Non è solo un’uscita televisiva, né l’ennesima polemica buona per una serata di commenti.
L’intervento di Vittorio Feltri a “Fuori dal coro”, su Rete 4, si inserisce in una crepa già aperta da tempo nel dibattito pubblico italiano: la distanza tra la percezione di insicurezza e la risposta delle istituzioni.
La scintilla, questa volta, è stata un fatto tragico che ha colpito l’opinione pubblica e ha riacceso un senso di vulnerabilità collettiva.
Quando un episodio violento accade in un luogo simbolico come una stazione, l’effetto è amplificato, perché tocca uno spazio quotidiano e condiviso.
In quel contesto Feltri ha usato parole dure, arrivando a sostenere che lo Stato si sia indebolito e che i cittadini siano lasciati soli.
È una diagnosi estrema, pronunciata con un linguaggio netto, che divide e allo stesso tempo catalizza un malessere reale.

L’argomento, per come viene presentato in trasmissione, non riguarda soltanto la criminalità in sé.
Riguarda il rapporto tra legalità, tutela delle vittime, tempi della giustizia e fiducia nelle regole.
Feltri non descrive singoli reati come eccezioni, ma come segnali di un meccanismo che, a suo giudizio, avrebbe progressivamente “disarmato” lo Stato.
La frase che più ha colpito è quella sull’idea che in Italia le forze dell’ordine sarebbero più deboli dei delinquenti.
È una formulazione volutamente provocatoria, ma proprio per questo capace di attecchire nelle conversazioni di ogni giorno.
Chi vive quartieri degradati o ha subìto reati, anche piccoli ma ripetuti, riconosce immediatamente l’emozione che quella frase prova a evocare.
Paura, frustrazione, e soprattutto la sensazione che denunciare non serva o addirittura esponga a complicazioni.
Quando la fiducia nella protezione pubblica si erode, la società cambia comportamento prima ancora che cambino le leggi.
Si evitano certe strade, si chiudono prima i negozi, si rinuncia a prendere mezzi in alcune fasce orarie, si smette di segnalare ciò che appare “inutile”.
E a quel punto l’insicurezza non è soltanto un dato di reati registrati, ma un clima che condiziona la vita.
Nel racconto televisivo, Mario Giordano porta un caso che punta dritto al paradosso più sensibile: un cittadino che interviene per bloccare un ladro e finisce indagato.
È un tipo di storia che funziona mediaticamente perché condensa in una scena sola la paura e la confusione.
Da una parte c’è l’idea del cittadino che “fa il suo dovere” e collabora consegnando l’autore del reato.
Dall’altra c’è l’idea di uno Stato che risponde con un’indagine invece che con un ringraziamento.
Feltri liquida la situazione definendola assurda, e in quel giudizio c’è un punto che merita attenzione anche al di là della polemica.
Un’indagine, infatti, non è automaticamente una condanna, ma nel sentire comune viene percepita come un marchio.
La differenza tra accertare i fatti e accusare qualcuno è chiara nei codici, ma spesso non lo è nella vita reale.
E quando il cittadino avverte il rischio di essere trascinato in un percorso giudiziario lungo e stressante, tende a farsi da parte.
Non per cattiveria, ma per autoprotezione.
Il risultato è che la comunità diventa più passiva, e la passività, nel tempo, diventa terreno fertile per chi delinque.
Qui entra in gioco il tema più delicato, quello che richiede una precisione quasi chirurgica.
È legittimo chiedere regole più chiare sulla legittima difesa e sull’intervento del privato cittadino.
È legittimo chiedere che le forze dell’ordine abbiano strumenti, organici, formazione e protezione giuridica adeguati per agire.
È legittimo criticare l’inefficienza, i tempi, la frammentazione delle competenze e la burocrazia che rallenta la risposta.
Non è invece accettabile trasformare questa frustrazione in un invito implicito a “fare da sé” oltre i limiti della legge.
Lo Stato di diritto regge proprio su una promessa: la forza è monopolio pubblico, e viene esercitata con regole, controlli e responsabilità.
Se quella promessa si rompe, non nasce più sicurezza, nasce una competizione di paure.
E quando la sicurezza diventa una competizione, i più vulnerabili pagano sempre il prezzo più alto.

