Le luci dello studio non sono mai state così fredde.
C’è un istante, preciso, quasi matematico, in cui la televisione smette di essere spettacolo e diventa autopsia. È il momento in cui il trucco cola, le luci della ribalta diventano fari da interrogatorio e il protagonista, quello che fino a un secondo prima si sentiva il Re del Mondo, si accorge di essere nudo.
Quello che è successo l’altra sera nello studio di Massimo Giletti non è classificabile come “dibattito”. Cancellate questa parola.
È stato un omicidio politico in diretta. Un rituale sacrificale consumato sull’altare dell’audience, ma con un coltello vero, non di scena. 🔪
Quando Tommaso Cerno esplode contro Matteo Renzi, non siamo di fronte all’ennesimo teatrino dei pupi siciliani dove i cavalieri si scambiano colpi di spada di legno. No.
Siamo di fronte a una rottura sismica.
Una crepa che parte dal pavimento dello studio e arriva fino ai palazzi romani, rivelando molto più di quanto i protagonisti avrebbero voluto mostrare.
La frase. Quella maledetta frase.
“Falla finita”.

Sentitela. Risuona ancora nelle orecchie di chi era sintonizzato. Non è uno sfogo isterico. Non è un insulto da bar. Non è una provocazione costruita a tavolino dai social media manager per fare qualche click su TikTok.
È una sentenza. ⚖️
È una resa dei conti politica, simbolica, culturale. È il punto di non ritorno in cui una parte del sistema mediatico e politico italiano – quella parte che conosce Renzi meglio di chiunque altro – decide di dire basta.
Di dire apertamente all’ex Rottamatore che il tempo del protagonismo permanente, del racconto di sé come centro gravitazionale dell’universo, della narrazione infinita del proprio ruolo salvifico, ha superato il limite della sopportazione umana.
Cerno non parla come un avversario ideologico classico.
Non è un grillino della prima ora che urla “Onestà!”. Non è un sovranista che demonizza l’Europa o le banche. Non è un estremista che rifiuta il riformismo.
Cerno parla come uno di famiglia.
Parla come qualcuno che ha vissuto dall’interno il mondo che Renzi ha attraversato, modellato, e in parte distrutto.
E proprio per questo il colpo è più violento. È una pugnalata che non arriva da davanti, dal nemico dichiarato, ma da lato, da chi sa esattamente dove mirare per fare male. 🩸
Non è una critica urlata. È una demolizione chirurgica, eseguita con la freddezza di un anatomopatologo che seziona un cadavere ancora caldo.
Renzi entra in studio con il suo solito schema narrativo. Lo conosciamo a memoria, potremmo recitarlo noi al suo posto.
Il passo sicuro, il sorriso stampato, quella leggera arroganza di chi pensa di essere sempre il più intelligente nella stanza.
Il leader che, nonostante tutto, c’è ancora. L’uomo che “aveva ragione prima e voi non l’avete capito”. L’uomo che “mi stanno rivalutando ora”. L’uomo che “senza di me non si capisce nulla di quello che succede a Palazzo Chigi”.
Ogni sua frase, ogni pausa, ogni gesto delle mani è costruito per ribadire un concetto semplice, ossessivo:
“Io sono ancora centrale. Io sono ancora decisivo. Io sono ancora indispensabile”. 👑
Sembra quasi crederci. O forse, è l’unica cosa che gli è rimasta per non guardare nell’abisso dell’irrilevanza.
Ma Cerno… ah, Cerno non ci sta.
Interrompe questo flusso di coscienza come si spegne un motore che gira a vuoto e fa solo fumo.
Non contesta solo le scelte politiche. Sarebbe banale. Sarebbe noioso.
Contesta il Racconto.
Contesta la legittimità stessa di quella narrazione. Contesta l’idea che Renzi continui a occupare spazio fisico e mediatico senza assumersi, mai, fino in fondo, il peso delle macerie che si è lasciato alle spalle.
Il cuore dello scontro è tutto qui. Ed è brutale.
Renzi parla come se fosse ancora il Futuro. Come se avesse ancora vent’anni di carriera davanti, come se fosse ancora il “golden boy” del 2014.
Cerno lo inchioda al Passato.
Ma non al passato remoto, quello dei libri di storia. Al passato recente. Quello che brucia ancora. Quello che continua a produrre effetti tossici sulla sinistra e sul Paese.
