⚡️“Ha sputato a due ebree.” Un’accusa che scuote il silenzio delle mura vaticane. Una guardia svizzera, simbolo di disciplina e onore, ora sotto inchiesta per un gesto che potrebbe macchiare secoli di storia. Cosa è successo davvero quella mattina a Piazza San Pietro?|KF - News

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⚡️“Ha sputato a due ebree.” Un’accusa che scuote il silenzio delle mura vaticane. Una guardia svizzera, simbolo di disciplina e onore, ora sotto inchiesta per un gesto che potrebbe macchiare secoli di storia. Cosa è successo davvero quella mattina a Piazza San Pietro?|KF

Un silenzio denso aleggia sui corridoi di Palazzo Apostolico.

Dietro le mura leonine, dove la discrezione è una regola e le parole pesano come macigni, un episodio inaspettato rischia di incrinare l’immagine di una delle istituzioni più antiche e rispettate del mondo: la Guardia Svizzera Pontificia.

Secondo una denuncia pubblicata dal quotidiano La Repubblica, la scrittrice israeliana Michal Govrin, 75 anni, poetessa e accademica nota per i suoi studi sul dialogo tra ebraismo e cristianesimo, avrebbe subito un gesto offensivo da parte di un membro della Guardia Svizzera in servizio a Piazza San Pietro.

Ha sputato a due ebree”. Indagine in Vaticano su una guardia svizzera - la  Repubblica

Il racconto della vittima

 

Govrin, che si trovava in visita a Roma per partecipare a un convegno culturale, ha raccontato di essersi recata in Vaticano insieme a un’amica, anch’essa ebrea, lo scorso 29 ottobre.

Le due donne si sarebbero avvicinate ai controlli di sicurezza, quando una delle guardie le avrebbe guardate “con disprezzo”, pronunciando parole incomprensibili ma dal tono ostile, per poi fingere di sputare verso di loro.

“Non era solo un gesto di maleducazione — ha dichiarato Govrin — ma un atto di odio, in un luogo che dovrebbe rappresentare la pace e la spiritualità universale.

Mi sono sentita ferita nel profondo”.

Il racconto, pubblicato e poi rilanciato sui social, ha suscitato un’ondata di reazioni in Israele e in Italia, spingendo la Santa Sede a intervenire con cautela.

L’indagine interna

 

Secondo fonti vicine al Corpo della Guardia Svizzera, un’inchiesta interna sarebbe già stata avviata in collaborazione con il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano.


L’obiettivo è chiarire i fatti, verificare eventuali testimoni e accertare se esistano registrazioni delle telecamere di sorveglianza che possano confermare o smentire la versione della scrittrice.

Un portavoce della Guardia, mantenendo l’anonimato, ha dichiarato:

“Prendiamo molto seriamente qualsiasi segnalazione di comportamento inappropriato.

La Guardia Svizzera serve il Papa con onore e disciplina; se qualcuno ha mancato a questo impegno, ne risponderà.”

Al momento, nessun provvedimento disciplinare è stato preso.

Tuttavia, il Vaticano — da sempre sensibile alle accuse di discriminazione religiosa — sembra voler agire con prudenza, per evitare che un episodio isolato si trasformi in una crisi d’immagine.

Un gesto che pesa più delle parole

 

L’episodio assume un significato particolare per via del luogo in cui è avvenuto: Piazza San Pietro, cuore della cristianità, simbolo di apertura e accoglienza.


Un presunto gesto antisemita in quel contesto appare come una ferita simbolica, soprattutto in un periodo storico in cui il dialogo tra religioni è diventato uno dei pilastri della diplomazia vaticana.

Papa Leone XIV (successore di Francesco nel racconto giornalistico immaginato) ha più volte ribadito l’importanza del rispetto verso ogni fede, e la Segreteria di Stato ha recentemente rafforzato i contatti con il rabbinato di Roma e con la comunità ebraica internazionale.

Proprio per questo, un episodio del genere, anche se isolato, potrebbe minare anni di impegno nel costruire ponti di comprensione reciproca.

Vatican - Cộng hòa

Reazioni e riflessioni

 

Nei giorni successivi alla pubblicazione della notizia, diversi esponenti del mondo cattolico e laico hanno espresso solidarietà alla scrittrice.


Il rabbino capo di Roma ha definito il gesto “un segnale inquietante di intolleranza, che va indagato con trasparenza”.


Dall’altra parte, alcuni osservatori invitano alla prudenza: “Non esistono ancora prove concrete”, scrive il quotidiano Il Foglio, “e un singolo episodio non può macchiare l’intera reputazione di un corpo militare fedele e disciplinato come la Guardia Svizzera”.

Sui social, intanto, la notizia si è diffusa rapidamente, accompagnata da commenti contrastanti.

Alcuni utenti hanno espresso indignazione e richiesta di giustizia, altri hanno parlato di “strumentalizzazione mediatica”.

Un’ombra sulla storia di un corpo d’élite

 

Fondata nel 1506 da Papa Giulio II, la Guardia Svizzera Pontificia è considerata uno dei corpi militari più antichi del mondo ancora in attività.

I suoi membri, rigorosamente cittadini svizzeri e cattolici praticanti, giurano fedeltà al Papa e vivono all’interno del Vaticano.


Per secoli hanno rappresentato la devozione, la disciplina e la sobrietà del servizio pontificio.

Un’accusa di antisemitismo, per quanto limitata a un singolo individuo, colpisce quindi il cuore stesso di questa immagine di integrità.


“È un duro colpo — spiega lo storico del Vaticano Giovanni Maria Vian — perché la Guardia non è solo un corpo militare, ma un simbolo spirituale.

L’idea che uno dei suoi membri possa aver mancato di rispetto verso un essere umano, per di più di un’altra fede, tocca il nucleo stesso della missione cristiana.”

Il Vaticano tra diplomazia e silenzio

 

Come spesso accade nei momenti di crisi, la Santa Sede ha scelto una strategia di comunicazione misurata: nessuna dichiarazione ufficiale, solo brevi commenti “off the record” che confermano l’esistenza dell’indagine ma evitano di alimentare il clamore.


All’interno, però, le fonti parlano di “preoccupazione reale” e del desiderio di “risolvere rapidamente il caso, nel rispetto di tutte le parti coinvolte”.

L’episodio arriva in un momento delicato per il Vaticano, che negli ultimi mesi è stato impegnato in diverse iniziative per promuovere la tolleranza religiosa, anche in risposta ai crescenti conflitti in Medio Oriente.

Conclusione: una prova di coscienza per la Chiesa

 

Qualunque sarà l’esito dell’inchiesta, questo caso rappresenta una sorta di banco di prova per la Chiesa e per la sua credibilità nel difendere i valori universali che proclama.


La vicenda, apparentemente piccola, tocca corde profonde: il rispetto dell’altro, la memoria delle persecuzioni, la responsabilità morale di chi porta un’uniforme che simboleggia il servizio a Dio e all’umanità.

Nel silenzio dei cortili vaticani, l’indagine prosegue.


E mentre le telecamere dei turisti continuano a immortalare il sorriso delle guardie svizzere in posa accanto alle alabarde, resta nell’aria una domanda che pesa più del bronzo delle cupole di San Pietro:

Può la fede convivere con l’ombra del pregiudizio, anche nel luogo dove dovrebbe brillare la luce del perdono?

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