DE GREGORIO ROMPE IL TABÙ, ASSOLVE ASKATASUNA E PUNTA IL DITO CONTRO L’ITALIA: UNA FRASE, UNA SCELTA, E IL PAESE SI SPACCA IN DUE DAVANTI ALLE TELECAMERE. Non è una semplice opinione, è un’accusa che cade come una bomba nel dibattito pubblico. De Gregorio parla, e nel giro di pochi secondi ribalta ruoli, responsabilità e colpe, trasformando un caso esplosivo in un processo morale contro lo Stato. Askatasuna viene descritta come vittima, mentre l’Italia finisce sul banco degli imputati. Le reazioni sono immediate, furiose, incontrollabili. Politici, commentatori e cittadini si dividono, mentre il sistema mediatico entra in modalità panico. C’è chi parla di verità scomoda, chi di tradimento imperdonabile. Ogni parola pesa, ogni silenzio diventa sospetto. In questo scontro frontale tra narrazione alternativa e istituzioni, nulla sembra più intoccabile. Le immagini scorrono come in un trailer teso: sguardi duri, frasi tagliate, titoli che urlano allo scandalo. E mentre il caso esplode sui social e nei palazzi del potere, una domanda resta sospesa, inquietante: chi sta davvero riscrivendo la storia, e a quale prezzo politico?

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Ci sono momenti, nella storia recente di questo Paese, in cui il dibattito pubblico smette di essere un confronto democratico. Smette di essere uno scambio di idee.

Si trasforma in qualcosa di diverso. Diventa un Rito. 🕯️

Un rito prevedibile, stanco, ripetitivo, quasi liturgico nella sua sacralità intoccabile.

Accendi la TV e sai già tutto. Conosci il copione a memoria prima ancora che gli attori entrino in scena.

Sai già chi prenderà la parola con voce tremante d’indignazione.

Sai già cosa dirà, quali aggettivi userà, quali pause drammatiche inserirà nel discorso per strappare l’applauso.

Sai già chi, tra il pubblico o sui social, batterà le mani e chi, invece, dovrà sentirsi in colpa, schiacciato dal peso di una responsabilità che non ha mai chiesto.

E soprattutto, sai già chi sarà il colpevole finale di ogni male, il capro espiatorio perfetto da sacrificare sull’altare della correttezza politica.

L’Italia.

Sempre e comunque l’Italia.

Un Paese dipinto come matrigna, come mostro, come origine di ogni disagio.

Stavolta, però, qualcosa si è inceppato. Il meccanismo perfetto, oliato da anni di talk show e editoriali fotocopia, ha trovato un granello di sabbia nei suoi ingranaggi.

Perché quando certe frasi vengono pronunciate con troppa leggerezza, quando la narrazione corre più veloce dei fatti, quando l’ideologia cerca di coprire il rumore delle ossa rotte… qualcuno si ferma.

Qualcuno alza la mano.

Qualcuno chiede, con voce ferma, di guardare la realtà per quella che è, non per quella che vorremmo che fosse.

Ed è esattamente in quel preciso istante che il sistema va in crisi.

Tutto parte da Torino. 🏙️

Torino, la città elegante, la città sabauda, che negli ultimi anni si è trasformata silenziosamente in qualcos’altro. È diventata un laboratorio. Un esperimento politico e ideologico a cielo aperto.

Un luogo in cui certe parole sembrano aver acquisito un peso specifico maggiore dei fatti stessi. Dove la “narrazione” vale più del sangue versato sull’asfalto.

Siamo nel mezzo di una manifestazione. Non una festa di piazza, non un corteo pacifico.

È una manifestazione legata a un centro sociale, l’Askatasuna. Un nome che evoca anni di tensioni, di sfide alla legalità.

Un luogo già sgomberato dalle autorità.

E attenzione, non è stato sgomberato per un capriccio autoritario o per censurare la cultura alternativa. È stato sgomberato perché considerato, carte alla mano, non un presidio culturale, ma un problema di ordine pubblico. Un hub del disordine.

