NISCEMI IN FIAMME, IL PD ATTACCA IL PONTE: CERNO RISPONDE SENZA FILTRI, IN POCHI MINUTI LA LINEA DIFENSIVA CROLLA, SCHLEIN RESTA SENZA RISPOSTE E LA STRATEGIA DELL’ACCUSA SI RITORCE CONTRO CHI L’HA LANCIATA. (KF) Niscemi brucia. Ma il dibattito viene spostato altrove. Mentre l’emergenza domina il territorio, il PD sceglie di puntare il dito sul Ponte sullo Stretto. Una mossa politica evidente, forse studiata per cambiare cornice. È in quel momento che arriva la replica di Cerno. Nessun filtro, nessuna diplomazia. Solo fatti, sequenze temporali e contraddizioni messe una accanto all’altra. In pochi minuti la narrazione difensiva si sgretola. Schlein resta senza appigli, senza una risposta chiara che riporti il confronto su binari sicuri. L’attacco perde forza, l’attenzione torna sui vuoti lasciati aperti. Quando la strategia è deviare, basta una replica precisa per farla collassare. E il silenzio che segue dice più di qualunque accusa

Niscemi è diventata, nel giro di poche ore, più di un nome su una mappa e più di un caso locale.

È diventata un simbolo nazionale di fragilità territoriale, di pianificazione incompleta e di quella sensazione ricorrente per cui l’Italia interviene dopo, quando il danno è già lì, mentre prima tutto sembrava sempre rinviabile.

Nel racconto politico che si è acceso attorno alla crisi, l’immagine più forte non è quella dei dossier, ma quella delle persone costrette a lasciare le proprie case, con l’urgenza che toglie spazio a qualsiasi retorica.

Eppure, come spesso accade, l’emergenza reale e il dibattito pubblico non procedono sullo stesso binario.

Da una parte c’è la domanda concreta dei territori, che chiede messa in sicurezza, ricostruzione, tempi certi, responsabilità chiare e risorse spendibili.

Dall’altra c’è la domanda politica, che insegue la cornice più utile, il bersaglio più riconoscibile e la narrazione più spendibile nel ciclo mediatico.

È dentro questo scarto che si inserisce la polemica sui fondi legati al Ponte sullo Stretto, richiamati da Elly Schlein come priorità contestata mentre l’emergenza idrogeologica mostra il suo conto.

Schlein a Niscemi “Vicini a comunità colpita dalla frana”. Sul maltempo “Dirottare 1 mld stanziato per il Ponte sullo Stretto” / Video - Telecittà la televisione di Casa Vostra

Il messaggio, nella lettura di molti, è semplice: se hai risorse per un’opera grande e controversa, perché non le metti su ciò che appare più urgente e immediato, cioè la sicurezza del territorio.

È una domanda che suona intuitiva e che, proprio per questo, funziona bene nel linguaggio politico da prima serata.

Ma è anche una domanda che apre un campo minato, perché tocca la gerarchia delle priorità pubbliche e, soprattutto, chiama in causa la storia dei governi precedenti e delle amministrazioni locali.

Ed è qui che entra in scena Tomaso Cerno, con una replica che ha avuto grande circolazione proprio perché rovescia la cornice invece di accettarla.

Cerno non risponde difendendo il Ponte come progetto tecnico nel merito, ma attacca la logica dell’accusa, sostenendo che il problema non sia “quel capitolo di spesa” bensì decenni di ritardi, rinvii e manutenzione mancata.

Il suo argomento, in sintesi, è che di “Niscemi” in Italia ce ne sarebbero molte, mentre il Ponte è un progetto che torna da decenni senza diventare realtà, e che quindi usare oggi il Ponte come spiegazione totale rischia di essere un diversivo.

È un modo di parlare che non cerca conciliazione, perché non invita al compromesso ma chiede un processo politico al passato recente.

E quando un dibattito diventa processo al passato, il Partito Democratico è un bersaglio naturale, perché ha governato a lungo in diverse fasi, in coalizioni differenti, e perché ha avuto ruoli di responsabilità anche in molte amministrazioni regionali e locali.

Nella lettura di Cerno, la vulnerabilità territoriale non sarebbe il frutto di una singola scelta dell’ultimo anno, ma di un impianto culturale e amministrativo che ha tollerato abusivismo, deroghe, piani incompleti, manutenzione intermittente e cantieri che si accendono solo quando l’acqua arriva alla gola.

