🔥 Avete mai sentito il rumore di una reputazione che si incrina in diretta nazionale?
Non è un suono forte. Non è un’esplosione. Assomiglia più al ghiaccio che si spacca sotto i piedi mentre cammini su un lago congelato. Un crac sinistro, improvviso, che ti avverte che l’acqua gelida è lì sotto, pronta a inghiottirti.
È esattamente quello che è successo nelle ultime ore nel panorama mediatico italiano.
Tommaso Cerno, direttore de Il Giornale, non si è limitato a rispondere. Ha preso il palcoscenico, ha acceso i riflettori al massimo della potenza e li ha puntati dritti negli occhi di Sigfrido Ranucci, il volto simbolo del giornalismo d’inchiesta di Stato.
Dimenticate le buone maniere. Dimenticate il fair play tra colleghi. Questa è guerra. E Cerno l’ha combattuta con l’arma più letale di tutte: l’ironia feroce mescolata a una verità brutale.
Tutto nasce da quelle maledette chat. Messaggi scambiati tra il conduttore di Report e Maria Rosaria Boccia, la donna che ha fatto tremare il governo, la “Mata Hari” di Pompei che ha costretto alle dimissioni il Ministro Sangiuliano.
Ma cosa c’era in quelle chat? Gossip? Strategia? O qualcosa di molto più oscuro?
👀 “Grazie Sigfrido, ma io sono frocio da quando avevo 5 anni”

L’incipit di Cerno è un capolavoro di disinnesco.
Ranucci, nelle chat emerse, sembrava ossessionato dall’idea di un “giro gay”, di una lobby omosessuale che muoverebbe i fili del potere, tirando in ballo nomi eccellenti, tra cui quello dello stesso Cerno.
Un’accusa che, nelle intenzioni di chi la scriveva (o la sussurrava), doveva forse suonare come un’arma di delegittimazione. Un modo per dire: “Guardate, fanno tutti parte dello stesso club segreto”.
Ma Cerno non ci sta. Non si difende. Non nega. Anzi, rilancia con una potenza devastante.
“Ringrazio Sigfrido Ranucci per avere così tanta attenzione alla mia omosessualità,” esordisce il direttore, con quel sorriso sardonico di chi sa di avere già vinto il primo round.
“Io sono frocio da quando avevo 5 anni.”
Bam.
La parola “frocio”, usata come un distintivo d’onore, svuota immediatamente il caricatore dell’avversario. Se l’obiettivo era creare imbarazzo, l’operazione è fallita miseramente. Cerno trasforma l’insinuazione in una medaglia.
“Non ne ho mai parlato tanto come in queste ore,” continua, “ma non per me. Per un fatto.”
Ed è qui che la narrazione cambia marcia. È qui che si passa dal gossip alla politica pesante. Perché Cerno non è lì per parlare dei suoi gusti sessuali. È lì per svelare il vero gioco.
Il “fatto” è che quelle chat non sono pettegolezzi da parrucchiere. Sono la prova provata, secondo Cerno, di un “rapporto politico”.
Un rapporto tra il conduttore della trasmissione più temuta d’Italia e una donna sotto inchiesta per aver ordito un agguato istituzionale.
💥 La Donna, il Ministro e l’Agguato
Fermatevi un secondo. Riavvolgete il nastro.
Maria Rosaria Boccia. Chi è davvero? Una semplice imprenditrice di moda? O una pedina (consapevole o meno) in una scacchiera molto più grande?
Cerno la definisce senza mezzi termini: “Una donna sotto inchiesta per avere ordito un agguato a un ministro del governo.”
Le parole sono pietre. “Agguato”. Non “scandalo”. Non “affaire”. Agguato. Un termine militare. Un’operazione pianificata a tavolino per far saltare una testa.
E cosa ci faceva Ranucci in chat con lei? Perché dialogava con colei che stava smontando un pezzo del governo Meloni?
“Ci si capisce,” insinua Cerno con la precisione di un cecchino, “che alcuni giornalisti se la tenevano buona.”
Eccola, la bomba.
