L’8 maggio 2025 è una data che rimarrà impressa nella memoria della Chiesa cattolica. Dopo quasi centocinquant’anni, un nuovo Pontefice ha scelto di chiamarsi Leone.
L’elezione del primo Papa americano che porta il nome di Leone XIV non è soltanto un fatto simbolico: è un segno, un richiamo, un ritorno a una figura che, nella storia della Chiesa, rappresenta una delle voci più profetiche e misteriose di sempre.
Il nome Leone non veniva più pronunciato sulla cattedra di Pietro dal lontano 1878, anno in cui fu eletto Papa Leone XIII.
Per molti fedeli di oggi, quel nome evoca appena un’eco lontana; eppure, fu proprio quel Pontefice a guidare la Chiesa in uno dei periodi più complessi e tormentati dell’età moderna — tra guerre, tensioni ideologiche, rivoluzioni industriali e morali.
Ma ciò che più di ogni altra cosa ha reso immortale il suo ricordo è un evento inspiegabile, un momento che ancora oggi suscita stupore e timore: la visione del 13 ottobre 1884.

Un silenzio improvviso nella Cappella Vaticana
Era un mattino come tanti, nella Cappella del Vaticano. Papa Leone XIII aveva appena terminato la celebrazione della Santa Messa.
Si avviava lentamente verso l’uscita, accompagnato da alcuni prelati, quando accadde qualcosa di sconvolgente.
Improvvisamente, il Pontefice si fermò. Il suo volto impallidì, gli occhi si fissarono in un punto invisibile.
Rimase immobile, come paralizzato, in un silenzio profondo che gelò i presenti. Nessuno osò parlare.
Per dieci interminabili minuti, egli rimase così, come assorto in un’altra realtà. Quando finalmente tornò in sé, appariva sconvolto, provato, scosso da un’emozione profonda.
Più tardi, raccontò ai suoi collaboratori ciò che aveva udito. Disse di aver percepito due voci — una dura, aspra, colma di rabbia; l’altra calma, ferma, solenne.
Provenivano dal tabernacolo, dal luogo dove si custodisce il Corpo di Cristo. Quello che seguì, nelle sue parole, fu un dialogo tra Satana e il Signore.
Il terribile dialogo
«Posso distruggere la tua Chiesa», disse la voce demoniaca.
Il Signore rispose: «Puoi? Allora prova».
Satana replicò: «Per farlo, ho bisogno di più tempo e di maggiore potere».
Il Signore domandò: «Quanto tempo? Quanta potenza?»
E il nemico rispose: «Settantacinque, forse cento anni, e un’influenza più grande su coloro che mi serviranno».
E il Signore concluse: «Hai il tempo, avrai il potere. Fa’ ciò che vuoi».
A quel punto — secondo le testimonianze più antiche — Papa Leone XIII vide una visione apocalittica: scene di guerra, distruzione, persecuzioni contro la fede, la caduta della morale, la confusione dottrinale, il sangue dei martiri.
Vide la Chiesa attaccata dall’interno e dall’esterno, e il mondo avvolto da un’oscurità spirituale che sembrava invincibile.
Quando si riprese, il Papa si ritirò nel suo studio e, senza pronunciare parola, scrisse una preghiera che sarebbe divenuta una delle più potenti nella storia della cristianità: la preghiera a San Michele Arcangelo.

“San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia…”
Quel testo, breve ma ardente, fu ordinato da Papa Leone XIII perché venisse recitato alla fine di ogni Messa in tutto il mondo cattolico.
Per decenni, milioni di fedeli pronunciarono le parole: “San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia; sii il nostro aiuto contro la malvagità e le insidie del demonio…”.
Era la risposta del Papa a una visione che lo aveva segnato nel profondo, un grido di difesa contro le potenze del male.
Ma con il tempo, come spesso accade, la consuetudine si affievolì. Negli anni Sessanta, dopo il Concilio Vaticano II, quella preghiera scomparve dalla liturgia quotidiana.
Eppure, oggi, in un’epoca segnata da confusione, guerre e perdita di senso morale, le parole di Leone XIII tornano a risuonare con una forza nuova, quasi profetica.
Un Papa profeta del suo tempo
Oltre alla visione, Leone XIII fu un pontefice di straordinaria lucidità intellettuale e spirituale.
Governò la Chiesa per venticinque anni, e la sua voce si levò contro le ideologie che cominciavano a minacciare la dignità dell’uomo e la libertà della fede: il socialismo, il comunismo e la massoneria.
Egli vide in questi movimenti un pericolo mortale per la civiltà cristiana, una dissoluzione dei fondamenti morali che avevano retto l’Europa per secoli.
