Massimo Gramellini entra in studio con l’aria di chi ha già preparato il colpo. Le telecamere si avvicinano, il pubblico trattiene il respiro e lui parte all’attacco: parole taglienti, ironia velenosa, accuse che suonano più come sentenze che opinioni. Tutti pensano che Giorgia Meloni resterà in silenzio… o che cercherà di aggirare la provocazione. Ma la Premier non arretra. Aspetta, ascolta… e poi risponde. Una risposta chirurgica, glaciale, piena di dati, fatti e un dettaglio che Gramellini non si aspettava: una contraddizione presente proprio nei suoi precedenti editoriali. Lo studio trema. Gramellini tenta di replicare, ma la Meloni conclude con una frase che diventa immediatamente virale. Del pubblico si alza un boato: risate, applausi, incredulità. E mentre la regia decide se tagliare o continuare, sui social arriva la domanda più bruciante: 👉 Gramellini voleva fare una lezione… o si è consegnato al suo stesso imbarazzo?

Massimo Gramellini entra in studio con l’aria di chi ha già preparato il colpo.

Le telecamere si avvicinano, il pubblico trattiene il respiro e lui parte all’attacco: parole taglienti, ironia velenosa, accuse che suonano più come sentenze che opinioni. Tutti pensano che Giorgia Meloni resterà in silenzio… o che cercherà di aggirare la provocazione.

Ma la Premier non arretra. Aspetta, ascolta… e poi risponde.

Una risposta chirurgica, glaciale, piena di dati, fatti e un dettaglio che Gramellini non si aspettava: una contraddizione presente proprio nei suoi precedenti editoriali.

Lo studio trema. Gramellini tenta di replicare, ma la Meloni conclude con una frase che diventa immediatamente virale.

Del pubblico si alza un boato: risate, applausi, incredulità.

E mentre la regia decide se tagliare o continuare, sui social arriva la domanda più bruciante: 👉 Gramellini voleva fare una lezione… o si è consegnato al suo stesso imbarazzo?

🔥 Atto I: La Sentenza del Confessore e la “Mediocrità Impressionante”.

Le luci dello studio televisivo erano gelide, quasi asettiche, studiate per mettere a nudo ogni esitazione dei duellanti.

Da una parte del tavolo di cristallo, con la postura rilassata di chi si sente il depositario unico della verità morale del Paese, sedeva Massimo Gramellini. Si aggiustava gli occhiali con quel misto di compassione intellettuale e distacco critico che era il suo marchio di fabbrica.

Dall’altra, rigida come una corda di violino, pronta a scoccare la freccia, c’era Giorgia Meloni. La Premier non distoglieva lo sguardo. Le mani incrociate, le nocche leggermente bianche: la pazienza era al limite.

Non era un dibattito. Era lo scontro tra due mondi: la narrazione dei salotti contro la realtà dei numeri.

Gramellini prese la parola per primo. Con quella sua voce morbida, quasi sussurrata, si sporse leggermente in avanti, come un confessore che deve dare una brutta notizia.

E sganciò la sua sentenza avvolta nel velluto.

Disse che bisognava essere onesti, che non serviva nascondersi dietro la propaganda. Parlò di una “mediocrità impressionante” che avvolgeva l’azione del governo, una nebbia grigia che aveva spento gli entusiasmi iniziali.

Guardò Meloni dritto negli occhi e le disse che la “Luna di miele con gli italiani era finita, evaporata”, trasformata in delusione cocente.

Meloni lasciò che l’ultima sillaba cadesse nel vuoto. Non esplose subito. Fece un respiro profondo e un sorriso tirato, quasi sarcastico, le increspò le labbra.

Quando iniziò a parlare, la sua voce era bassa, controllata, ma carica di una potenza argomentativa che mirava a demolire le fondamenta del discorso del giornalista.

“Hai finito con la poesia? Siamo pronti a passare alla realtà? A quella cosa noiosa e testarda che si chiama matematica?”

😱 Atto II: La Controffensiva Chirurgica – I Numeri del “Non Amore”.

La Premier si sporse a sua volta, invadendo lo spazio visivo di Gramellini. Gli chiese brutalmente cosa fosse successo davvero nelle ultime elezioni regionali, quelle che secondo la narrazione mediatica avrebbero dovuto sancire l’inizio della fine.

