“PAROLE ASSURDE”: FELTRI DEMOLISCE SCHLEIN CON CALMA GLACIALE, SCHIACCIA LE DICHIARAZIONI VUOTE CON I FATTI E TRASFORMA IL DIBATTITO IN UNA LEZIONE PUBBLICA. SCHLEIN SI È DATA ALLA FUGA (KF) Non è stata una semplice critica, ma una demolizione metodica. Feltri ascolta, prende appunti mentali e poi colpisce: niente urla, solo fatti. Le parole di Schlein, definite “assurde”, vengono smontate una dopo l’altra, lasciando scoperti vuoti, contraddizioni e slogan senza fondamenta. Il dibattito cambia natura, diventa una lezione pubblica sotto gli occhi di tutti. Quando i numeri prendono il posto della retorica, l’aria si fa pesante. E a quel punto, Schlein sceglie il silenzio. O forse qualcosa di più

Ci sono scontri mediatici che sembrano nascere da un dettaglio, ma in realtà covano da anni sotto la superficie del dibattito italiano.

Il confronto tra Vittorio Feltri ed Elly Schlein rientra in questa categoria, perché mette in scena due linguaggi, due pubblici e due idee di politica che spesso non condividono nemmeno lo stesso dizionario.

Più che un botta e risposta, è un collisione tra cornici culturali, dove ognuno parla ai propri e misura la forza non tanto su ciò che convince l’avversario, quanto su ciò che conferma la propria comunità.

In questo tipo di duello, la sostanza conta, ma conta ancora di più la forma con cui la sostanza viene resa “spendibile” in televisione e sui social.

Feltri, da decenni, gioca questa partita con una regola semplice: ridurre l’avversario a una tesi, inchiodare quella tesi a un punto debole e poi trasformare il punto debole in simbolo di un intero campo politico.

Schlein, all’opposto, è la figura che prova a tenere insieme un’identità progressista contemporanea, con molta attenzione ai diritti, al linguaggio e ai segni culturali che una parte dell’elettorato considera centrali.

Quando queste due traiettorie si incrociano, il risultato è quasi inevitabilmente una guerra di rappresentazioni.

Da una parte c’è l’idea che la sinistra moderna sia diventata un progetto più lessicale che sociale, più morale che economico, più simbolico che materiale.

Direttore (lei che è un esponente di spicco di Fratelli d'Italia, primo  partito italiano, attualmente al governo, ndr) cosa pensa della nuova  segretaria del Pd Elly Schlein? "Esteticamente non mi arrapa" –

Dall’altra c’è l’idea che proprio quei temi, a lungo compressi o ignorati, siano la misura della civiltà democratica e il prerequisito per una società più equa.

Il punto di rottura, in questa storia, arriva quando Feltri etichetta alcune affermazioni di Schlein come “assurde”, usando un termine che non è soltanto un giudizio, ma una strategia.

Definire “assurdo” un discorso significa spostarlo dal terreno della discussione a quello dell’inattendibilità, come se non meritasse una confutazione lunga ma solo un ridimensionamento netto.

In televisione, questo è un colpo efficace, perché obbliga l’interlocutore a difendere prima la propria credibilità e solo dopo il contenuto.

Il meccanismo funziona ancora meglio se l’attacco viene condotto con tono controllato, perché la calma, nell’immaginario collettivo, assomiglia alla sicurezza.

E infatti la cifra che molti osservatori hanno attribuito a Feltri, in questa dinamica, è proprio quella della “calma glaciale”, cioè la capacità di colpire senza alzare la voce.

Quando un polemista urla, l’audience può liquidarlo come eccessivo, ma quando un polemista resta composto e tagliente, l’audience tende a interpretarlo come “lucido”.

È una percezione, non una prova, ma nelle arene mediatiche la percezione è metà del verdetto.

La “demolizione metodica” che viene raccontata da chi ha seguito la vicenda non assomiglia a una lezione universitaria, ma a un rito televisivo molto preciso: prendere una frase, isolarla, semplificarla, metterla sotto una luce impietosa e poi chiederle di reggere il peso del mondo reale.

