GIUSEPPE CONTE PARTE ALL’ATTACCO CONTRO GIORGIA MELONI CON TONI DURISSIMI, MA IN AULA SUCCEDE L’IMPENSABILE: UNA RISPOSTA SECCA, UNO SGUARDO, E IL RUOLO DI ACCUSATORE SI TRASFORMA IN UN BOOMERANG DAVANTI A TUTTI. Il copione sembrava già scritto. Conte alza la voce, punta il dito, costruisce l’ennesimo atto d’accusa contro il governo. Ma Giorgia Meloni non resta in silenzio. Interrompe, ribatte, smonta l’attacco con poche frasi chirurgiche che gelano l’Aula. In pochi istanti l’atmosfera cambia: chi accusava si difende, chi era sotto tiro prende il controllo. I banchi rumoreggiano, le telecamere insistono sui volti tesi, mentre fuori il video inizia a correre sui social. Non è più solo uno scontro parlamentare. È una prova di forza politica, un duello di leadership trasmesso in diretta nazionale. Conte cerca di recuperare, ma il colpo è già andato a segno. Il dibattito si ribalta, la narrativa crolla, e resta una domanda sospesa: chi guida davvero il gioco quando la pressione sale? In quel momento, davanti a tutti, il confronto diventa giudizio.

Le luci dello studio non erano semplici fari televisivi. Erano lame bianche, fredde e impietose, che tagliavano l’oscurità circostante per concentrare ogni singolo grammo di tensione su quel metro e mezzo di moquette sintetica.

Quello spazio esiguo che separava i due contendenti non era un pavimento: era un campo minato.

Non stavamo assistendo a un dibattito qualunque, di quelli che scorrono via tra uno spot e l’altro lasciando il tempo che trovano.

Era una resa dei conti. Una data fissata con il pennarello rosso nel calendario di un 2026 che aveva già visto troppi scossoni, troppi cambi di fronte, troppe parole spese al vento.

Giuseppe Conte sedeva alla sua postazione con quella compostezza studiata che è diventata il suo marchio di fabbrica.

Il fazzoletto a quattro punte spuntava dal taschino della giacca blu scuro come un segnale di precisione quasi notarile, un avvertimento silenzioso di ordine e metodo.

Di fronte a lui, Giorgia Meloni non cercava la simmetria. Non le interessava l’estetica della posa.

Era leggermente protesa in avanti, i muscoli del collo tesi, con lo sguardo di chi non sta aspettando educatamente il suo turno per parlare.

Stava aspettando il momento esatto, il millisecondo preciso in cui l’avversario avrebbe scoperto il fianco per affondare il colpo. 🔥

Conte prese la parola. Lo fece con quel tono felpato, quasi accademico, che ha perfezionato negli anni per avvolgere le sue accuse più dure in un velo di ragionevolezza istituzionale.

Si aggiustò i polsini della camicia, un gesto teatrale lento che preludeva all’affondo, come un chirurgo che indossa i guanti prima di operare.

“Vede, Giorgia…” esordì.

Usò il nome proprio. Una scelta calcolata, carica di una condiscendenza sottile che sapeva perfettamente avrebbe infastidito l’interlocutrice.

“La politica estera non è una sfilata di moda in cui ci si mette l’abito che piace di più al potente di turno. Non funziona così nelle cancellerie che contano”.

Il silenzio in studio si fece denso.

“Il suo atteggiamento verso la nuova amministrazione americana di Donald Trump non è pragmatismo, come lei ama ripetere ai suoi elettori. È un’acquiescenza totale”.

Conte scandì bene le parole, lasciandole cadere come pietre.

“È quasi commovente, se non fosse tragica per l’Italia. Lei ha trasformato la nostra nazione, che dovrebbe essere un pilastro d’Europa, in un satellite muto”.

Poi, il colpo a effetto. Quello preparato a tavolino con i suoi spin doctor.

“Se oggi in Europa avessimo avuto 27 Giorgia Meloni, Trump non si sarebbe limitato ai dazzi sulle nostre merci”.

Sorrise appena, un movimento impercettibile delle labbra.

“Avrebbe già preso la Groenlandia. E lei? Lei gli avrebbe pure mandato un telegramma di congratulazioni per l’ottimo affare immobiliare”. 🌍

Un mormorio corse tra il pubblico in sala. Qualcuno ridacchiò nervosamente.