È un attacco politico classico, ma efficace, perché sposta la domanda da “perché spendete lì” a “perché non avete fatto prima quando potevate”.

Ed è proprio questo spostamento che, secondo molti osservatori, ha messo in difficoltà la linea del PD, perché una critica alle priorità del governo attuale funziona finché resta concentrata sul presente.

Quando invece il confronto viene allargato a un arco temporale lungo, diventa inevitabile chiedersi che cosa sia stato fatto negli anni precedenti, con quali risultati, con quali tempi e con quali ritardi accumulati.

Cerno, nel suo intervento, richiama anche l’Emilia-Romagna come esempio di una regione spesso indicata come modello amministrativo, ma che negli ultimi anni ha mostrato fragilità di fronte a eventi estremi e a un territorio densamente antropizzato.

Qui la discussione diventa delicata, perché si intrecciano responsabilità diverse, dal livello nazionale a quello regionale e comunale, e perché gli eventi estremi hanno cause e dinamiche che non si possono ridurre a una sola firma politica.

Ma nel linguaggio del commento politico l’obiettivo non è la perizia tecnica, è la responsabilità percepita, e su quel piano il richiamo all’Emilia-Romagna serve a dire che nessuno può sentirsi immune, nemmeno chi rivendica buona amministrazione.

La critica a Schlein, inoltre, tocca un nervo interno al PD, perché le viene imputata una scelta comunicativa che privilegerebbe l’attacco simbolico a Meloni rispetto alla costruzione di una proposta strutturale sulla sicurezza del territorio.

È un’accusa che ritorna spesso nel confronto tra maggioranza e opposizione: la maggioranza dice che l’opposizione vive di antimelonismo, mentre l’opposizione dice che la maggioranza vive di propaganda e di annunci.

Quando Cerno parla di “ossessione”, sta usando una parola che fa da chiave narrativa, perché invita il pubblico a leggere l’intervento del PD non come preoccupazione per Niscemi, ma come tentativo di trovare una leva contro il governo.

Se questa lettura prende piede, l’accusa originaria perde mordente, perché appare strumentale, e lo spettatore medio tende a punire la strumentalità più della posizione di merito.

Il punto non è che una critica ai fondi del Ponte sia di per sé illegittima, perché discutere le priorità è una funzione essenziale dell’opposizione.

Il punto è che la critica, per reggere, deve evitare di trasformarsi in una spiegazione totale, altrimenti diventa vulnerabile all’obiezione più semplice: “dov’eravate prima”.

La forza della replica di Cerno sta anche nel fatto che non si limita a dire “avete sbagliato”, ma costruisce un contrasto temporale, cioè mette il presente dentro un lungo accumulo di decisioni mancate.

È un’operazione retorica potente, perché la manutenzione del territorio è, per definizione, una responsabilità lunga, e chi ha governato anche solo per una parte significativa di quel tempo non può chiamarsene fuori senza pagare un costo reputazionale.

Dentro questa dinamica, la figura di Schlein viene descritta come “senza risposte”, ma è più corretto dire che viene spinta in una posizione difficile, in cui qualsiasi replica rischia di sembrare difensiva.

Se rispondi nel merito del Ponte, confermi che il focus è diventato il Ponte e non Niscemi.

Se sposti la risposta su Niscemi e sulle politiche di prevenzione, devi comunque fare i conti con l’accusa di continuità storica e con le responsabilità distribuite nel tempo.

Se attacchi Cerno sul tono, sposti tutto sulla rissa, che è esattamente il terreno in cui le emergenze reali finiscono per essere dimenticate.

È una trappola comunicativa in cui spesso cadono anche i leader più esperti, perché l’istinto è rispondere al colpo e non all’impianto del colpo.

In questa storia c’è anche un tema di fondo che va oltre PD, governo e commentatori, ed è l’ossessione italiana per i simboli.

Il Ponte sullo Stretto, da decenni, è un simbolo totale, per alcuni di modernità e connessione, per altri di spreco e promessa infinita.

Niscemi, oggi, rischia di diventare un simbolo altrettanto totale, ma di segno opposto, cioè il simbolo della manutenzione mancata e del prezzo umano dei rinvii.

Quando due simboli totali si scontrano, la politica è tentata di scegliere quello che mobilita di più la propria base, invece di quello che risolve di più il problema.

E così accade che l’emergenza venga “interpretata” prima ancora che venga affrontata, e che le parole corrano più veloci dei cantieri.

Cerno, nel suo affondo, non sta solo difendendo un’opera o attaccando un partito.