Il mondo reale, in questo racconto, si chiama lavoro, salari, sicurezza, tasse, costo della vita, e soprattutto distanza tra palazzi e quotidianità.

È qui che Feltri trova terreno fertile, perché la sua retorica storica si nutre dell’idea che l’Italia profonda non si riconosca più nel linguaggio progressista contemporaneo.

Quando insiste sui “fatti”, Feltri non sta necessariamente presentando dati certificati come in un dossier, ma sta rivendicando un metodo comunicativo: il primato del concreto sull’intenzione.

Nella sua narrazione, l’intenzione è spesso un lusso da salotto, mentre il concreto è ciò che bussa alla porta a fine mese.

Schlein, dal canto suo, si muove in una cornice opposta, dove le parole sono fatti perché costruiscono confini, aprono spazi, includono o escludono, e quindi producono conseguenze sociali reali.

È una differenza cruciale, perché rende complicato perfino stabilire “di cosa si stia parlando” nello stesso momento.

Se per uno la priorità è il conto economico della vita quotidiana, per l’altra la priorità è anche il conto simbolico di chi resta ai margini.

Feltri non contesta solo singole posizioni, ma contesta l’idea che quel tipo di priorità venga presentata come moralmente superiore, o addirittura come requisito di legittimità democratica.

È in quel punto che la polemica si accende davvero, perché la discussione non riguarda più soltanto una proposta politica, ma un giudizio implicito sulle persone.

Quando la politica diventa giudizio, la risposta tende a diventare difesa identitaria, e la difesa identitaria produce polarizzazione.

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La scena, così come viene percepita da molti, è quella di un Feltri che ascolta, lascia parlare, aspetta la frase giusta e poi la usa per sostenere che una parte della sinistra abbia scambiato la realtà con una grammatica.

È una critica durissima, ma anche una critica “comoda”, perché è difficile da smentire in pochi minuti senza cadere nell’astrazione che si vuole evitare.

Se Schlein prova a articolare un discorso complesso, rischia di essere accusata di girare attorno al punto.

Se Schlein prova a semplificare, rischia di essere accusata di slogan.

È un doppio vincolo tipico dei confronti televisivi, dove il tempo è corto e il pubblico pretende chiarezza immediata.

In questo contesto, “schiacciare la retorica con i fatti” diventa una formula che descrive più uno stile di combattimento che un reale audit delle affermazioni in campo.

La parte interessante, però, è che questo stile intercetta un sentimento reale, e cioè la stanchezza verso un dibattito percepito come autocentrato.

Una parte di italiani non rifiuta i temi di diritti e inclusione, ma rifiuta il modo in cui quei temi vengono usati come prova di purezza, o come metro per classificare chi dissente.

Feltri lavora su questa frattura e la amplifica, presentandosi come voce di chi non vuole essere educato, corretto o moralmente valutato in prima serata.

Schlein, inevitabilmente, rappresenta l’opposto, perché il suo profilo politico comunica attenzione al linguaggio e alle norme culturali che regolano lo spazio pubblico.

Nella lettura dei sostenitori di Feltri, questo si traduce in “sorveglianza del linguaggio”, e la sorveglianza viene percepita come limitazione.

Nella lettura dei sostenitori di Schlein, invece, si traduce in responsabilità, e la responsabilità viene percepita come progresso.

A questo punto il dibattito smette di essere un confronto tra idee e diventa un referendum su quale sensibilità debba guidare la società.

Ed è lì che la comunicazione diventa feroce, perché nessuno dei due campi vuole solo convincere, vuole anche legittimarsi.

La formula “lezione pubblica” nasce proprio da questo, perché descrive un passaggio di potere simbolico: chi riesce a imporre la cornice sembra, per un attimo, insegnare agli altri come leggere il mondo.

Feltri impone la cornice quando riesce a far apparire certe affermazioni come vuote, e la vuotezza, in politica, è la peggiore accusa possibile.

Schlein impone la sua cornice quando riesce a far apparire certe uscite come ciniche o insensibili, e l’insensibilità, nella politica dei valori, è una condanna altrettanto efficace.

In un confronto ben costruito, queste due cornici dovrebbero parlarsi, cioè la concretezza dovrebbe interrogare i valori e i valori dovrebbero interrogare la concretezza.

