L’atmosfera nello studio politico è cambiata immediatamente, ma la tensione non solo è rimasta, ma sembra addirittura aumentata dopo l’uscita di scena dell’albanese.
Il tavolo del confronto, apparentemente vuoto, si è ripopolato rapidamente, e ora di fronte a Giorgia Meloni siede il tandem dell’Alleanza Verdi e Sinistra, pronto a lanciare il primo attacco mediatico della serata.
Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni sembrano giocare il classico schema del poliziotto buono e del poliziotto cattivo, anche se non è chiaro chi assuma quale ruolo, e l’osservatore più attento percepisce una sottile strategia di coordinamento tra i due.
Bonelli ha davanti a sé una pila di cartoline, grafici e appunti sistemati con cura quasi maniacale, segno della sua intenzione di basare l’attacco su dati concreti e numeri precisi.

Fratoianni, seduto al suo fianco, adotta una postura più rilassata, ma lo sguardo costantemente accigliato tradisce la sua prontezza a intervenire con commenti emotivi e incisivi.
La presidente del Consiglio, invece, non si è mossa di un millimetro dalla sua postazione, osservando i due avversari con la calma di chi sta valutando il peso specifico di ogni singolo colpo che potrebbe arrivare.
Prima di decidere quanta energia investire nel confronto, beve un sorso d’acqua, riavvita il tappo della bottiglietta con un movimento secco e fa un cenno al conduttore, segnando l’inizio ufficiale della tempesta parlamentare.
Angelo Bonelli prende la parola per primo, senza guardare direttamente Meloni, concentrandosi sui fogli davanti a sé come se la verità risiedesse nei dati scritti e non nel confronto politico.
Il suo tono è monocorde, accusatorio, ma privo di variazioni, tipico di chi è convinto di avere la ragione tecnica dalla propria parte.
“Voglio dire una cosa prima di tutto”, esordisce Bonelli alzando lo sguardo verso la telecamera, come a cercare l’approvazione del pubblico.
Secondo lui, Giorgia Meloni appare molto nervosa, e questo nervosismo si tradurrebbe in un’aggressività istituzionale senza precedenti, accentuata dalle recenti elezioni regionali che hanno mostrato come il quadro politico italiano stia cambiando.
Bonelli fa una pausa, aspettandosi una reazione che però non arriva; Meloni lo osserva immobile, senza tradire alcuna emozione.
Lui riprende a parlare, indicando la premier con una penna: “Ci troviamo di fronte al governo delle bugie, un governo in grado di mascherare sistematicamente la realtà. Oggi esultate per le agenzie di rating, ma allora le definivate truffatrici, strumenti dei poteri forti che volevano affamare il popolo. La vostra ipocrisia è al potere”.
Fratoianni coglie l’assist del collega e interviene subito, alzando il tiro ideologico: “Non è solo ipocrisia, Angelo, è un disegno. Siamo di fronte a una destra che non conosce il senso del limite, che smantella pezzo per pezzo l’architettura costituzionale e attacca chi osa contraddirla”.
Le accuse continuano: secondo i due esponenti dell’opposizione, ogni intervento della magistratura o della Corte dei Conti sarebbe politicizzato, e ogni critica sarebbe interpretata dal governo come un attacco personale, segno di una pericolosa deriva autoritaria.
Bonelli riprende la parola, sovrapponendosi leggermente al collega, ansioso di snocciolare i suoi dati e grafici, ma la Meloni rimane immobile, apparentemente indifferente, mentre ascolta ogni parola con un’aria di calma glaciale.
“Esatto, senza pudore. Voi volete azzerare tutto, siete una destra che vede nemici ovunque”, continua Bonelli, mentre tenta di dipingere un quadro di inefficienza e menzogna.
Ma Meloni, con un semplice gesto della mano, interrompe il flusso di parole e inizia la sua contro-mossa, che da quel momento trasforma lo scontro in un vero colpo di scena.
“Avete finito con la seduta di psicoanalisi di gruppo?”, chiede Meloni con un tono basso, quasi annoiato. “No, perché mi fate tenerezza davvero. Siete qui da tre minuti e l’unica cosa che siete riusciti a dire è che io sarei nervosa”.
La premier fissa Bonelli, che istintivamente distoglie lo sguardo. “Io sto benissimo. Sa chi è nervoso? Chi perde le elezioni e cerca di inventarsi vittorie morali sulle regionali. Io sono tranquillissima e sto governando; voi state rosicando. C’è una bella differenza”.
