Il primo avvistamento serio, dicono, è di luglio, quando l’estate aveva ancora il profumo della prima luce e le calli restituivano echi di passi lenti.
Un gabbiano girò su se stesso sopra il bacino di San Marco, gli occhi dei barcaioli alzarono lo sguardo, e dal pelo dell’acqua spuntò un dorso grigio, lucente come pietra bagnata.
Qualcuno pensò subito a un errore di rotta, a un giovane delfino spinto dentro dalla curiosità o dalla fame, ma Mimmo fece un giro ampio, disegnò un arco di schiuma e si fermò a osservare, come se prendesse le misure di una stanza dove aveva abitato in un’altra vita.
Da allora, i suoi passaggi sono diventati un appuntamento inatteso, un’ora blu dentro il traffico dei vaporetti e il fruscio dei remi, un piccolo tumulto di meraviglia fra i suoni abituali della città sull’acqua.

Non è la prima volta che la laguna ospita visitatori del mare aperto, ma la persistenza di Mimmo è una sfida gentile alle abitudini.
I delfini tursiopi sono creature sociali, intelligenti, capaci di percorrere miglia e miglia senza mai mostrare fatica, eppure qui c’è qualcosa che lo trattiene, qualcosa che lo spinge a comparire all’improvviso tra Punta della Dogana e la Giudecca, a seguire le correnti che risalgono fino al Lido, a tagliare in diagonale il bacino come un sigillo che si ricompone.
I biologi parlano di scelte individuali, di strategie di foraggiamento, di zone dove il pesce si addensa al riflesso delle luci e al calare della temperatura, ma quando Mimmo si alza in verticale e cade sulla coda dell’onda come un acrobata addestrato dal vento, le spiegazioni lasciano un varco alla poesia.
Il suo dorso rompe lo specchio dell’acqua e lo ricuce, lasciando una scia che i bambini inseguono con lo sguardo e gli adulti con la memoria, come se all’improvviso la città ricordasse di essere un porto, un respiro che entra ed esce dal mare.
I pescatori, che conoscono il ritmo lento dei canali e quello più largo dell’Adriatico, scuotono il capo con un sorriso che è metà affetto e metà prudenza.
Dicono che il delfino senta quello che noi non sentiamo, che percepisca la vibrazione delle fondamenta, l’eco sommessa dei fondali, le correnti sottili che il legno e la pietra si scambiano quando la marea gira.
Qualcuno racconta che all’alba, quando la città è appena un sussurro e le campane provano la voce prima della giornata, Mimmo prenda la direzione del suono e la segua come un compagno fedele, saltando ogni due rintocchi, quasi a scandire un gioco segreto con il campanile.
Altri giurano di averlo visto fermarsi immobile nello specchio di acqua d’olio davanti alla Basilica, come se stesse leggendo il mosaico capovolto in superficie, decifrando storie d’oro che l’acqua ricompone e scompone a ogni increspatura.
Le storie nascono così, con un dorso lucido e un riflesso, e poi crescono, perché Venezia è una città che nutre e moltiplica i racconti.
Qualcuno dice che Mimmo cerchi una compagna, altri che abbia trovato un banco di cefali che fanno della laguna una mensa generosa, altri ancora che sia attratto dai moti del traffico come da un fiume di energia che sale e scende, suona e vibra.
Nel frattempo, però, la scienza non smette di misurare, di guardare, di prendersi cura senza invadere.
Un team si alterna nel monitoraggio, annotando orari, rotte, profondità, reazioni ai rumori, cercando quel fragile equilibrio tra tutela e rispetto della libertà di un animale selvatico che sembra aver adottato la città senza chiederne il permesso.

Non mancano i timori, perché il mare non è un parco giochi e la laguna è un organismo complesso con regole proprie.
Le eliche, specie nei punti più affollati, sono una minaccia concreta, e basta un attimo di distrazione per trasformare un salto in una ferita.
I comandanti dei vaporetti si parlano in radio, si scambiano avvisi, rallentano quando possono, spostano la rotta di pochi metri per lasciare a Mimmo una corsia di gentilezza, come si fa con i pedoni sulle fondamenta strette.
Le gondole, nella loro antica pazienza, si fermano e ripartono, cercando di non trasformare l’incontro in un accerchiamento, e capita che per un minuto buona parte del bacino trattenga il fiato, una sospensione quasi teatrale in cui un animale e una città si ascoltano.
In mezzo a questa coreografia improvvisata crescono anche i gesti impulsivi, quelli che nascono dall’entusiasmo e finiscono nel disturbo.