E si rispose da sola: “La partita è finita 3 a 3. Un pareggio, palla al centro.”

Ma il punto fondamentale, quello che Gramellini e i suoi colleghi fingevano di non vedere, era che nessuno aveva scippato nulla agli altri. Le coalizioni avevano rivinto esattamente con le stesse percentuali, blindando le loro roccaforti. Lo status quo era rimasto pietrificato.

Gramellini provò ad aprire bocca, forse per parlare dell’astensionismo, ma la Meloni lo bloccò con un gesto perentorio.

“Sì, l’astensionismo è aumentato, ma attenzione: con tutto l’astensionismo aumentato, le cose non sono cambiate minimamente.”

Poi, la Meloni iniziò a snocciolare i dati con la precisione di un ragioniere che non ammette repliche.

“Guarda le tabelle, non i sentimenti. Il partito che è cresciuto di più in assoluto, in quell’ultima tornata elettorale dove secondo te tutto andava male, è stato proprio Fratelli d’Italia.”

In due regioni su tre – sottolineò con orgoglio – il suo partito aveva raddoppiato i voti.

Citò la Campania e la Puglia, roccaforti della sinistra, dove pure Fratelli d’Italia aveva fatto il boom.

Mentre Gramellini incassava il colpo, cercando di mantenere la sua maschera di imperturbabilità, la Premier continuò la sua lezione di realismo politico: c’era stato un crollo verticale della Lega e del Movimento 5 Stelle, e una crescita costante, solida, inarrestabile di Fratelli d’Italia, accompagnata da una ripresa del PD.

“Com’è possibile, Massimo, sedersi su queste poltrone e dire agli italiani che la Luna di miele è finita? Come si fa a parlare di crisi di consenso quando il primo partito di governo è l’unico a crescere in doppia cifra percentuale?”

Quella che Gramellini chiamava analisi, per la Meloni era solo mistificazione, il tentativo disperato di piegare la realtà ai propri desideri ideologici.

💥 Atto III: Il Processo al Sistema – La Trincea di Floris e la “Mediocrità Colta”.

La Meloni non aveva alcuna intenzione di cedere il microfono. Si sistemò meglio sulla sedia, rivendicando il diritto di parola.

Fissò Gramellini con uno sguardo che non era più solo di sfida politica, ma di profonda amara delusione intellettuale.

Gli disse che capiva perfettamente perché lui si trovasse lì a recitare quel copione. Quella narrazione della catastrofe non nasceva dal nulla, ma aveva un luogo di incubazione ben preciso.

Citò con un tono che grondava sarcasmo il salotto di Giovanni Floris (senza nominarlo come conduttore neutrale, ma come un militante).

Definì quel programma non uno spazio di approfondimento, ma una trincea, un processo sommario dove la sentenza era già scritta prima che iniziasse la sigla.

“L’unico, vero, ossessivo obiettivo di quel circo mediatico è la delegittimazione,” tuonò la Meloni, accusando Gramellini di essere parte integrante di questo ingranaggio.

“Gli ospiti non vengono scelti per l’analisi, ma vengono selezionati accuratamente in base alla loro fedeltà alla causa. È un casting, non giornalismo.”

La Premier confessò di aver smesso di guardare quei programmi non per paura delle critiche, ma per noia, per disprezzo verso la disonestà intellettuale.

“È diventato uno spettacolo tristissimo, uno squallore intellettuale che fa male alla democrazia stessa.”

Descrisse le trasmissioni come un “bombardamento continuo, un boom boom boom di paranoie e di ideologia stantia”, un rito tribale per rassicurare una certa sinistra che non riusciva ad accettare la sconfitta nelle urne.

La comfort zone.

“Se volete pensare che il governo sia una schifezza, guardatevi pure quelle trasmissioni. Vi sentirete rinfrancati… ma non chiamatelo giornalismo. Chiamatelo auto-aiuto. Chiamatelo propaganda.”

Poi, affondò il colpo finale, rivolgendosi direttamente alla dignità professionale del suo interlocutore.

