Non serve un colpo di scena, a volte, per far parlare una serata televisiva.
Basta un’assenza.
Quando un leader politico non si presenta nel salotto che lo aspetta, la puntata non perde solo un ospite.
Perde il suo bersaglio principale.
Ed è in quel vuoto che, spesso, si vede meglio il meccanismo.
Negli studi di La7, con Giovanni Floris a presidiare il rito del martedì, l’assenza di Giorgia Meloni diventa un fatto politico prima ancora che televisivo.
Perché l’assenza costringe tutti a scoprire le carte: chi voleva attaccare, chi voleva difendere, chi voleva “spiegare” al pubblico cosa dovrebbe pensare.
Nel racconto più acceso che circola in rete, questa mossa viene descritta come una specie di scacco matto.
La premier non entra nell’arena, e l’arena inizia a combattere con se stessa.

La versione è suggestiva, ma vale la pena guardarla con un filo di lucidità in più, senza trasformare la tv in un tribunale e i talk in un referendum permanente.
Il punto non è stabilire chi “vince” in studio, ma capire cosa accade quando la politica rifiuta il format, e il format deve andare avanti lo stesso.
È lì che si misura la forza di un programma e, insieme, la fragilità della discussione pubblica.
Se la puntata è costruita per lo scontro diretto, l’assenza toglie corrente al circuito.
Se invece è costruita per l’analisi, l’assenza cambia poco e diventa solo un dato tra tanti.
DiMartedì, per struttura, vive di confronto, di figura contro figura, di domanda che insegue risposta.
Quando la risposta non arriva, le domande restano sospese e cercano un sostituto.
Ed ecco che lo studio si riempie di commenti sul significato dell’assenza, più che sul merito dei dossier.
In questa cornice entrano Pierre Ferdinando Casini e Antonio Padellaro, due profili diversissimi ma accomunati da una cosa: sono volti che sanno reggere una discussione in tv.
Casini porta con sé decenni di istituzioni, equilibrio, abilità nel posizionarsi.
Padellaro porta la cifra dell’editorialista che non teme la polemica e la battuta tagliente.
Sono presenze che funzionano benissimo quando c’è un avversario definito, perché possono “rimbalzare” su un bersaglio e alimentare il ritmo.
Ma quando il bersaglio manca, la conversazione rischia di trasformarsi in una conferenza di interpretazioni.
E l’interpretazione, in tv, è un animale strano: cresce in fretta, ma vive di aria.
Uno dei temi caldi è il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, o comunque l’insieme di misure che il governo presenta come risposta a problemi di ordine pubblico, aggressioni e blocchi che incidono sulla vita quotidiana.
Su questo terreno la politica italiana si spacca con una regolarità quasi matematica.
Da un lato c’è chi sostiene che servano regole più dure, strumenti più rapidi, deterrenza visibile.
Dall’altro c’è chi teme un irrigidimento che finisca per comprimere diritti, aumentare tensioni sociali e spostare l’asse verso l’emergenza permanente.
Nel dibattito televisivo, questa frattura viene spesso narrata come un duello morale.
Ordine contro libertà, sicurezza contro democrazia, pragmatismo contro ideologia.
Sono coppie perfette per un talk, ma imperfette per descrivere la realtà.
Perché la realtà, quasi sempre, è fatta di bilanciamenti, non di slogan.
Eppure lo slogan vince, perché è più veloce.
In una puntata senza Meloni, chi critica il governo tende a parlare “al suo posto”, immaginando la replica e anticipandola.
Chi difende il governo tende a dire che l’assenza è un segnale di forza, o almeno di scelta strategica.
Il risultato è un cortocircuito in cui non si discute tanto delle norme, quanto della legittimità di chi le racconta.
È un problema tipico della politica mediatizzata: si litiga sulle cornici, e il contenuto resta sullo sfondo.
Casini, in questo schema, spesso finisce nella parte di chi invoca toni istituzionali e segnala rischi di polarizzazione.
È una postura coerente con il suo profilo pubblico e con la sua lunga esperienza di Parlamento.
