma davanti a uno schermo Bloomberg dove scorrono i numeri verdi e rossi.
Numeri che mostrano il calo costante del valore di un palazzo, di un quartiere, solo perché lì dentro c’è un po’ di vita che non riescono a mettere in fattura elettronica.
Per loro il Leoncavallo non era un luogo di ritrovo.
Era diventato il vecchio mobile rotto in cantina. Quello che non si può né vendere né buttare e che ogni tre mesi fa abbassare il valore della casa intera.
Era un debito che non si estingue mai.
Un peso da togliere di mezzo prima che i revisori dei conti bussassero alla porta chiedendo spiegazioni sui conti del trimestre.
Questo meccanismo ricorda le vecchie cartiere del Nord Italia.
Dove si chiudevano intere fabbriche perché il costo di adeguamento agli standard di emissione inquinanti era superiore al profitto marginale.
La logica è identica. Spaventosamente identica.
Se non puoi monetizzare pulitamente, devi eliminare l’oggetto non monetizzabile.
Non c’è ideologia. Non c’è “fascismo” o “comunismo”.
C’è solo il foglio di calcolo Excel che dice: “Il costo sociale è inferiore al beneficio fiscale della riqualificazione”.
E il foglio di calcolo, cari amici, non ha mai avuto un cuore che batte. 💔
Quando il governo parla di “tutela della proprietà”, per noi suona come: “Non puoi tenere la casa di qualcun altro senza pagare l’affitto per decenni”.
Ma la traduzione cinica è: “Non possiamo permettere che ci sia un luogo dove la gente si diverte e fa cultura senza che noi possiamo metterci un cartellino del prezzo sopra”.
L’AUM è semplicemente il valore totale di tutto ciò che hanno in mano.

E loro non vogliono che ci sia un angolo libero, nemmeno uno, dove i loro algoritmi non possano calcolare un profitto.
Il governo Meloni, in questa fase, è il burattinaio che ha tirato i fili con una precisione quasi noiosa.
Non c’è stata esuberanza. Non c’è stata improvvisazione.
Solo l’applicazione fredda di una strategia che era nota da tempo a chi sapeva leggere i segnali.
La loro vittoria non è stata ideologica. È stata burocratica.
Hanno trasformato l’emozione in un debito da riscuotere.
E la povera opposizione?
Loro sono i burattini che si agitano freneticamente, credendo ancora che il pubblico sia interessato al loro dramma interiore e alle loro scissioni.
Mentre Albanese si preoccupa di “disperdere le energie”, la strategia chirurgica è già passata alla Fase Due.
La Normalizzazione dello Sgombero come precedente giuridico.
È la tattica del: “Se lo facciamo qui, dove il nemico è debole e diviso, nessuno si lamenterà abbastanza forte per farlo cambiare altrove”.
I contabili, cari amici, sono l’unica classe che non è mai stata sostituita dalla satira o dalla cultura.
Loro hanno sempre l’ultima parola sul destino delle nazioni.
Ora, concentriamoci sul dato che fa muovere il mondo.
Non i milioni che potrebbero entrare (quelli sono futuri e incerti).
Ma quelli che sono stati spesi per questa pulizia.
L’operazione Leoncavallo + gli scontri di Torino + la gestione dei contenziosi pregressi.
Tutto questo ha un costo operativo per la sicurezza pubblica che non è mai un investimento. È una spesa secca. Soldi bruciati. 🔥
Parliamo di Costo di Opportunità.
Un termine che i nostri nipoti impareranno all’università, ma che noi capiamo con l’esperienza della vita.
Se avessimo speso la metà del budget impiegato per lo sgombero e la successiva sorveglianza militare… in contratti di locazione sociale per quegli stessi spazi…
Avremmo avuto sia la legalità sia la cultura.
Invece abbiamo scelto la via più costosa e rumorosa: l’intervento muscolare.
Il governo ha vinto perché ha saputo sostituire un problema di investimento sociale (che costa nel lungo termine e non porta voti immediati) con un problema di ordine pubblico.
Che si risolve con una foto di un camion della polizia e fa felici gli sponsor della sicurezza.
E l’ordine pubblico è sempre più facile da giustificare in termini di spesa pubblica che non l’investimento culturale vago.
Guardate Albanese.
Non è arrabbiato per la politica. È sconfitto.
Perché vede che il linguaggio che usava, quello della solidarietà, della creatività, dell’ironia… è stato reso inefficace da un foglio di carta firmato e da un furgone blindato.
È la delusione di chi credeva ancora nelle favole raccontate a teatro.
La politica, quando è cinica e vincente, non è quella che mente spudoratamente.
È quella che sceglie di parlare solo di ciò che è più facile da quantificare in termini di successo immediato.
E lo sgombero è immediato. Si vede. Fa notizia.
L’investimento a lungo termine, quello che protegge la serenità della nostra pensione e il futuro dei nostri figli, viene sempre lasciato marcire.
Finché non diventa un problema di ordine pubblico da risolvere con la forza.
Il sipario è calato. Il Leoncavallo è chiuso. Askatasuna è sotto assedio.
La satira ha fatto il suo dovere, ma non ha fermato il trattore.
La prossima volta che vedrete un nastro giallo della polizia che chiude un’area…
Non pensate alla Legge.
Pensate al tasso di interesse che qualcuno sta cercando di applicare a quell’area.
E a quanto vi costerà, in termini di libertà e di spazi, la vostra tranquillità futura. 💭
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