In questo contesto incandescente, accade il fatto. Quello che non si può cancellare.

Un poliziotto viene aggredito. 👮‍♂️

Non strattonato. Non insultato.

Viene picchiato. Ferito. Lasciato a terra.

Le immagini circolano in rete alla velocità della luce. Sono video crudi, girati con i cellulari, mossi, sgranati, ma inequivocabili.

Si vede la violenza. Si sente l’urlo della folla. Si percepisce l’odio fisico.

Non lasciano spazio a grandi interpretazioni filosofiche. C’è chi colpisce e c’è chi cade.

Dovrebbe essere una storia semplice, no? Una di quelle storie tristi ma lineari.

C’è una violenza oggettiva. C’è una responsabilità individuale. C’è una condanna unanime da parte della società civile.

E invece NO. 🚫

È qui che scatta il cortocircuito.

Da quel momento, mentre il poliziotto è ancora in ospedale, inizia la “Fase Due”. Quella che ormai, purtroppo, conosciamo a memoria.

La realtà non viene negata (sarebbe impossibile, ci sono i video). Viene riscritta.

Viene editata in tempo reale come in una sala di montaggio cinematografica.

Non si discute più di cosa è successo. Quello è un dettaglio fastidioso.

Si discute di chi dobbiamo incolpare per far sì che nessuno dei “nostri” risulti davvero colpevole.

Bisogna salvare il soldato Ryan dell’ideologia.

E allora ecco la magia. La violenza diventa improvvisamente sospetta. Ambigua. Quasi misteriosa.

Chi ha picchiato il poliziotto?

Non è più un manifestante. Non è più un attivista. Non è più un estremista politico.

Diventa… un infiltrato. 🕵️‍♂️

Sempre lui. L’eterno, mitologico Infiltrato.

Una figura quasi sovrannaturale che compare puntualmente ogni volta che i fatti diventano troppo imbarazzanti per essere difesi. Un fantasma che lancia la pietra e poi svanisce nel nulla, permettendo al corteo di rimanere “puro” e “pacifico” nella narrazione ufficiale.

Ed è in questo clima surreale, in questa nebbia cognitiva, che entra in scena Concita De Gregorio.

Non entra come semplice giornalista che riporta una notizia.

Entra come Sacerdotessa. Come interprete suprema di una visione del mondo ben precisa, monolitica, che non ammette crepe o dubbi.

Il suo discorso è un capolavoro di retorica.

È raffinato. È pacato. La voce è calma, quasi sussurrata.

Apparentemente è un discorso empatico, pieno di comprensione umana.

Ma proprio per questo è ancora più potente e pericoloso.

Perché non urla. Non provoca con insulti da bar. Non attacca frontalmente con la bava alla bocca.

Fa qualcosa di molto più sottile e letale: Sposta la Colpa. 🔄

Ascoltate bene il ragionamento, perché è un incantesimo.

Non sono quei ragazzi ad aver sbagliato. Non sono quelle azioni violente il problema. Non è quella la violenza vera.

Il problema, secondo De Gregorio, è l’Italia.

Un Paese che respinge. Un Paese che discrimina. Un Paese che crea marginalità. Un Paese che produce rabbia come una fabbrica produce scorie tossiche.

È un ribaltamento totale della prospettiva. Un gioco di specchi deformanti.

Il Gesto (il pugno, il bastone) scompare. Viene cancellato.

Resta solo il Contesto.

L’Individuo (chi ha scelto di colpire) evapora.

Rimane solo il Sistema.

La Responsabilità Personale – quel concetto antico e nobile che sta alla base della nostra civiltà giuridica e morale – viene archiviata.

Viene trattata come un concetto antiquato, reazionario, quasi crudele. “Poverini, non è colpa loro”.

Secondo questo racconto, chi nasce in certi quartieri, chi ha certi cognomi, chi cresce in certe famiglie… non sceglie davvero.

Subisce.

È determinato dal destino. È una foglia al vento.

È il prodotto automatico di un ambiente ostile e quindi, per logica conseguenza, non può essere giudicato.