Il volto di Meloni cambia espressione, il sorriso svanisce e la sua postura si fa decisa. “Veniamo alle cose serie”, continua, rivoltando ogni accusa contro i due interlocutori.
“Mi accusate di incoerenza sulle agenzie di rating? Quando ero all’opposizione, l’Italia era governata da voi. Spread alle stelle, credibilità sotto i tacchi, politica economica disastrosa. Oggi, se Moody’s promuove l’Italia, è perché abbiamo ricostruito i fondamentali dell’economia”.
La premier smonta sistematicamente ogni affermazione: lo spread è sceso, la borsa cresce, l’occupazione è record. “Non è cambiata la mia opinione sulle agenzie, è cambiata l’Italia. Noi abbiamo riparato i danni del passato. Guardate i numeri del presente”.
Fratoianni tenta di inserirsi, alzando il tono per denunciare quella che chiama una pianificazione eversiva, ma Meloni lo ferma subito: “Voi chiamate eversione quella che si chiama democrazia. Il premierato non è una minaccia al Quirinale, è l’unico modo per impedire i giochi di Palazzo che vi hanno permesso di governare anche perdendo le elezioni”.
Con voce sempre più incalzante, la premier prosegue: “Volete drogare il sistema per vincere? No, vogliamo che siano gli italiani a scegliere chi governa per cinque anni. E lasciate stare il Presidente Mattarella: io lo rispetto, voi lo strumentalizzate”.
Bonelli tenta di intervenire con i suoi grafici, ma Meloni li ignora, tagliente: “Arriviamo anche ai vostri dati, ma prima incassate il colpo politico: avete parlato di governo delle bugie, ma la bugia più grande è la vostra esistenza politica. Siete venuti qui a fare la morale, ma siete quelli che hanno lasciato l’Italia in ginocchio”.
Fratoianni e Bonelli provano a riprendere fiato, ma Meloni continua senza concedere pause: parla di sanità, lavoro, salario e ambiente, ribaltando ogni critica con numeri, dati e una narrazione politica potente.

“Parlate di sanità pubblica?”, domanda con sarcasmo. “La Fondazione Gimbe ci mostra che 41 miliardi sono stati dirottati verso la sanità privata? Quei fondi sono il frutto di un sistema consolidato negli ultimi dieci anni. Io ho aumentato le risorse e i salari di medici e infermieri. Liste d’attesa? Colpa di chi ha bloccato il turnover e non ha programmato le specializzazioni”.
La premier prosegue attaccando la presunta retorica della sinistra: “Redditi reali in calo? Inflazione causata da crisi energetica internazionale e politiche green ideologiche. Io ho messo risorse nelle tasche dei lavoratori. Superbonus? 150 miliardi spesi male, noi stiamo riparando i danni. La vostra transizione ecologica è un lusso per ricchi, mentre il resto dell’Italia soffre”.
Il discorso di Meloni diventa sempre più teatrale, controllando l’uditorio e dominando la scena: gli avversari restano seduti, piccoli e impotenti di fronte alla presenza scenica della premier.
Bonelli cerca di riaffermare la propria autorità con grafici e dati, ma ogni tentativo è inefficace: Meloni continua a ribaltare le accuse, ridicolizzare le contraddizioni interne dell’opposizione e sottolineare la loro incapacità di governare.
“La vostra nuova alleanza per l’Italia?”, ironizza Meloni, “Un’armata brancaleone, divisa su tutto, dall’Ucraina all’energia, dalle tasse alla patrimoniale, incapace di fare un programma comune in dieci anni. Il vostro unico collante è l’odio per me. E l’odio non è un programma politico, è solo la confessione della vostra disperazione”.
La premier si alza in piedi, dominando l’intera scena televisiva. I due leader dell’opposizione restano seduti, confusi, mentre il pubblico percepisce l’evidente superiorità narrativa e la padronanza del campo da parte di Meloni.
Il conduttore tenta di dare la parola a Bonelli per un’ultima replica, ma Meloni ha già voltato le spalle, lasciandoli senza possibilità di risposta, segnando l’umiliazione finale e la chiusura dello scontro politico.
L’immagine sfuma lasciando impressa la sensazione che l’Alleanza per l’Italia sia nata vecchia, sconfitta, ridotta a comparsa nel grande show di Giorgia Meloni, mentre lo studio resta avvolto in un silenzio pesante, testimone della potenza narrativa della premier e della debolezza politica dell’opposizione.
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