Scrisse dieci encicliche sul Rosario, invitando i fedeli a riscoprire la preghiera come arma spirituale.
Nella sua celebre enciclica Octobri mense del 1891, denunciava la “condizione dolorosa del mondo e della Chiesa, le cui sofferenze, invece di diminuire, crescono di giorno in giorno”.
Le sue parole, lette oggi, sembrano descrivere con precisione chirurgica il nostro tempo: la perdita della fede, la derisione della morale, la guerra contro Cristo e contro la verità.
“È motivo di profondo dolore”, scriveva, “che tanti si lascino sviare dall’errore e dall’inimicizia verso Dio; che tanti siano indifferenti a ogni forma di religione e si allontanino completamente dalla fede.
E ancor più triste è vedere tanti cattolici che lo sono solo di nome, e che non rendono a Dio né onore né culto.”
Parole che oggi risuonano come un monito. Perché il mondo che Leone XIII intravedeva nella sua visione non è un mondo lontano: è il nostro.
Dal dominio del male alla speranza della fede
Se la profezia di Leone XIII si riferiva davvero a “cento anni di potere concesso a Satana”, quel tempo potrebbe coincidere con il XX secolo: un secolo segnato da due guerre mondiali, genocidi, totalitarismi, persecuzioni religiose, e infine un progressivo svuotamento della fede.
Ma anche nel mezzo di quel buio, la Chiesa non è mai stata abbandonata.
Il Papa stesso, pur profondamente consapevole della gravità dei tempi, non si abbandonò mai alla disperazione.
“È assolutamente necessario,” scrisse, “che la voce cattolica si levi con insistenza incessante verso Dio; che i fedeli preghino non solo nelle loro case ma anche pubblicamente, uniti, implorando il Signore di liberare la Chiesa dagli uomini malvagi e di riportare le nazioni turbate al buon senso e alla ragione con la luce e l’amore di Cristo.”
Era un appello alla preghiera, alla penitenza, alla conversione del cuore.
Perché, per Leone XIII, il male non poteva essere vinto con la forza delle armi o della politica, ma solo con la santità.
Un’eredità che ritorna nel 2025
Oggi, con l’elezione di Papa Leone XIV, il mondo cattolico si trova di nuovo davanti a un bivio.
Non è un caso, dicono in molti, che il nuovo Pontefice abbia scelto proprio quel nome.
È come se volesse riallacciare il filo della storia, riportando la Chiesa alla memoria di un pastore che aveva visto lontano, che aveva avvertito il popolo di Dio del pericolo spirituale e morale che incombeva sull’umanità.
Il suo nome, “Leone”, richiama la forza, il coraggio, la fedeltà alla verità. È un invito a tornare alla battaglia spirituale, a riscoprire la potenza della preghiera, dei sacramenti, della fede viva.
E forse, a tornare a recitare con fervore quella preghiera che nacque da una visione di terrore ma anche di speranza: la supplica a San Michele Arcangelo.
Il significato di una visione
Molti studiosi hanno cercato di interpretare la visione di Leone XIII. Alcuni la considerano un simbolo, un dramma spirituale in cui il male riceve un tempo limitato per mettere alla prova la fede dell’umanità.
Altri, invece, la leggono come una vera profezia, un annuncio soprannaturale di eventi che avrebbero effettivamente sconvolto il mondo.
In ogni caso, il messaggio resta lo stesso: il male può colpire, ma non può vincere.
Come Gesù stesso disse: “Le porte degli inferi non prevarranno.”
È questa la certezza che sorregge la Chiesa anche oggi, nel mezzo di nuove crisi — morali, culturali, e spirituali — che sembrano mettere in discussione tutto.
Una preghiera che non muore
Forse, la lezione più grande che ci lascia Leone XIII è proprio questa: che anche nei tempi più oscuri, la fede è la luce che resiste.
Egli ci invita a combattere non con la paura, ma con la preghiera; non con l’odio, ma con la verità.
E così, mentre la Chiesa attraversa le tempeste del presente, il nuovo Pontefice — Leone XIV — sembra raccogliere quell’antica eredità.
La battaglia spirituale continua, ma la speranza non è perduta.
Perché, come scrisse il suo predecessore, “nessuna potenza avversa potrà mai distruggere del tutto l’opera divina della redenzione”.
“San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia…”
Forse, mai come oggi, queste parole risuonano come un richiamo al cuore di ogni credente.
Un invito a svegliarsi, a pregare, a resistere. Perché il male può avere il suo tempo — ma Dio ha l’eternità.