Non può essere condannato.

Non può essere chiamato a rispondere delle proprie azioni davanti alla legge o alla società.

È una narrazione che si presenta con la veste scintillante del progressismo moderno, ma che in realtà ha radici antiche e oscure.

È un Determinismo Sociale assoluto.

E, paradossalmente, è un pensiero che toglie dignità proprio a chi dice di voler difendere.

Pensateci un attimo.

Se io dico che una persona non è responsabile delle proprie scelte perché è “povera” o “emarginata”… le sto dicendo che non è un essere umano completo.

Le sto dicendo che non è libera.

Che è solo una pedina, un burattino mosso dai fili invisibili della società. Un eterno minore che ha bisogno della giustificazione dell’intellettuale di turno per esistere.

E mentre questa visione viene venduta come atto di amore verso gli ultimi, finisce per diventare profondamente paternalistica. Quasi razzista nel suo abbassare l’asticella morale per alcuni gruppi di persone.

Il punto centrale, il cuore nero di questo ragionamento, è che l’Italia è sempre e comunque Colpevole.

Colpevole di non aver accolto abbastanza. Di non aver capito abbastanza. Di non aver dato abbastanza sussidi, spazi, comprensione.

Un Paese dipinto costantemente come una matrigna fredda, cinica, incapace di integrazione, incapace di empatia.

Peccato, però.

Peccato che questa immagine, costruita nei salotti televisivi, ignori sistematicamente una parte enorme, gigantesca della realtà. 🌍

Quella parte fatta da migliaia, milioni di persone.

Persone arrivate qui da lontano. Spesso senza privilegi. Senza conoscenze. Senza editoriali su Repubblica a proteggerle.

Persone che hanno studiato di notte. Che hanno lavorato duramente in fabbrica o nei campi. Che hanno rispettato le regole, anche quando erano dure.

Che hanno costruito famiglie, aperto attività, pagato le tasse, cresciuto figli italiani orgogliosi di esserlo.

Queste storie esistono. Sono la maggioranza silenziosa.

Ma non fanno comodo.

Non fanno comodo alla narrazione del “Disagio Ribelle”.

Perché?

Perché dimostrano che l’integrazione non è un atto magico dovuto dallo Stato. Non è un diritto divino.

È un percorso complesso, faticoso, a doppio senso, che richiede anche e soprattutto una Scelta Individuale.

E parlare di “scelta individuale” in certi ambienti è diventato pericoloso. È un tabù. ⚠️

Perché significa ammettere che esistono comportamenti giusti e comportamenti sbagliati.

Significa dire che le regole contano. E quando le regole contano, l’alibi del “povero ribelle” crolla miseramente.

Nel racconto dominante di De Gregorio e soci, invece, tutto viene messo nello stesso contenitore emotivo, mescolato in un minestrone indistinto.

Disagio sociale. Povertà. Criminalità. Illegalità. Attivismo politico.

Tutto uguale. Tutto giustificato.

Se provi a distinguere, se provi a dire “la povertà non giustifica la violenza”, sei un mostro. Sei disumano.

Se provi a chiedere il rispetto delle regole, sei “repressivo”. Sei fascista.

Se provi a parlare di sicurezza per i cittadini, sei automaticamente sospetto.

È così che fenomeni evidenti, tangibili, come le bande giovanili che terrorizzano le città, le aggressioni, lo spaccio alla luce del sole, diventano dettagli secondari. Note a margine.

“Colpa del sistema”. “Colpa dell’Italia”. “Colpa di un Paese che non ha fatto abbastanza”.

Nel frattempo, però, la cronaca – quella vera, quella che non va in prima serata – racconta altro.

Racconta di quartieri interi dove la gente ha paura di uscire la sera. Non i ricchi, ma la gente comune.

Racconta di ragazzi aggrediti per pochi euro o per un cellulare.

Racconta di anziani derubati e spintonati.

Racconta di cittadini – e attenzione: spesso immigrati regolari, integrati, lavoratori – che chiedono più sicurezza.