Mentre l’Italia intera si interrogava sulle foto, sugli occhiali con la telecamera, sulle chiavi d’oro di Pompei, dietro le quinte c’era chi “se la teneva buona”. Giornalisti che parlavano male di altri giornalisti, che tessevano trame, che cercavano di orientare il cannone.
E qual era il vero obiettivo? Sangiuliano?
No. Sangiuliano era solo l’antipasto.
“Il vero obiettivo era Giorgia Meloni.”
Cerno squarcia il velo dell’ipocrisia. Tutto questo teatro, tutto questo fango, non serviva a colpire un ministro della cultura (per quanto importante). Serviva a destabilizzare Palazzo Chigi. E Ranucci, volente o nolente, appare in queste chat come parte integrante di questo ecosistema informativo tossico.
🕯 La Lobby Gay e il Fantasma di Marco Mancini
Ma torniamo al “Giro”. A quella lista di nomi che Ranucci avrebbe snocciolato nelle chat.
Cerno, Signorini, Giletti, Mancini. E il misterioso “Mister B”.
Cerno smonta la teoria della lobby con una logica disarmante.

“Questo tema della lobby gay a me non interessa,” dice, “nel senso che io non sapevo che Signorini, secondo qualcuno, fosse gay. Che esistesse un Mister B – che ancora non ho capito chi è – che fosse gay.”
L’ironia è tagliente. Signorini è dichiaratamente omosessuale da sempre. Cerno sta prendendo in giro la presunta “scoperta dell’acqua calda” fatta da Ranucci. Come a dire: “Davvero, Sigfrido? Queste sono le tue grandi rivelazioni? Che Signorini è gay?”
Ma poi il tono si fa serio. Entra in scena lui. L’uomo nero.
Marco Mancini.
L’ex agente dei servizi segreti. L’uomo dell’incontro all’Autogrill con Matteo Renzi. L’uomo che, nella narrazione di Report, è quasi un villain da film di James Bond.
Cerno attacca frontalmente l’ossessione di Ranucci per Mancini.
“Io ho conosciuto Mancini in televisione quando faceva già l’opinionista,” spiega Cerno. “A differenza di Ranucci, che lo conosce da prima, visto che è la sua fissazione.”
È un colpo basso, ma efficace. Cerno sta dicendo: “Tu vedi Mancini ovunque. Lo vedi nelle chat, lo vedi nei complotti, lo vedi nella lobby gay. Ma forse il problema non è Mancini. Il problema sei tu e le tue fissazioni.”
Cerno ricorda la famosa puntata di Report sull’incontro Renzi-Mancini, mandato in onda “dopo il governo Conte”, lasciando intendere (neanche troppo velatamente) che quella tempistica fosse sospetta. Un uso dell’inchiesta a orologeria?
Associare Mancini a una presunta “lobby gay” insieme a direttori di giornali e conduttori TV sembra, nelle parole di Cerno, il tentativo disperato di unire puntini che non hanno nulla in comune, se non nella mente di chi cerca complotti ovunque.
😱 Mister B: L’Incognita che Terrorizza
E poi c’è lui. Il “Mister B”.
Chi è? Perché questo nome in codice? Perché in una chat privata, dove si fanno nomi e cognomi pesanti come quello di Mancini o Giletti, ci si nasconde dietro una lettera puntata?
Cerno lo butta lì, quasi con noncuranza: “Un Mister B che ancora non ho capito chi è.”
Ma lo sguardo dice altro. Lo sguardo dice che tutti, nell’ambiente, stanno facendo le loro ipotesi. È un politico? È un banchiere? È un altro giornalista? O è un riferimento al passato che non passa mai?
Il fatto che Ranucci (o la Boccia) sentano il bisogno di criptare quel nome è forse la notizia più inquietante di tutte. Significa che c’è un livello di potere che fa paura anche a chi, per mestiere, dovrebbe non averne.
💔 “Non ho mai fatto sesso con loro”
La difesa di Cerno tocca vette di surrealismo sublime quando torna sul concetto di “lobby”.
Cos’è una lobby gay? Un gruppo di persone che si aiuta perché condivide l’orientamento sessuale?