C’è chi si avvicina troppo per una fotografia, chi inventa tour improvvisati che promettono “salti garantiti”, chi si illude che nutrire un delfino sia un dono e non una violazione del suo istinto.
Le autorità ripetono l’ovvio che dovrebbe essere superfluo: il selvatico resta selvatico se gli lasciamo il margine di restarlo, se non tagliamo la strada, se spegniamo i motori quando si avvicina, se vogliamo bene senza toccare.
Eppure la città, con la sua mescolanza inesauribile di turismo e quotidiano, fa fatica a ricordarlo, e allora arrivano i vademecum, le spiegazioni pazienti, le mani alzate dei volontari che fanno barriera con la voce, non con i corpi.
Accade anche che le persone si organizzino, che si ritrovino in piazza, che trasformino in coro ciò che ognuno pensa da solo davanti a un’inquadratura sul telefono.
Chiedono protezione, chiedono misure temporanee, chiedono di spostare barriere invisibili per fare spazio a un ospite inatteso, consapevoli che la bellezza, se non è regolata da cura, si consuma in fretta come una vernice al sole.
Le firme raccolte parlano di un desiderio diffuso di responsabilità, di un amore che non vuole diventare possesso, e che preferirebbe vederlo nuotare libero al largo piuttosto che stanco tra tre scie incrociate.
Ma Venezia sa che il mare non è un interruttore e che i ritorni non si comandano, che la libertà si persuade, non si impone, e così si affida al tempo, alle correnti, alle migrazioni del pesce che cambiano con l’aria fredda e la luce corta dell’autunno.
Mimmo, intanto, sembra avere una mappa in testa che nessuno ha visto ma tutti intuivano da bambini.
Si presenta al tramonto quando l’acqua si fa rame, o nelle ore opache di un mattino di nebbia quando ogni suono è ovattato e anche i passi su una passerella sembrano segreti.
Talvolta taglia il canale davanti alla Salute come un pennino sulla carta, lasciando una calligrafia effimera che il vento sfoglia in pochi secondi.
Altre volte scompare per ore, per giorni, come se dovesse respirare un altro ritmo, ascoltare un’altra musica, misurare il battito del largo e poi fare ritorno alla sua platea senza fanfare.
Se lo guardi a lungo, ti accorgi che la sua presenza ricompone antiche analogie tra città e creatura.
Venezia è un animale d’acqua anche lei, con bronchi che si aprono e si chiudono con la marea, con una pelle di pietra che suda salsedine, con nervi di legno che scricchiolano quando la bora fischia.
Un delfino che decide di fermarsi qui non è un’eccezione ma un promemoria, una riga sottolineata in un manuale di convivenza che abbiamo smesso di consultare.
Ci ricorda che sotto ogni ponte passa una vita che non ci appartiene, che i canali sono strade ma anche fiumi e che il mare, quando sale, si prende tutto con calma, senza far rumore, come un ospite che non vuole disturbare.

Qualche notte, si dice, Mimmo ha seguito una gondola carica di silenzio, una di quelle che attraversano la città quando i tavoli sono vuoti e le finestre spente, come se volesse scortare il sonno dei muri.
Altre, ha giocato con la scia corta di un remo, apparendo e sparendo come una sillaba tra due pause, un accento che cambia il senso di una frase già letta.
C’è chi lo ha visto fermarsi dove un tempo stavano i darsenali, come se riconoscesse nella memoria dell’acqua il clangore remoto del ferro e del legno, e chi lo ha notato sostare dove il canale s’allarga, là dove la città si concede all’Adriatico, come un confine che respira.
In ogni gesto c’è un enigma piccolo e sufficiente, qualcosa che non chiede soluzioni ma attenzioni, la disponibilità a lasciare che le cose restino anche mistero.
Non sarebbe Venezia, altrimenti, se non aggiungesse al catalogo una spiegazione che non spiega ma seduce.
Forse Mimmo sente un canto che noi abbiamo disimparato, un’armonia di frequenze basse che la pietra emette dopo secoli di acqua e sale, un richiamo che non promette niente se non la possibilità di restare.
Forse cerca rifugi temporanei dal mare grosso, correnti amiche, tane di pesce che cambiano altitudine e stagione.
O forse è solo un gioco, il divertimento puro di un animale che ha scoperto di poter muovere un’intera città con un salto, di raddrizzare per un attimo tutte le schiene sul molo e di far tacere cento conversazioni con un respiro.