Il Jobs Act. La rottura traumatica con la sinistra tradizionale. Il referendum costituzionale perso in modo catastrofico e mai, mai davvero metabolizzato.
La scissione permanente come strategia di sopravvivenza. La trasformazione del partito in un comitato elettorale personale, in un fan club.
Cerno non fa un elenco della spesa. Non fa un processo formale in tribunale.
Fa qualcosa di molto più destabilizzante per l’ego di Renzi.
Mostra la Stanchezza. 😫
“Falla finita” è la frase di chi non ne può più. Di chi è esausto. Di chi ha il rigetto fisico del racconto infinito.
È il rifiuto di una politica che non sa mai dire basta. Che non sa mai fare un passo indietro. Che confonde la resilienza con l’ossessione patologica.
Cerno non chiede a Renzi di sparire fisicamente (anche se forse lo pensa).
Gli chiede di smettere di recitare sempre lo stesso copione stantio. Di smettere di prenderci in giro.
E in quel momento, per una frazione di secondo, la maschera di Renzi cade.
Appare spiazzato. Vulnerabile.
Perché quel copione è l’unico che conosce davvero. Se gli togli quello, cosa resta?
Massimo Giletti, il padrone di casa, osserva.
Come un imperatore romano nel Colosseo, lascia che lo scontro emerga nella sua forma più cruda, più sanguinosa. Non interviene subito.
Il suo studio diventa un’arena senza le regole rassicuranti del bon ton televisivo.
Qui non c’è destra contro sinistra. Qui c’è Sistema contro Sistema.
Da una parte un politico che vive di visibilità come un vampiro vive di sangue.
Dall’altra un giornalista che denuncia la saturazione della visibilità stessa.
Cerno colpisce un nervo scoperto, forse il più doloroso: l’eterna centralità autoproclamata di Renzi.
Ogni crisi politica, ogni governo che nasce o muore, ogni passaggio parlamentare… sembra dover passare per il suo racconto.
“L’ho fatto io”. “L’ho deciso io”. “Senza di me non succedeva”.
Anche quando i numeri non lo giustificano più. Anche quando il consenso elettorale è ridotto al prefisso telefonico di una piccola provincia.
Anche quando il Paese, quello reale, ha chiaramente spostato lo sguardo altrove, stanco di quei giochi di palazzo.
“Falla finita” significa anche questo: accetta che il mondo non ruota più intorno a te, Matteo. 🌍🛑
Renzi reagisce come ha sempre fatto. È un animale politico, ferito ma vivo.
Rilancia. Sorride. Tenta l’ironia. Cerca di buttarla in caciara, di riportare tutto sul piano del dibattito brillante, della battuta sagace.
Ma questa volta non funziona. Il trucco non riesce.
Perché Cerno non sta giocando. Non vuole vincere il punto. Vuole distruggere il tavolo da gioco.
Sta mettendo in discussione il senso stesso di quella presenza continua.
Non dice “hai sbagliato”. Dice “sei diventato un rumore di fondo”.
Un fastidio. Un ronzio che impedisce di ascoltare la musica.
Ed è qui che lo scontro assume un valore epico, universale.
Non riguarda solo Renzi. Riguarda un’intera generazione di politici zombie.
Leader che continuano a occupare spazio mediatico, poltrone, talk show, anche quando la loro funzione storica si è esaurita da un pezzo.
Leader che trasformano ogni sconfitta in una tappa di un racconto eroico immaginario.
Leader che non accettano il silenzio come parte naturale della vita pubblica. Che hanno l’orrore del vuoto.
Cerno parla a nome di una parte dell’opinione pubblica che non è necessariamente ostile a Renzi per partito preso.
Ma che è ESAUSTA. 💤
Esausta di sentirsi spiegare per l’ennesima volta, con quella voce impostata, perché senza di lui sarebbe andata peggio.
Esausta di una politica che guarda sempre indietro, allo specchietto retrovisore, per giustificarsi. Invece di guardare avanti attraverso il parabrezza per costruire qualcosa di nuovo.
Esausta di un protagonismo sterile che non produce più risultati concreti, ma solo polemiche e titoli di giornale.
Il tono di Cerno non è rabbioso. È secco. Arido.
Ed è proprio questa secchezza a renderlo devastante.

Non c’è odio. L’odio implica passione. Qui c’è disincanto. C’è la freddezza del realismo.
Quando dice “Falla finita”, non sta insultando Renzi come persona.
Sta dicendo che quel modo di stare nello spazio pubblico è morto. È un fossile.