Conte sapeva che quella battuta sulla Groenlandia sarebbe diventata il titolo di ogni telegiornale, il meme virale del giorno dopo.

“Mentre Macron e Starmer, piacciano o meno, cercano di tenere il punto per difendere l’industria e la dignità del continente, lei si è messa in una posizione di subalternità che ci condanna al declino irreversibile”.

L’ex premier alzò un dito, ammonitore.

“Un summit negli USA non si affronta con il cappello in mano, sperando in una benevolenza che non arriverà. Si affronta con una forza che lei ha svenduto in cambio di una pacca sulla spalla a Mar-a-Lago”.

Meloni rimase immobile.

Non batté ciglio. Non interruppe. Lasciò che l’eco delle parole di Conte svanisse nel silenzio elettrico dello studio, fino all’ultima sillaba.

Aspettò due secondi di troppo. Una scelta di tempo micidiale che rese il silenzio pesante, quasi insopportabile per chi guardava da casa.

Poi scosse leggermente la testa. Un sorriso amaro le increspò le labbra, trasformandosi rapidamente in una smorfia di divertimento sarcastico.

“Giuseppe, l’ho ascoltata con la pazienza che si deve a chi vive in un mondo parallelo”, iniziò lei.

La voce non era alta, ma graffiava l’aria, salendo di tono con una precisione chirurgica che fece scattare l’attenzione di tutti.

“È fantastico sentirla parlare di dignità internazionale. Davvero, è uno spettacolo”.

Si sporse ancora di più verso di lui, invadendo visivamente il campo.

“Parla lei? L’uomo che è passato dai decreti sicurezza ai porti aperti con la stessa disinvoltura con cui io mi cambio le scarpe la mattina?”.

Meloni non gli diede tempo di reagire.

“Lei parla di acquiescenza verso gli Stati Uniti? Lei? Quello che veniva chiamato ‘Giuseppi’ via tweet e correva a farsi fare il baciamano per legittimare un governo nato da un ribaltone di palazzo?”. 💥

Puntò l’indice sul tavolo, un gesto secco che risuonò come un colpo di martello.

“La battuta sulla Groenlandia le sarà uscita bene nel suo ufficio marketing, complimenti agli autori. Ma qui siamo nella vita reale, Giuseppe”.

“Mentre lei faceva il fenomeno sui social, noi abbiamo rinegoziato il PNRR che lei aveva scritto con i piedi, rischiando di far perdere all’Italia miliardi di euro vitali”.

La Premier incalzava, un fiume in piena.

“La differenza tra me e lei, caro Conte, è semplice ma brutale: io non ho bisogno di fare il cameriere di Macron per sentirmi europea”.

“Né ho bisogno di fare l’anti-americana di facciata per compiacere qualche corrente del suo movimento che ancora sogna la Via della Seta cinese e gli accordi segreti con Pechino”.

“Trump è il Presidente degli Stati Uniti, l’alleato principale dell’Occidente. Io ci parlo da pari a pari, guardandolo negli occhi, difendendo gli interessi italiani”.

“Non vado a pietire un riconoscimento internazionale come faceva lei, cercando disperatamente di capire quale maschera indossare a seconda di chi aveva davanti”.

Conte provò a intervenire. Sollevò una mano, aprì la bocca come a chiedere un punto d’ordine, un time-out.

Ma Meloni non gli lasciò nemmeno lo spazio per respirare.

“No, Giuseppe. Ora finisco io. Perché la Groenlandia è lontana, ma l’Italia è qui”. 🇮🇹

“Lei parla di debolezza europea, ma l’Europa è debole proprio perché per anni leader come lei hanno preferito le passerelle alla sostanza”.

“Lei dice che io non so negoziare? Io ho portato a casa un accordo sulle migrazioni che lei non ha saputo nemmeno sognare in anni di governo”.

“Lei era chiuso nei palazzi a fare le dirette Facebook, mentre la gente fuori chiedeva sicurezza e risposte”.

A quel punto, l’ex premier, vistosi all’angolo sul fronte estero, colse l’occasione per cambiare fronte.

Tentò di riprendere il controllo del discorso con un attacco sui dati, il suo terreno preferito, sperando di spiazzarla.

“Appunto, Giorgia! Parliamo della realtà. Parliamo di quella realtà che i cittadini vivono ogni giorno sulla propria pelle”.

Conte cercò di recuperare vigore.

“Lei si riempie la bocca di ordine, di legalità, di sicurezza. Ma dopo quasi quattro anni di suo governo, la situazione è fuori controllo”.