“Vedere una persona intelligente come te, un uomo di cultura, uno scrittore che sapeva toccare le corde dell’animo umano, prestarsi a fare la baggianata del martedì sera, è uno spettacolo deprimente. Ci perdi di carisma, ci perdi di autorevolezza, ti svendi per un applauso facile.”

Gramellini rimase immobile, pietrificato. La Meloni aveva trasformato la sua critica politica in una requisitoria morale contro l’intero sistema mediatico che lo sosteneva.

💔 Atto IV: La Barzelletta della Solitudine – La Risposta Virale.

L’atmosfera nello studio era satura. Gramellini mostrava i primi segni di cedimento.

Mancava solo la risposta all’attacco personale, a quella diagnosi psicologica buttata lì: “Meloni è tanto sola.”

La Premier intrecciò le dita con lentezza esasperante, e un sorriso nuovo, tagliente, quasi ferino, le illuminò il volto. Il sorriso di chi ha appena sentito la barzelletta più divertente del mondo.

“Dunque fammi capire bene, Massimo,” esordì lei, calcando sul nome di battesimo. “Dopo avermi detto che il mio governo è mediocre, dopo avermi spiegato che gli italiani non mi amano più, tu te ne esci con la perla finale: Meloni è tanto sola. Povera donna, poverina, poverina.”

Scoppiò in una risata breve, secca, che risuonò come un colpo di frusta.

“Voi vivete in un mondo tutto vostro, un mondo di fantasia, dove proiettate i vostri desideri sulla realtà… ti rendi conto di quanto suona ridicolo?”

La Meloni si lanciò in una gag improvvisata, recitando la parte con un talento attoriale che lasciò lo studio impietrito.

Prese il cellulare, lo sollevò come una cornetta vintage e mimò una telefonata immaginaria: “Pronto, Massimo, sono Giorgia, mi sento tanto sola. Ti prego, parlami. Dimmi qualcosa.”

Descrisse con sarcastico dettaglio cosa lui avrebbe fatto nella sua “infinita bontà”: “Magari le racconto due barzellette, così si distrae. Oppure che ne so, potresti farmi l’imitazione di Pino dei Palazzi.”

La Premier lasciò cadere il sarcasmo. La serietà divenne glaciale.

“La verità, caro Gramellini, è che io non ti telefonerò mai. E non perché sono orgogliosa. Ma perché io non sono sola. E soprattutto, perché io non sono un poveraccio su YouTube che ha bisogno di elemosinare attenzione.”

“La solitudine la vedete solo voi, perché è l’unico modo che avete per non vedere la vostra di solitudine. Quella di chi è rimasto chiuso in un salotto televisivo a parlarsi addosso, mentre il mondo fuori andava avanti.”

E poi, l’affondo finale sulla sua squadra, l’accusa implicita di essere circondata da incapaci che sanno solo fare il saluto romano:

“È questa la vostra visione, Massimo. Voi riducete tutto a macchietta, a folclore nero, perché non avete il coraggio di confrontarvi con la competenza. Perché se ammetteste che intorno a me c’è gente che lavora, che produce risultati, allora crollerebbe tutto il vostro castello di carte. E allora dovete dire che sono sola.”

La Premier si alzò lentamente, chiudendo la partita. Guardò Gramellini dall’alto in basso, come un reperto archeologico impolverato.

“Tu sei una persona intelligente, scrivi bene, ma venendo qui a recitare la parte che ti ha assegnato [il tuo conduttore], a dire che la Meloni è sola e triste, ci perdi. Diventi prevedibile, diventi noioso, e, lasciamelo dire con la franchezza che mi contraddistingue… diventi mediocre anche tu. Perché solo una mente mediocre può negare l’evidenza dei fatti per rifugiarsi nel conforto delle proprie bugie.”

Con queste parole, Giorgia Meloni si voltò e uscì dall’inquadratura, il passo deciso.

Gramellini rimase lì, seduto, piccolo nel grande studio vuoto, con l’espressione di chi ha visto passare un treno in corsa.

La Premier non era sola. Ma lui, davanti alle macerie della sua narrazione, lo sembrava terribilmente. Il pubblico, intanto, si divideva tra risate e incredulità.

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