27 novembre 2025 – Studio 4, Rete Nazionale. Ore 21:05. Un dibattito politico diventa un duello senza precedenti.
Lo studio televisivo era immerso in una luce bianca, gelida, la stessa che caratterizza le prime serate politiche più tese.
Nessuna scenografia barocca, nessun tentativo di umanizzare l’ambiente: solo un tavolo lucido, tre sedie e dei LED wall che sparavano titoli allarmanti — “Sanità al collasso”, “Manovra, è scontro”.
Il conduttore, seduto al centro, lo sapeva: il Paese non voleva saluti istituzionali, ma il sangue politico di una resa dei conti.
Alla sua sinistra Rosy Bindi, figura storica del centrosinistra, ex ministra della Sanità, volto della tradizione cattolico–democratica.
Alla sua destra Giorgia Meloni, al terzo anno di governo, postura rigida, sguardo fisso, pronta a colpire e ribattere senza esitazioni.

Sanità, la miccia che accende il dibattito
Il conduttore non perde tempo.
La prima domanda riguarda l’occupazione dell’Aula del Senato, i tagli alla sanità, la povertà in aumento.
La Bindi respira profondamente, sistema gli occhiali e parte con il tono di chi vuole impartire una lezione.
Sostiene che il governo stia “uccidendo il diritto alla salute”, che la spesa sanitaria in rapporto al PIL stia scendendo, che la strategia della maggioranza stia di fatto favorendo il settore privato, “smantellando il Servizio sanitario nazionale che il mondo ci invidiava”.
La premier non aspetta il proprio turno: interrompe, entra nella discussione come un ariete.
Ribalta l’accusa: “Avete tagliato 37 miliardi in dieci anni. Voi avete creato il disastro.”
Poi incalza sul numero chiuso di Medicina, sulle chiusure degli ospedali di provincia, sul blocco del turnover.
La stanza si fa piccola, l’aria pesante.
Ogni volta che la Bindi tenta di parlare, Meloni sbarra la strada con una voce più alta, con una sicurezza che domina lo spazio televisivo.
Quando si parla di inflazione, la premier taglia corto: “Voi giocate con le percentuali.
I soldi veri sono aumentati di tre miliardi.”
Bindi prova a replicare, ma appare già in cerca di equilibrio.
Manovra economica e povertà: il terreno della ferocia
La seconda parte del dibattito si sposta sull’economia. E qui lo scontro diventa quasi personale.
Per la Bindi, il governo ha “dichiarato guerra ai poveri” abolendo il Reddito di cittadinanza.
Denuncia l’aumento dei lavoratori poveri, parla di “classe dirigente crudele”.
Meloni ride amaramente.
La accusa di vivere “nell’attico ai Parioli”, di difendere l’assistenzialismo.
Ricorda l’aumento dei contratti a tempo indeterminato, insiste sul concetto di dignità del lavoro.
Poi sferra un attacco durissimo: accusa il centrosinistra di aver creato “un buco da 180 miliardi” con il Superbonus, definito “truffa ai danni dello Stato”.
La Bindi sembra accusare il colpo. Non riesce a spezzare il ritmo incalzante della premier.
Europa e politica estera: due visioni incompatibili
Quando si parla di Europa, la contrapposizione diventa ideologica.
La Bindi accusa Meloni di isolare l’Italia, di inseguire i Paesi di Visegrád, di minare lo Stato di diritto.
La premier sorride, quasi divertita.
Rivendica la vicepresidenza esecutiva ottenuta a Bruxelles, attacca il centrosinistra per aver “chiesto il permesso per respirare”.
Accusa gli avversari di tifare contro l’Italia nelle sedi internazionali.
È il momento in cui Meloni appare più sicura, più padrona della scena.
Bindi tenta una risposta, ma la premier la sovrasta ancora una volta.

Immigrazione: il colpo più duro
È sul tema dei confini che il dibattito prende una piega drammatica.
La Bindi definisce i centri in Albania “una vergogna storica”, parla di deportazioni, di diritti violati.
Meloni allarga le braccia come chi ha sentito la stessa accusa mille volte.
Snocciola i dati sugli sbarchi crollati, accusa la sinistra di “vivere in una bolla”, di essere alleata di fatto dei trafficanti.
La tensione tocca un picco quando la premier accusa l’opposizione di “tifare per gli scafisti”.
La Bindi, scossa, replica sulle ONG, ma Meloni raddoppia la pressione, definendole “taxi del mare” e rivendicando l’azione della Guardia costiera.
Sicurezza interna: Meloni martella, Bindi barcolla
Il conduttore, sentendo crescere il rischio di una tempesta verbale, vira sulle proteste degli studenti e sul nuovo decreto sicurezza.
La Bindi parla di “stato di polizia”, cita i manganelli di Pisa e Torino.
Meloni esplode: “Non osi insultare le forze dell’ordine.”
La scena è rapida, intensa, quasi cinematografica: il dito puntato, lo sguardo tagliente, la voce che non trema.
Accusa la sinistra di proteggere i centri sociali, difende la polizia come “la libertà dei poveri”, rivendica la linea dura contro i blocchi stradali.
La Bindi prova ad appellarsi alla Costituzione, ma Meloni la ridicolizza: “Gandhi non bloccava il raccordo anulare.”
A questo punto lo squilibrio emotivo nello studio è evidente.
Diritti civili e famiglia: l’ultimo terreno minato
Il conduttore lancia l’ultimo tema: la legge che rende reato universale la gestazione per altri.
La Bindi, cattolica, parte in modo cauto.
Dice di essere contraria, ma critica la legge, definendola propaganda e accusa la premier di discriminare le famiglie arcobaleno.
Meloni ride, poi si fa ghiacciata.
“I bambini non si comprano.”
Parla di schiavitù moderna, di corpi affittati a donne povere, di neonati trasformati in oggetti.
Quando la Bindi prova a parlare dei diritti dei bambini nati da coppie omogenitoriali, Meloni ribatte: “La verità non si cancella: due padri non esistono biologicamente.”
Poi colpisce con un affondo personale:
“Io sono arrivata dove sono per merito, non per quote rosa. Io sono l’emancipazione reale.”
La Bindi, stremata, non reagisce più con la stessa forza. Guarda gli appunti come se non fossero più utili.
Il finale: un ring che ha un vincitore narrativo
Lo stacco pubblicitario arriva come una liberazione.
Quando si torna in studio per l’ultimo blocco, l’atmosfera è elettrica ma segnata: non è l’equilibrio della tensione, è la calma che precede il colpo finale.
La premier appare energica, quasi rinvigorita dallo scontro. La Bindi sembra più bassa nella sedia, le spalle più strette.
Il conduttore annuncia che si parlerà di futuro e riforme, e che si capirà “se l’opposizione ha ancora qualcosa da dire o se la partita è già chiusa”.
Un commento involontario, forse, ma perfetto per fotografare ciò che milioni di spettatori hanno percepito.
Conclusione
Il duello tra Meloni e Bindi non è stato un dibattito.
È stato un processo pubblico.
Una resa dei conti tra due visioni del Paese – e due epoche politiche – incompatibili.
E per una sera, la televisione italiana è tornata ad essere ciò che da anni non era più:
il ring dove la politica mostra il suo volto più vero, più feroce e più fragile.