“C’è una carenza organica di 23.000 unità tra poliziotti e carabinieri. Ventitremila! Li ha contati?”.

“I suoi slogan ‘Abbiamo fatto, Abbiamo fatto’ si scontrano con le stazioni deserte di notte e le periferie abbandonate a se stesse”.

Conte alzò il volume, sentendo di aver trovato un varco.

“Avete creato un sistema puramente repressivo sulla carta, con leggi scritte col favore delle tenebre che servono solo a riempire i talk show”.

“Ma non avete messo un euro, vero? Per le assunzioni è un fallimento totale. Un castello di carte che sta crollando sulla testa degli italiani che hanno paura ad uscire di casa”.

Meloni lo fissò negli occhi.

Stavolta il sorriso sarcastico era sparito. Al suo posto, la maschera della determinazione fredda che aveva convinto milioni di elettori.

“Ventitremila agenti in meno, dice lei?”.

Meloni fece una pausa, scuotendo la testa con incredulità simulata.

“Giuseppe, lei ha una memoria che definire selettiva è un complimento generoso”.

“Quei 23.000 poliziotti che mancano sono il risultato matematico di dieci anni di tagli lineari”.

“Tagli fatti dai governi di cui lei è stato il perno assoluto. Dai governi della sinistra che lei ha sostenuto pur di non mollare la poltrona nemmeno con le cannonate”.

Meloni si rivolse direttamente alla telecamera, rompendo la quarta parete.

“Ma vi rendete conto? Lui viene qui a presentarmi il conto del disastro che ha contribuito a creare con le sue stesse mani”.

“È come se un piromane venisse a spiegare ai vigili del fuoco come si tiene in mano la manichetta dell’acqua”. 🚒

Aprì le braccia, dominando lo spazio fisico del tavolo.

“Noi abbiamo stanziato nella scorsa finanziaria fondi per assunzioni straordinarie che non si vedevano da un decennio. Numeri, non chiacchiere”.

“Abbiamo sbloccato i concorsi che lei aveva congelato. E sa perché li aveva congelati?”.

Qui l’affondo fu mortale.

“Perché lei stava regalando i soldi dei cittadini con il Superbonus. Creando un buco nelle casse dello Stato che avrebbe fatto fallire anche un’azienda di giocattoli”.

“Lei ha preferito dare i soldi a chi restava sul divano o a chi doveva ristrutturarsi la villa al mare gratis”.

“Io quei soldi li sto togliendo da lì per metterli nelle divise. Nelle volanti. Nella tutela di chi rischia la vita per noi ogni notte”.

“Il suo ‘sistema criminale repressivo’, come lo chiama lei con quel linguaggio da centro sociale di lusso, è semplicemente il ritorno della legalità”.

“Ma capisco che per lei, abituato a governare con i bonus a pioggia e le mance elettorali, l’idea che esistano delle regole da rispettare sia un concetto alieno”.

Conte incassò il colpo visibilmente.

Un lieve tic nervoso comparve vicino al suo occhio sinistro, tradendo il controllo che cercava di mantenere.

Cercò di recuperare terreno: “Lei mistifica la realtà, Giorgia. Il Superbonus ha dato una spinta al PIL che lei si sogna…”.

“Il PIL del debito, Giuseppe!”, lo interruppe lei con una risata tagliente che risuonò in tutto lo studio. 📉

“Lei ha drogato l’economia lasciando una cambiale che i figli dei nostri figli dovranno pagare con i loro sacrifici”.

“Lei ha ipotecato il futuro dell’Italia per farsi bello nei sondaggi per sei mesi”.

“E oggi viene qui a fare la morale sulla sicurezza e sulla Groenlandia? Ma abbia il pudore del silenzio, per favore”.

“Lei ha lasciato le forze dell’ordine a gestire il caos che lei stesso ha alimentato con politiche migratorie folli”.

“Il diluvio è arrivato, Giuseppe. E lo stiamo asciugando noi con fatica, mentre lei sta lì col suo fazzolettino nel taschino a spiegarci che l’acqua è bagnata”.

Il pubblico in studio era in fermento. Si sentiva il brusio, l’energia che cambiava direzione.

Meloni non aveva solo risposto. Aveva ribaltato la narrazione di Conte come un calzino.

Aveva trasformato ogni sua critica in un boomerang che tornava indietro carico del peso degli anni precedenti.