Cerno distrugge questa idea con una frase che diventerà cult:
“L’omosessualità io l’ho praticata, la pratico ancora. La lobby gay non so cosa sia, soprattutto perché sono persone con cui non ho mai fatto sesso.”
È geniale. Smonta la connotazione sessuale del presunto complotto.
“Non è di questo che si occupa la nostra chat,” chiarisce.
Non stavano parlando di incontri segreti in saune buie. Stavano parlando di potere.
“La nostra chat si occupa di mostrare che nel processo che sta per iniziare su Maria Rosaria Boccia c’erano dei rapporti con alcune trasmissioni che avevano in qualche modo interesse a raccontare questa storia.”
Ecco il punto. Il punto non è chi va a letto con chi. Il punto è chi va a cena con chi per decidere quale ministro deve saltare. Il punto è l’uso strumentale dell’informazione giudiziaria (o para-giudiziaria) per fini politici.
Cerno sta accusando una parte del giornalismo d’inchiesta di essere diventata un attore politico attivo. Non osservatori, ma giocatori. Giocatori che usano pedine come la Boccia per dare scacco matto al Re (o alla Regina).
🌑 La Sfida Finale: La Lobby Etero
La conclusione dell’intervento di Cerno è un guanto di sfida lanciato in faccia a tutto il sistema mediatico italiano.
Non si nasconde. Non scappa. Anzi, annuncia battaglia nelle sedi legali. ma lo fa a modo suo.
“Comunque io verrò nelle sedi opportune a vedere le trascrizioni che ha Ranucci,” promette. Vuole vedere le carte. Vuole vedere se quelle chat sono vere, se sono manipolate, se c’è dell’altro.
E poi, la stoccata finale. L’ultimo sberleffo.
“E dimostrerò anche di essere gay.”
Come se ci fosse bisogno di prove. Come se fosse un reato o un merito. È una provocazione suprema.
“Spero che lo facciano anche gli altri,” aggiunge, “così scopriremo che c’è una lobby etero che ha tanta voglia di capire come si fa.”
Boom.

Con questa frase, Cerno ribalta il tavolo. Se esiste una lobby gay, allora deve esistere anche una lobby etero. E forse quella etero è molto più potente, molto più ramificata e molto più pericolosa. O forse, suggerisce Cerno, sono tutti solo un branco di guardoni invidiosi che vorrebbero “capire come si fa”, ma non ci riescono.
È la chiusura del cerchio. L’accusa di omofobia (velata) ritorna al mittente. L’accusa di complotto si trasforma in una farsa.
📺 Il Re è Nudo?
Cosa resta di questa sfuriata in diretta?
Resta l’immagine di un Sigfrido Ranucci in estrema difficoltà. Il cacciatore di notizie si è trasformato in preda. Le sue fonti (o presunte tali) sono diventate le sue accusatrici. Le sue chat sono diventate pubbliche.
Il “metodo Report”, spesso accusato di tagliare e cucire la realtà per farla aderire a una tesi, stavolta sembra essersi inceppato. Se le chat sono vere, Ranucci ha un problema di credibilità enorme. Se sono false o manipolate, dovrà dimostrarlo in tribunale, ma il danno d’immagine è già fatto.
Tommaso Cerno, dal canto suo, ne esce come un guerriero solitario che non ha paura di nulla, nemmeno di mettere in piazza la propria intimità pur di difendere una verità politica.
Il sistema è andato in tilt. I palazzi tremano. Perché se iniziano a uscire le chat dei giornalisti con le loro fonti, se si scoperchia il vaso di Pandora dei rapporti inconfessabili tra media e potere, nessuno può dirsi al sicuro.
Meloni osserva. Sangiuliano, dal suo esilio dorato, forse sorride amaramente.
E noi? Noi spettatori restiamo con la sensazione che il bello (o il brutto) debba ancora venire.
Perché “Mister B” è ancora senza volto. Perché il processo Boccia deve ancora iniziare. Perché la guerra tra bande nel giornalismo italiano è appena cominciata.
E in questa guerra, non ci saranno prigionieri. Solo vittime collaterali e una verità che, forse, non sapremo mai fino in fondo.
O forse sì. Basta aspettare il prossimo screenshot.
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