Intorno a lui si muove una regia discreta, fatta di taccuini, radio, binocoli, tute arancioni e mani che sanno aspettare.
La Guardia costiera ripete segnali, i ricercatori tracciano mappe, le istituzioni modulano ordinanze per ridurre i rischi nelle ore in cui Mimmo sceglie la ribalta.
Le scuole intanto trasformano la cronaca in lezioni improvvisate di biologia e cittadinanza, spiegando che un incontro è tanto più bello quanto più è rispettato, e che la distanza, in certi casi, è la forma più alta di cura.
C’è un’educazione dolce che scorre in queste settimane, una grammatica della convivenza che passa di bocca in bocca, di remata in remata, e che forse resterà anche quando il dorso grigio deciderà di perdersi al largo.
Arriverà l’inverno, e con lui acque più fredde e correnti diverse, e chissà se Mimmo sceglierà di restare o di cercare di nuovo la profondità scura del mare aperto.
C’è chi scommette sulla nostalgia che lo riporterà, c’è chi pensa che sia già un’assenza annunciata, e c’è chi preferisce non indovinare, per non imporre al futuro la forma di un desiderio.
Qualunque cosa accada, la sua scia resterà un ricordo collettivo, una piega nello sguardo con cui guardiamo l’acqua, un piccolo cambio di prospettiva che costringe a rallentare, a pesare i gesti, a non dare per scontato il respiro di ciò che vive accanto a noi.
Venezia, che troppe volte si è sentita vetrina, ritrova per qualche minuto il gusto di essere casa, di misurare il proprio tempo sul passo di un animale libero, di lasciarsi definire da una presenza che non chiede biglietto.

C’è una scena che torna più di altre, una scena che molti giurano di aver visto e che forse, come tutte le cose vere, è accaduta in modi diversi a persone diverse.
La superficie è calma, il cielo ha il colore dell’argento smussato, una campana lontana apprende la sua prima nota e la rivolge a nessuno in particolare.
Mimmo appare, taglia in due la campitura grigia, e per un istante resta fermo, come se ascoltasse non la campana ma l’eco che la campana tesse nell’acqua, un ricamo che solo lui può leggere.
Poi scivola via, senza sfarzo, con quella misura che ai veneziani ricorda le partenze del mattino presto, quando la città non ha ancora deciso chi essere, e tutti, per un secondo, possono essere tutto.
Forse è proprio questo il segreto che Mimmo custodisce senza saperlo, o forse con la sapienza semplice che appartiene agli animali e ai luoghi.
Che le città non si capiscono davvero dalle pietre, dai nomi, dai musei, ma dal modo in cui sanno fare spazio a ciò che non controllano, dal respiro che concedono all’imprevisto.
Venezia, in questi giorni, ha accettato di farsi sorprendere da un compagno improbabile, e lo ha fatto come sa fare: con teatro e misura, con eccessi e ritorni alla calma, con una tenerezza disordinata che però, quando serve, si mette in fila e ascolta.
È un esercizio che vale più di una stagione, un allenamento che forse tornerà utile quando l’acqua salirà un po’ di più o quando il vento cambierà direzione, perché la bellezza, qui, è sempre una conversazione fra forza e fragilità.
E ogni giorno, mentre la marea sale, la città trattiene il respiro, ma non per paura.
Lo trattiene come si fa davanti a un gesto raro, per non disturbarlo, per non sovrapporre la propria voce a quella di un attore che ha appena trovato la sua battuta.
Poi l’acqua ridiscende, i motori riprendono, le onde tornano a pigiare contro le rive, e Mimmo scompare dove l’occhio non arriva.
Resta l’idea che domani potrebbe tornare, che un’altra campana potrebbe dettare un’altra danza, e che noi, se avremo imparato abbastanza, sapremo fargli posto senza chiedergli niente.
È poco, eppure è tantissimo, in una città che da secoli tiene insieme l’impossibile.
Un delfino che rifiuta di andarsene ricorda che anche noi, qualche volta, possiamo restare.
Restare fedeli al luogo, ai gesti, alle attenzioni che non si vedono ma reggono tutto come pali sotto una fondamenta.
Restare presenti all’acqua che insiste, al sale che corrode e cura, al vento che cambia e rinnova, al mistero che abita un guizzo sotto la superficie.
Restare, finché serve, e poi lasciare andare, con la stessa grazia con cui Mimmo entra ed esce dalla scena, consegnandoci un compito semplice e severo: essere degni del suo passaggio.