Il leader del Movimento 5 Stelle aprì la bocca per replicare, per dire qualcosa, qualsiasi cosa.

Ma la Premier alzò un palmo. Gelida. Autoritaria.

“Non ha ancora capito, vero?”.

“La retorica del ‘punto di riferimento dei progressisti’ non funziona più se dietro non c’è la sostanza”.

“Lei attacca me su Trump perché non ha argomenti sull’Italia. È vuoto”.

“Lei spera che parlando di Washington la gente si dimentichi di cosa ha fatto lei a Roma. Ma gli italiani non hanno la memoria corta come la sua”.

Conte si schiarì la voce. Cercava disperatamente di ritrovare la sua aura da avvocato di Stato, quella calma olimpica che lo aveva reso celebre.

Ma l’aria nello studio era cambiata irreversibilmente.

L’attacco sulla Groenlandia, che sembrava così brillante e arguto pochi minuti prima, ora appariva come una battutina infantile.

Schiacciata dalla furia dei dati e delle accuse sui conti pubblici lanciate da Meloni.

“Passiamo oltre, se ha il coraggio”, disse Conte, con una voce che tradiva una leggera incrinatura.

“Parliamo di come la sua visione sovranista stia isolando l’Italia nei tavoli che contano”.

Meloni si appoggiò allo schienale della poltrona. Lo sguardo fisso, penetrante, quasi divertito.

“Ah, passiamo oltre! Tipico”.

“Adesso che le ho smontato il giocattolo della sicurezza e dei conti pubblici, vuole parlare di isolamento?”.

“Giuseppe, l’unico isolato in questa stanza è lei”.

“Lei che non sa più a quale partito appartenere. Lei che non sa più quale leader europeo scimmiottare per sentirsi importante”.

“Mi dica, di cosa vuole parlare ora? Della sua gestione della pandemia? Delle mascherine taroccate? Dei banchi a rotelle?”.

“Scelga lei il terreno, Giuseppe. Io non scappo. Io sono qui”. 🏛️

Il primo round si chiudeva così.

Con Meloni che dominava la scena fisica e dialettica, lasciando Conte a rincorrere un’immagine di sé che sembrava sgretolarsi in diretta.

Sotto i colpi di una realtà che non riusciva più a piegare alla sua narrazione.

Conte cambiò postura. Appoggiò i gomiti sulle ginocchia, intrecciando le dita.

La guardò con un’espressione di studiata delusione, come un professore che vede un allievo perdersi.

“Giorgia, i suoi fuochi d’artificio retorici sono spettacolari, davvero. Ma la propaganda non riempie i carrelli della spesa”.

Abbassò la voce. Voleva toccare la pancia del Paese.

“Lei parla di numeri, di macroeconomia. Ma fuori da questo studio, nel 2026, l’Italia reale sta boccheggiando”.

“Sotto il suo governo il potere d’acquisto è colato a picco. Avete negato il salario minimo definendolo una mancia”.

“Mentre avete permesso alle banche di accumulare extra-profitti record senza muovere un dito”.

“Lei ha tolto il reddito di cittadinanza a famiglie disperate per dare quei soldi all’industria belica”.

“Per inseguire la sua smania di protagonismo nei conflitti internazionali”.

Fece una pausa, cercando il consenso delle telecamere.

“È questa la sua Italia del merito? Un’Italia dove chi lavora otto ore al giorno resta povero e chi produce missili si arricchisce?”.

Meloni non batté ciglio. Mantenne quel sorrisetto gelato.

Quando prese la parola, lo fece con una calma che risultava più devastante di qualsiasi urlo.

“Giuseppe, la sua capacità di ribaltare la realtà meriterebbe un Oscar alla carriera”. 🏆

“Lei viene qui a parlarmi di salari e povertà? Lei?”.

“Lei che è stato il Presidente del Consiglio che ha firmato il più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso i ceti abbienti nella storia della Repubblica?”.

“Parliamo del suo Superbonus, visto che le piace tanto la parola ‘poveri'”.

“Lei ha speso decine di miliardi di euro per ristrutturare le seconde case ai ricchi. Castelli. Ville al mare”.

“Lasciando un debito di 2.000 euro sulla testa di ogni neonato italiano. Compresi i figli di quelle famiglie povere che lei dice di voler difendere”.

“Quei soldi, Giuseppe, sono quelli che oggi mancano alla sanità. È colpa delle sue ristrutturazioni gratuite se oggi dobbiamo fare i salti mortali”.