Ma è anche una postura esposta a una critica facile: quella di rappresentare un pezzo di “sistema” che parla di sistema, mentre il pubblico chiede soluzioni.
Non è un’accusa necessariamente giusta, però è efficace, e in tv l’efficacia è una moneta pesante.
Quando un ospite richiama la “gravità” del momento, un pezzo di audience lo ascolta e annuisce.
Un altro pezzo sbuffa e pensa che sia l’ennesima sceneggiatura dell’allarme.
Questa divisione non nasce da un singolo programma, ma da anni di saturazione.
Troppe volte si è annunciata l’apocalisse democratica come se fosse una rassegna settimanale.
Troppe volte, al contrario, si è minimizzato ogni tensione come se la critica fosse solo rumore di fondo.

Padellaro, invece, è il tipo di ospite che tende a tenere alta la temperatura, perché la sua forza è la lettura politica “a colpo d’occhio”.
Quando funziona, dà una sintesi brillante e memorabile.
Quando non funziona, rischia di scivolare in un gioco di associazioni che dà l’impressione di inseguire titoli più che argomenti.
E in una puntata dove il bersaglio non c’è, alzare troppo la voce può sembrare un monologo più che un confronto.
È qui che la narrazione online si accanisce: “si perdono in giustificazioni confuse”, “si impantanano”, “non sanno più cosa dire”.
Queste frasi vanno maneggiate con cautela, perché la confusione, in tv, è spesso un effetto di montaggio emotivo.
Un passaggio spezzato, una sovrapposizione, una battuta fuori tempo possono diventare “prova” di inconsistenza.
Allo stesso modo, un silenzio può diventare “trionfo”.
La verità è più semplice: senza contraddittorio diretto, la discussione tende a sfilacciarsi.
E quando si sfilaccia, chi guarda da casa può percepirla come debole, ripetitiva o autoreferenziale.
Il tema economico entra come stampella retorica, spesso sotto forma di spread, mercati, fiducia degli investitori, “numeri che parlano”.
È un argomento potente, ma anche ambiguo.
Perché i mercati non sono un referendum sulla bontà morale di un governo, e lo spread non è un giudice unico della vita reale delle persone.
Ma in tv, citare mercati e spread ha una funzione precisa: suggerire che la realtà vera sia altrove, nei dati, e che il talk stia inseguendo fantasmi.
È un modo per dire al pubblico: smettete di credere al teatro, guardate la sostanza.
Solo che anche i dati, se usati senza contesto, diventano teatro.
La stessa occupazione può “tenere” e, contemporaneamente, il lavoro può essere più povero, più instabile, più stressante.
Lo stesso bilancio può essere “solido” e, insieme, lasciare irrisolti problemi strutturali.
Quindi la domanda non è se i numeri contino, ma quali numeri scegliamo di raccontare, e perché proprio quelli.
Nel testo che circola online, la serata viene raccontata come una partita in cui Meloni “blocca il gioco” semplicemente non presentandosi.
È un’interpretazione che funziona perché trasforma un gesto passivo in un gesto attivo.
Il messaggio implicito è chiaro: “io governo, voi commentate”.
E questo messaggio piace a una parte del pubblico che è stanca di talk percepiti come tribunali paralleli.
Ma questa lettura ha anche un rischio democratico, se la si estremizza.
Perché, in un sistema sano, chi governa non dovrebbe sottrarsi sistematicamente al confronto pubblico solo perché il confronto è scomodo o ostile.
Allo stesso tempo, un confronto pubblico non dovrebbe essere costruito come una trappola, perché la trappola produce spettacolo ma riduce informazione.
L’equilibrio è sottile, e in Italia è spesso saltato.
Quando si parla di “sistema La7” si usa una formula che è più politica che descrittiva.
La7 non è un monolite, e nemmeno un partito.
È una rete con una linea editoriale percepita, con programmi diversi, con conduttori che hanno stili e pubblici differenti.
Definirla “sistema” è un modo per attribuirle un’intenzione unitaria, e questo aiuta la polarizzazione.