È una sentenza politica inappellabile, non morale.
Renzi prova, disperatamente, a riportare il discorso sui numeri. Sulle riforme. Sulle scelte fatte. “Il PIL… le tasse…”.
Ma Cerno lo interrompe sul piano simbolico. Lo sovrasta.
Gli dice in sostanza che non basta aver fatto qualcosa dieci anni fa per pretendere di essere eternamente ascoltati oggi.
Che la politica non è un vitalizio. Non è un diritto acquisito per usucapione.
Che la leadership non è una rendita di posizione che dura in eterno.
Il pubblico in studio e a casa assiste a qualcosa di raro.
Un momento in cui il linguaggio televisivo si incrina. Si rompe la quarta parete.
Non c’è la battuta pronta scritta dagli autori. Non c’è l’applauso pilotato dal capoclaque. Non c’è la polarizzazione rassicurante.
C’è un disagio reale. Palpabile.
E il disagio nasce dal fatto che Cerno dice ad alta voce ciò che molti pensano, ma che raramente viene detto in faccia a un ex Presidente del Consiglio in diretta nazionale.
“Il problema non sei tu come individuo. Il problema è che non sai più quando fermarti”. 🛑
Questo scontro segna anche una frattura nel racconto del riformismo italiano.
Renzi continua a presentarsi come l’unico vero riformista. L’unico che ha avuto il coraggio di cambiare, di sfidare i sindacati, di modernizzare.
Cerno smonta questa auto-narrazione mostrando il lato oscuro del riformismo senza consenso.
La solitudine. L’arroganza percepita. La rottura drammatica con il corpo sociale del Paese.
Non nega le riforme. Ne contesta il Mito.
Giletti lascia che lo scontro vada fino in fondo.
Capisce, col suo fiuto da animale televisivo, che lì c’è la “Ciccia”. C’è televisione vera.
Non lo interrompe. Non lo addolcisce. Non manda la pubblicità per salvarli.
Sa che quel “Falla finita” è una frase che rimarrà. Che verrà condivisa, memeizzata, discussa.
Perché non è costruita. Non è scritta nel copione. Non è pensata per diventare virale.
È uscita perché DOVEVA uscire. Era lì, sulla punta della lingua di mezzo Paese.
Alla fine dello scontro, quando le voci si abbassano, non c’è un vincitore chiaro.
Renzi resta Renzi, con la sua faccia di bronzo. Cerno resta Cerno, con la sua aria da intellettuale dannato.
Ma qualcosa si è rotto per sempre. 💔
Si è rotto il “Patto Tacito” che permetteva a Renzi di essere sempre al centro, di fare il bello e il cattivo tempo, senza essere davvero messo in discussione sul piano esistenziale della sua presenza politica.
Cerno ha spostato il bersaglio.
Non colpisce più le idee. Colpisce la Permanenza.
Questo è ciò che rende lo scontro totale. Definitivo.
Non si combatte su una legge, su una riforma, su una posizione geopolitica.
Si combatte sul senso stesso del continuare a esserci.
E quando un politico, un animale da palcoscenico come Renzi, viene messo di fronte a questa domanda esistenziale… tutte le risposte appaiono fragili. Di vetro.
“Falla finita” non è una richiesta di resa incondizionata.
È una richiesta di Verità.

La richiesta di riconoscere che ogni stagione politica, anche la più gloriosa, ha un inizio e una fine.
Che il coraggio non sta solo nel salire sul palco sotto i riflettori, ma anche nel saper scendere quando le luci si spengono.
Che la dignità non sta nel parlare sempre, nel voler avere l’ultima parola, ma nel saper tacere quando è il momento. 🤫
Ed è per questo che quello scontro da Giletti non è stato solo uno spettacolo televisivo trash o sublime.
È stato uno Specchio.
Uno specchio impietoso in cui Renzi ha visto riflessa non l’immagine eroica che ama raccontare a se stesso ogni mattina.
Ma quella che molti, troppi, ormai vedono: un re nudo che cerca di comandare un esercito che non c’è più.
È uno specchio in cui la politica italiana intera ha intravisto una domanda che continua a rimandare, terrorizzata dalla risposta.
Quando è il momento di dire basta?
Quando è il momento di capire che il sipario è calato?
Renzi non ha risposto. Cerno gliel’ha urlato in faccia.
E il silenzio che è seguito è stato il rumore più forte della serata.
Un silenzio che sa di fine impero.
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