Alzò la voce, martellando le parole con una cadenza romana che sottolineava la sua irritazione autentica.

“Lei parla di salario minimo. Ma è stato al governo per tre anni! Perché non lo ha approvato quando era a Palazzo Chigi con la maggioranza più ampia della storia?”.

“Perché è più facile usarlo come bandierina elettorale dall’opposizione che scriverlo in una legge seria”.

“La nostra risposta si chiama taglio del cuneo fiscale. Noi i soldi li mettiamo direttamente nelle buste paga. Non nei sogni di gloria dei suoi consulenti”.

“Lei preferiva dare la paghetta di Stato per tenere la gente sul divano. Io voglio che la gente abbia un lavoro dignitoso”.

“Questa è la differenza tra un politico che cerca voti e un leader che cerca il futuro”.

Conte tentò di replicare: “Il taglio del cuneo è temporaneo, è un’elemosina…”.

“L’elemosina è quella che ha fatto lei con i banchi a rotelle!”, lo fulminò Meloni. ⚡

Il pubblico esplose in un brusio incontrollabile. Quell’immagine era ancora una ferita aperta.

“Ma la prego! Milioni di euro buttati nel cestino per dei pezzi di plastica che oggi marciscono nei magazzini delle scuole”.

“E lei viene a fare la lezione a me sulla gestione dei soldi pubblici?”.

“Lei che durante la pandemia ha trasformato l’Italia nel regno dei commissari straordinari e delle primule che non sono mai fiorite?”.

“Parliamo di trasparenza? Parliamo delle provvigioni sulle mascherine cinesi? Parliamo dei contratti secretati?”.

Si sporse in avanti, il viso a pochi centimetri dal confine immaginario.

“E sulla difesa, Giuseppe, smettiamola con questa ipocrisia che fa venire il mal di testa”.

“Lei è lo stesso che da premier ha aumentato le spese militari ogni singolo anno. Ogni anno!”.

“Lo ha fatto lei. Solo che allora le andava bene perché doveva compiacere i partner internazionali per restare in sella”.

“Oggi che è all’opposizione e deve rincorrere il populismo più becero diventa pacifista”.

“Lei non è pacifista. Lei è un opportunista della geopolitica”.

“Se domani i sondaggi dicessero che invadere la Luna porta voti, lei si presenterebbe qui in tuta spaziale a spiegarci che è un diritto inalienabile del Movimento 5 Stelle”. 🚀

Conte accusò il colpo. Il viso si fece scuro, cupo.

“Questa è un’aggressione personale che non fa onore alla sua carica. Giorgia, io parlo di temi, lei parla di me”.

“Io parlo di lei perché lei è il simbolo di un modo di fare politica che ha quasi distrutto questo Paese!”, rispose lei senza pietà.

“Lei non è un leader, Giuseppe. Lei è un camaleonte istituzionale che cerca un colore in cui mimetizzarsi perché non ne ha uno proprio”.

Conte rimase in silenzio per qualche istante interminabile.

Il volto teso. Cercava una battuta, una via d’uscita che non arrivava.

La sua immagine di mediatore colto e pacato si era frantumata contro la concretezza aggressiva di una Meloni che non gli aveva lasciato passare nulla.

“La sua arroganza sarà la sua fine”, riuscì solo a dire Conte, con una voce che mancava di convinzione.

“L’arroganza, caro Giuseppe, è quella di chi pensa che gli italiani siano stupidi”, concluse Meloni.

Sistemò i fogli davanti a sé con un gesto definitivo, tombale.

“Lei pensa di poter cancellare tre anni di disastri del suo governo con una battuta sulla Groenlandia”.

“Gli italiani, invece, sanno benissimo chi ha lavorato per proteggerli e chi ha lavorato per proteggere la propria poltrona”.

“Lei continui pure a fare l’influencer del pessimismo. Io continuerò a fare il Presidente del Consiglio di una nazione che ha finalmente smesso di vergognarsi”.

Meloni si appoggiò allo schienale. Lo sguardo fiero. Un mezzo sorriso di chi sa di aver stravinto il confronto.

Dall’altra parte del tavolo, Conte appariva svuotato.

La sua retorica smontata pezzo per pezzo come un vecchio orologio rotto.

Il duello era finito. E il verdetto dello studio, sottolineato da un applauso che sembrava una sentenza, era inappellabile. 👀

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