Nella realtà mediatica italiana, però, spesso non si parla, si sovrappone, e la sovrapposizione produce clip, non comprensione.

È qui che entra il tema del “silenzio” o della “fuga”, formule che circolano frequentemente quando una discussione si chiude senza un’ultima replica.

Dire che Schlein “si è data alla fuga” è un modo narrativo di dire che non ha raccolto l’ultimo colpo, o che il confronto si è interrotto lasciando a Feltri l’impressione di avere l’ultima parola.

Ma l’ultima parola, in televisione, non coincide sempre con la ragione, coincide con il tempo, con la regia, con la struttura del programma, e spesso con la convenienza di non alimentare ulteriormente una spirale.

Molte volte, scegliere di non replicare non è resa, è gestione del danno, perché un confronto troppo personalizzato può spostare l’attenzione dal messaggio politico all’aritmetica dell’umiliazione.

E l’umiliazione, anche quando fa godere una parte del pubblico, raramente produce consenso stabile per chi la infligge o per chi la subisce.

Resta però l’elemento più importante, quello che rende la vicenda più grande del singolo scambio: la distanza tra due idee di rappresentanza.

Feltri parla a un’Italia che chiede priorità nette, parole semplici, un’idea di nazione non filtrata da troppi distinguo, e un rapporto conflittuale con ciò che viene percepito come élite culturale.

Schlein parla a un’Italia che vuole modernizzare i codici sociali, proteggere minoranze, aggiornare il linguaggio pubblico e spingere la politica verso un paradigma più inclusivo.

Queste due Italie si sovrappongono, ma spesso si guardano con sospetto, e questo sospetto viene monetizzato in tv e nei social.

Il rischio è che la politica diventi sempre più una guerra di identità, dove ogni frase è una bandiera e ogni bandiera è un pretesto per delegittimare l’altro.

Quando Feltri definisce “assurdo” un discorso, non sta solo criticando, sta dicendo che quel discorso non merita spazio, e questo è un gesto radicale.

Quando Schlein insiste sul valore trasformativo delle parole, non sta solo proponendo un’agenda, sta dicendo che alcune parole e alcune posture non sono più accettabili, e anche questo è un gesto radicale.

Due radicalità opposte che, messe in scena, alimentano il ciclo perfetto dell’indignazione.

Nel mezzo resta un Paese che, fuori dai talk, continua a vivere problemi che non entrano facilmente in una frase da condividere, come la produttività ferma, i salari compressi, i servizi pubblici diseguali, la casa sempre più cara, e una sfiducia generale che cresce a ogni promessa mancata.

Se il confronto Feltri–Schlein serve a qualcosa, serve almeno a fotografare questa difficoltà: parlare a tutti con lo stesso linguaggio è diventato quasi impossibile.

E quando un leader non riesce a parlare a chi non condivide i presupposti, rischia di restare prigioniero della propria bolla, anche se la bolla applaude forte.

Feltri sa muoversi nelle bolle perché le attraversa da anni, e infatti non mira a convincere Schlein, mira a convincere lo spettatore scettico, quello che vuole sentirsi autorizzato a non aderire al vocabolario progressista.

Schlein mira a costruire un campo culturale, e quindi tende a non ridurre tutto al colpo di scena, ma a una continuità di valori, anche quando questo la espone all’accusa di astrattezza.

Alla fine, la “lezione pubblica” non è tanto la vittoria di un argomento, quanto la dimostrazione di come funziona oggi la politica-spettacolo: chi riesce a trasformare l’altro in simbolo, vince il round.

E in un Paese già polarizzato, ogni round vinto rende il match successivo più duro, perché alza la posta emotiva e abbassa lo spazio della mediazione.

Il problema è che la mediazione, piaccia o no, è l’unico strumento con cui una democrazia pluralista può governare conflitti reali senza trasformarli in guerra civile verbale permanente.

Se invece tutto diventa “demolizione” o “fuga”, allora la politica resta un’arena, ma smette di essere una soluzione.

E quando la politica smette di essere una soluzione, i cittadini smettono di ascoltare non perché non abbiano idee, ma perché non riconoscono più alcun ponte tra le parole e la vita.

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