Perché sono loro, i più deboli, i primi a subire questo clima di impunità. Sono loro che vivono nelle periferie abbandonate alla legge del più forte.

Ma queste voci faticano a trovare spazio. Sono voci scomode. Non rientrano nel copione scritto da chi vive nei centri storici blindati.

C’è poi un momento, un passaggio logico, che manda definitivamente in crisi questa narrazione tossica.

È il momento in cui si diventa Adulti.

Perché a un certo punto, nella vita di una nazione come in quella di una persona, l’età delle giustificazioni deve finire.

A un certo punto entra in gioco una parola che nel dibattito pubblico italiano sembra quasi proibita, cancellata dal vocabolario.

RESPONSABILITÀ. ⚖️

Nessuno nasce con la strada spianata. Nessuno.

Nessuno riceve tutto senza sforzo.

Non lo hanno ricevuto i nostri nonni, gli italiani emigrati nel dopoguerra con le valigie di cartone, trattati come bestie all’estero, che sono tornati distrutti dal lavoro ma a testa alta.

Non lo ricevono oggi milioni di persone che ogni mattina si alzano alle cinque, affrontano difficoltà enormi, rispettano le regole e vanno avanti senza spaccare vetrine o picchiare poliziotti.

Ma questo racconto – il racconto della dignità, del sacrificio, del merito – non fa audience. È noioso.

Non permette di puntare il dito contro un colpevole astratto e comodo come “lo Stato” o “il Sistema”.

È molto più facile, molto più seducente dire che se uno delinque è perché il Paese lo ha costretto.

È un alibi perfetto. Inattaccabile. Eterno. Assolve tutti e non cambia nulla.

Eppure…

Eppure è proprio questo alibi che rischia di distruggere la convivenza civile dalle fondamenta.

Perché quando tutto è colpa del “Sistema”, nessuno è più responsabile di nulla. Il crimine diventa una statistica, non una colpa.

Ed è qui che arriva il vero punto sollevato da chi, come Sallusti in questo dibattito, si limita a fare una cosa sempre più rara, quasi rivoluzionaria:

Mettere in fila i Fatti. 📊

Senza urlare. Senza slogan. Senza moralismi da quattro soldi.

Solo fatti.

E quando i fatti entrano nella stanza, certe narrazioni iniziano a sudare freddo.

Perché la realtà non si lascia addomesticare per sempre dalle belle parole di Concita De Gregorio.

La realtà torna. Presenta il conto. Chiede risposte concrete.

Il vero scandalo, allora, non è una frase detta in TV. Le parole volano.

Il vero scandalo è che questo modo di raccontare il Paese sia diventato “Normale”.

Che sia diventato il pensiero unico dominante.

Che chiunque osi dire che le cose sono più complesse, che le regole vanno rispettate, venga subito etichettato come cattivo, insensibile, reazionario.

Ma una società che rinuncia alla responsabilità individuale è una società che sta firmando la sua condanna a morte. È una società che prepara il terreno al Caos.

Non è comprensione, quella di De Gregorio. È Giustificazione.

Non è empatia. È Cecità Selettiva.

E mentre qualcuno, dall’alto del suo pulpito, continua a ripetere che l’Italia è il problema… il problema reale cresce.

Si radicalizza. Si incancrenisce nelle strade.

Perché ignorarlo non lo fa sparire. Anzi. Lo rende più forte, più arrogante, più violento.

La domanda allora resta sospesa. Inevitabile. Scomoda come un sasso nella scarpa. Ma necessaria come l’aria.

Davvero il problema è questo Paese?

Davvero siamo noi i mostri?

O stiamo usando l’Italia come un comodo, gigantesco alibi per non avere il coraggio di chiamare le cose – e le persone – con il loro nome?

Voi cosa ne pensate?

La colpa è sempre del “Sistema” o è ora di tornare a parlare di scelte personali?

Scrivetemi nei commenti la vostra verità.

E se ancora non l’avete fatto, iscrivetevi al canale.

Perché qui, su Politica Quotidiana, smettiamo di recitare il copione e iniziamo a guardare il film vero.

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