Sta offrendo al pubblico una chiave emotiva: “non provate a far credere che tutto dipenda da una scelta di oggi, perché la frana è figlia di una storia lunga”.

È una chiave che si aggancia bene a una stanchezza diffusa, quella per cui ogni calamità produce la stessa liturgia, con accuse, controaccuse, promesse e poi l’attenzione che scivola altrove.

In quella stanchezza cresce la domanda di frasi nette, e chi le pronuncia sembra, almeno per un momento, più credibile di chi parla con cautela.

Ma c’è un rischio, ed è che la nettezza diventi un alibi per non entrare nel dettaglio operativo, perché la prevenzione richiede numeri, priorità, procedure, responsabilità e soprattutto continuità.

La continuità, in Italia, è la risorsa più rara, perché ogni governo tende a rifare la mappa delle colpe e a riscrivere la mappa dei meriti, mentre il territorio richiede interventi che durano più di una legislatura.

Se il dibattito resta inchiodato al match Ponte contro dissesto, si perde un fatto essenziale: la messa in sicurezza non è un progetto singolo, è un sistema permanente.

È pianificazione urbanistica, è controllo delle aree a rischio, è manutenzione dei corsi d’acqua, è gestione del reticolo minore, è rete fognaria, è drenaggio urbano, è protezione delle coste, è capacità di spesa e di progettazione, è personale tecnico nei comuni e nelle autorità competenti.

Ed è anche, inevitabilmente, una lotta contro la cultura del rinvio, che non appartiene a un partito solo, ma a un pezzo intero di amministrazione italiana.

Per questo il punto più utile, dentro una polemica molto rumorosa, sarebbe trasformare lo scontro in una domanda verificabile: quali interventi partono subito, quali hanno copertura, quali tempi hanno, chi firma, chi controlla e quali risultati ci si aspetta in dodici, ventiquattro e trentasei mesi.

Schlein tại Niscemi: Thiệt hại 2 tỷ đô la, 1 tỷ đô la phải được chuyển hướng ngay lập tức từ dự án cầu eo biển Messina - Đảng Dân chủ

È su questo terreno che si misura la serietà, perché la serietà non è parlare di opere grandi o piccole, ma rendere tracciabile la distanza tra promessa e realizzazione.

La frase più dura di Cerno è quella che chiama in causa “decenni di cultura politica”, perché lì non c’è solo un’accusa al PD, c’è un giudizio sulla Seconda Repubblica e sul modo in cui, a destra e a sinistra, si è spesso preferito l’annuncio alla manutenzione.

E se la discussione resta a quel livello, il rischio per il PD è di apparire prigioniero del passato, mentre il rischio per il governo è di usare il passato come scudo, cioè di dire “non è colpa nostra” invece di dire “è responsabilità nostra da oggi”.

Il pubblico, soprattutto quando vede case evacuate e strade interrotte, non premia chi ha la migliore memoria delle colpe.

Premia chi mostra la migliore capacità di ridurre il rischio la prossima volta.

Ed è qui che la polemica si ritorce davvero contro chi la lancia, perché se la tua accusa è percepita come deviazione, l’attenzione torna all’essenziale e ti chiede conto di ciò che hai fatto quando avevi potere.

Allo stesso tempo, se chi governa si limita a osservare la rissa da bordo ring, perde l’occasione di trasformare l’emergenza in un patto operativo con i territori, che è l’unico modo per non rivivere la stessa scena al prossimo evento estremo.

Niscemi, in questa fase, è una ferita e anche un test.

È un test sulla capacità della politica di non ridurre tutto a una guerra di simboli, e di accettare che la sicurezza del territorio non è materia da talk, ma da gestione ostinata e continua.

È anche un test sulla capacità del PD di criticare senza sembrare che cerchi solo un bersaglio, e sulla capacità del governo di difendersi senza trasformare ogni obiezione in propaganda avversaria.

Se il dibattito resterà fermo al Ponte come bersaglio o al PD come colpevole universale, la frana avrà vinto due volte, perché avrà portato via terreno e avrà portato via anche la possibilità di una discussione adulta.

Se invece, almeno per una volta, la politica userà lo scontro per arrivare a impegni misurabili, allora il rumore di queste ore potrà avere un senso, perché non basterà dimostrare chi ha “smontato” chi, ma sarà necessario dimostrare che cosa, concretamente, verrà messo in sicurezza prima che l’Italia si ritrovi a contare di nuovo sfollati, fango e promesse.

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