La polarizzazione, però, è un accelerante che brucia tutto, anche le sfumature utili.
Se ogni critica al governo diventa “campagna”, e ogni difesa del governo diventa “propaganda”, allora nessuno ascolta più.
Si tifa, e basta.
Il paradosso è che il talk, nato per discutere, finisce per rafforzare l’idea che discutere non serva.
Chi governa pensa che sia tempo perso.
Chi si oppone pensa che sia l’unico spazio per esistere.
E il pubblico, nel mezzo, alterna dipendenza e repulsione, come succede con certe abitudini che sappiamo non farci bene.
Dentro questa dinamica, Casini diventa il simbolo comodo della “politica di ieri”, a prescindere da ciò che dice davvero in quella puntata specifica.
È un ruolo ingrato, perché cancella l’argomento e ingigantisce la biografia.
Ma è anche un ruolo televisivo tipico, perché le persone sono più facili da ricordare delle norme.
Quando il confronto scivola sulla caricatura, la puntata si riempie di etichette: salotti, élite, attici, popolo, periferie, lavoro vero.
Sono scorciatoie emotive che funzionano perché toccano esperienze reali.
L’imprenditore che teme i blocchi, il pendolare che teme lo sciopero, il negoziante che teme la microcriminalità non sono invenzioni.
Sono persone reali con problemi reali.
Ma anche lo studente che manifesta, il lavoratore precario che protesta, il cittadino che teme abusi di potere sono reali.
La politica seria dovrebbe tenere insieme entrambe le realtà.
La tv, invece, tende a scegliere una realtà per volta, perché una puntata ha bisogno di un protagonista e di un antagonista.
E se il protagonista non si presenta, la tv si inventa l’antagonista, oppure inventa la scena.
Arriviamo così alla domanda finale che rimbalza nei titoli più aggressivi: “cosa altro vogliono inventarsi adesso”.
È una frase che suggerisce malafede sistematica, e per questo va maneggiata con prudenza.
I media possono sbagliare, possono esagerare, possono inseguire cornici comode.
Ma l’idea che “inventino” sempre e comunque, come regola, porta a un risultato pericoloso: la delegittimazione totale dell’informazione.
E quando la delegittimazione diventa totale, resta solo la voce di chi già si fidava di te.
È comodo, ma non è pluralismo.

La lezione più interessante di una serata come questa, quindi, non è che “uno ha ammutolito l’altro”.
È che la discussione pubblica italiana è così dipendente dal duello personale da andare in crisi quando una pedina manca.
Questo dice qualcosa anche della politica, non solo della tv.
Perché un governo che vuole davvero governare deve saper reggere domande ostili senza ridurre tutto a tifoseria.
E un’opposizione che vuole tornare credibile deve saper criticare senza aggrapparsi sempre alla parola più grossa, quella che garantisce il titolo ma non produce soluzione.
Se la puntata ha lasciato una sensazione di imbarazzo, non è solo per chi era in studio.
È perché il pubblico avverte che molte discussioni sono ripetitive, e che la realtà corre più veloce dei monologhi.
La sicurezza non si risolve in una sera, e nemmeno si liquida con una battuta.
L’economia non si governa con lo spread come clava, e nemmeno con i mercati come giustificazione universale.
La libertà di stampa non è un’arma di parte, e non dovrebbe diventare un totem da sventolare solo quando conviene.
Nel frattempo, la sedia vuota resta un simbolo perfetto, perché ognuno ci proietta ciò che vuole.
Per alcuni è disprezzo dei salotti.
Per altri è fuga dal confronto.
Per molti è semplicemente un’altra prova che la politica e la tv si alimentano a vicenda, ma non sempre servono i cittadini.
E finché la partita si giocherà più sulle cornici che sui fatti, ogni martedì sera avremo la stessa scena: qualcuno che parla di realtà e qualcun altro che parla di narrativa, mentre la realtà, quella vera, resta fuori dallo studio e non aspetta il prossimo applauso.
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