Nel momento in cui Fratoianni tenta di trascinare la destra nel caos sanitario, un documento rimasto nell’ombra riemerge e demolisce la sua narrativa: un mosaico di cifre incontestabili che racconta una realtà molto diversa da quella proclamata|KF

Avete presente quella sensazione fastidiosa, quel punto nello stomaco che si muove quando ascoltate un politico parlare e all’improvviso tutto vi sembra già visto, già sentito, già proiettato mille volte davanti ai vostri occhi?

Quella sensazione di déjà-vu torna prepotente in queste ore, mentre un video di Nicola Fratoianni invade la rete come una tempesta perfetta, condensato in meno di un minuto, destinato a colpire come un proiettile mediatico.

Le sue parole sono scandite come accuse, sono pietre scagliate contro un nemico costruito in fretta, un nemico facile, il governo attuale.

Parla di 517.000 milionari, di un quarto della ricchezza nazionale concentrato nelle loro mani, di 5,7 milioni di poveri assoluti, e soprattutto sussurra — con un tono che non lascia scampo — la cifra che sembra una condanna senza appello: sei milioni di italiani costretti a rinunciare alle cure mediche.

Fratoianni: «Bisogna aprire spazi di iniziativa, non sommare ciò che già  esiste» | il manifesto

Il quadro che ne ricava è devastante, quasi apocalittico, un’Italia che si sfalda sotto la pressione di disuguaglianze insostenibili, un Paese diviso in due, dove i privilegiati festeggiano mentre la sanità collassa.

Eppure qualcosa non torna.

Qualcosa non quadra.

Qualcosa, nascosto nelle pieghe della storia recente, smentisce quella narrazione precisa e martellante.

Perché la verità — quella completa, non quella selezionata come un trailer di un film drammatico — è molto più scomoda di quanto Fratoianni voglia far credere.

E il documento che ora riemerge, come un cadavere affiorato da un lago inquinato, rischia di diventare per lui un boomerang devastante.

Perché per comprendere davvero la portata delle sue parole bisogna fare un salto indietro, un salto che molti speravano non venisse mai più fatto.

Bisogna tornare al 2016.

Un anno in cui a Palazzo Chigi sedeva Matteo Renzi, sostenuto proprio dall’area politica che oggi punta il dito contro l’attuale governo.

Ed è proprio lì, in quelle pagine firmate Istat, che si nasconde la verità dimenticata.

Perché se oggi Fratoianni denuncia sei milioni di persone che rinunciano alle cure, allora nel 2016 erano quasi il doppio.

Undici, forse dodici milioni.

Un numero che non lascia scampo, un numero che squarcia la narrazione perfetta.

Un numero che racconta di un’Italia dove la sanità era già in affanno, dove milioni di persone erano costrette a scegliere tra la salute e il portafoglio, tra la cura e la sopravvivenza quotidiana.

Eppure nessuno gridava allo scandalo.

Nessuno parlava di apocalisse.

Nessuno lanciava video da un minuto pieni di indignazione.

Anzi, il governo di allora rivendicava riforme, modernizzazioni, un cambio di verso che però, nei numeri, lasciava una ferita sanguinante.

Il 2017 non fu diverso.

Il governo Gentiloni, successore diretto di Renzi, vide la cifra crescere ancora di più, superando i tredici milioni.

Una cifra che oggi sembra svanita nel nulla, come se fosse stata risucchiata in un buco nero della memoria collettiva, come se non fosse mai esistita.

Ma la storia non può essere riscritta così facilmente, soprattutto quando i dati non mentono e tornano a galla come prove in un processo senza appello.

E non è solo il passato remoto a smontare la narrazione di Fratoianni.

Lo scenario si allarga, si gonfia, diventa inquietante se si osservano i governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni come un’unica linea temporale.

Un decennio in cui la povertà assoluta, quella stessa che oggi viene denunciata con toni drammatici, è esplosa.

Dal 2011 al 2017, la povertà è raddoppiata.

Famiglie che prima riuscivano a vivere dignitosamente sono sprofondate in una miseria silenziosa, senza riflettori, senza video emotivi, senza accuse mirate.

Oggi Fratoianni parla di 5,7 milioni di poveri assoluti.

Numeri reali, drammatici, impossibili da ignorare.

Ma quegli stessi numeri erano già lì, in crescita costante, quando la sua area politica governava.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché oggi la denuncia, e ieri il silenzio?

Perché oggi l’indignazione, e ieri la normalizzazione?

Ciò che emerge, scavando tra le cifre come un archeologo della memoria collettiva, è un meccanismo inquietante, un’operazione chirurgica sulla percezione pubblica.

Una strategia che gli esperti chiamano “propaganda del presente assoluto”.

Una costruzione comunicativa che cancella il passato, lo rende irrilevante, lo nasconde sotto la sabbia per poter puntare il dito contro un unico colpevole.

Il presente.

Il governo in carica.

Come se i problemi fossero nati ieri, come se l’Italia fosse esplosa improvvisamente, come se la storia recente fosse stata cancellata da un colpo di spugna.

E invece no.

I numeri parlano.

E ciò che dicono è devastante.

Dicono che la sanità italiana era in crisi profonda ben prima dell’arrivo dell’attuale governo.

Dicono che i tagli — tagli reali, documentati — furono imposti proprio dai governi sostenuti da quella stessa area politica che ora grida allo scandalo.

Quasi nove miliardi sottratti al sistema sanitario in pochi anni, soldi che avrebbero potuto salvare ospedali, reparti, attrezzature, medici.

E oggi ci si scandalizza del risultato di quelle decisioni.

Come se fossero state prese da altri.

Come se la responsabilità fosse evaporata.

Ma la storia, quella vera, quella non manipolabile, non funziona così.

La memoria collettiva può essere fragile, ma i documenti no.

Restano lì, immobili, a ricordare ciò che molti vorrebbero dimenticare.

E allora il video di Fratoianni, quello che gira vorticosamente sui social, diventa un simbolo perfetto.

Non un messaggio politico, ma una costruzione emotiva.

Un frammento di indignazione pronto a esplodere, ma privo del contesto necessario per capire davvero.

E se manca il contesto, manca la verità.

Il risultato è una narrazione monca, un puzzle a metà, un quadro che mostra solo ciò che conviene mostrare.

Un racconto che colpisce chi ascolta, certo, ma che non regge alla prova dell’analisi.

Perché la realtà è molto più complessa.

E molto meno comoda.

La verità è che il declino della sanità e della situazione sociale italiana non è il prodotto di un singolo governo, ma di un decennio intero di tagli, errori, omissioni, decisioni politiche che oggi nessuno vuole rivendicare.

E allora il dubbio diventa certezza.

L’indignazione non è un richiamo alla giustizia.

È una strategia di potere.

Una tecnica comunicativa costruita per colpire al momento giusto, al posto giusto, cancellando ciò che c’era prima.

Ma i documenti, oggi tornati alla luce, rimettono tutto al suo posto.

E mostrano una verità che non si può ignorare.

Che i sei milioni di oggi non nascono dal nulla.

Che i dodici milioni di ieri non possono essere dimenticati.

Che la storia non è un foglio bianco su cui riscrivere le responsabilità.

Che il passato ritorna sempre, soprattutto quando si tenta di cancellarlo.

E allora la domanda finale è inevitabile.

È davvero amnesia?

O è una strategia?

E soprattutto: quanto ancora si potrà giocare con la memoria degli italiani prima che questa, finalmente, inizi a ribellarsi?

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