Feltri, nel suo stile, arriva anche a suggerire una maggiore libertà d’azione per polizia e carabinieri.
Il concetto, messo così, può suonare come una scorciatoia rassicurante, ma è anche una zona piena di rischi.
Maggiore libertà d’azione può significare più rapidità, più presenza, più efficacia investigativa.
Può anche significare, se non accompagnata da regole chiare, errori, abusi, contenziosi e ulteriore sfiducia.
Il punto, quindi, non è scegliere tra “durezza” e “buonismo”, perché questa è una contrapposizione da talk show.
Il punto è costruire un sistema che funzioni e che sia credibile, perché la credibilità è il vero deterrente.
La legge fa paura non quando è spietata, ma quando è certa, rapida e comprensibile.
E soprattutto quando chi la applica appare presente, preparato e sostenuto dalle istituzioni.
C’è poi un aspetto spesso sottovalutato nel dibattito sulla sicurezza: la differenza tra statistiche e percezione.
Un governo può rivendicare cali in alcuni reati e, nello stesso tempo, un’intera città può sentirsi più insicura.
Questo non significa che “la gente ha torto”, significa che la qualità della sicurezza non è solo quanti reati avvengono.
È anche dove avvengono, a che ora, con quale ripetitività, con quale impatto simbolico, e con quale capacità di risposta.
Un’aggressione in un luogo pubblico affollato pesa più di dieci episodi invisibili, perché manda un messaggio: può succedere ovunque.
E quando quel messaggio circola, l’ansia cresce più velocemente dei comunicati ufficiali.
Per questo la politica dovrebbe evitare due tentazioni opposte.
La prima è negare il problema in nome dei numeri.
La seconda è ingigantirlo in nome dell’audience.
Negare irrita e isola.
Ingigantire avvelena e radicalizza.
Servirebbe un linguaggio adulto, capace di dire: c’è un’emergenza in alcuni contesti e va affrontata con strumenti verificabili.
Un tema centrale, evocato indirettamente dalla polemica, è quello dei tempi e della coerenza del sistema giudiziario.
Quando i procedimenti si allungano, la pena perde significato e la vittima perde fiducia.
Quando le misure cautelari appaiono incoerenti, la comunità interpreta tutto come arbitrio.
Quando mancano personale e risorse, la giustizia non è più un servizio pubblico, ma una fila infinita.
E in una fila infinita, chi è più fragile si arrende per primo.
Chi sostiene che “lo Stato si è arreso” spesso sta traducendo in una frase brutale proprio questa sensazione di lentezza e distanza.
Non è una prova tecnica, ma è un sintomo politico che non conviene ignorare.
C’è anche un altro livello, meno immediato ma decisivo: la dignità del lavoro e dei luoghi di servizio.
Quando viene colpito un lavoratore in uniforme o in mansione pubblica, come personale ferroviario, si colpisce un simbolo di infrastruttura civile.
Non è solo la persona, è l’idea che qualcuno garantisca il funzionamento di un pezzo di Paese.
E quando quel simbolo cade, l’indignazione cresce perché sembra che lo Stato non riesca a proteggere nemmeno chi lavora per far girare lo Stato.
È qui che la retorica di Feltri diventa potente, perché si aggancia a una ferita collettiva.
Ma la potenza emotiva non basta per produrre politiche buone.
Serve trasformare l’indignazione in riforme e investimenti che reggano anche quando le telecamere si spengono.
Se si vuole davvero rispondere al punto sollevato, la domanda corretta non è “chi urla meglio”.
La domanda corretta è quali misure riducono reati e recidiva senza rompere le garanzie fondamentali.
La sicurezza, infatti, non è soltanto repressione, è anche prevenzione intelligente.
È presenza sul territorio, è illuminazione urbana, è trasporto sicuro, è rapidità di intervento, è protezione di chi denuncia, è sostegno alle vittime.
È anche certezza del diritto, perché un sistema prevedibile è un sistema che orienta i comportamenti.
E la prevedibilità nasce da norme chiare e da una macchina che le applica in tempi umani.
Quando invece le regole appaiono confuse e i tempi infiniti, tutti si muovono “a sensazione”.
I cittadini a sensazione rinunciano.
I delinquenti a sensazione rischiano di più.
E lo Stato a sensazione perde autorità.

Le dichiarazioni di Feltri, in definitiva, funzionano come un pugno sul tavolo.
Un pugno sul tavolo può svegliare una discussione addormentata, ma può anche far saltare i bicchieri se non si ricostruisce la scena con razionalità.
Il rischio di queste formule assolute è che alimentino un’idea di resa totale che non aiuta chi lavora ogni giorno nella sicurezza e nella giustizia.
Poliziotti, carabinieri, magistrati, operatori sociali e amministratori locali non sono comparse di un talk show, ma pezzi di un sistema che spesso opera in condizioni complicate.
Criticarli in blocco può essere catartico, ma raramente è utile.
Criticare i difetti strutturali, invece, è utile e necessario, perché costringe la politica a fare scelte.
Scelte di bilancio, di organizzazione, di priorità, di responsabilità.
Resta un dato che nessuna polemica può cancellare.
Quando un Paese discute di sicurezza con questo livello di tensione, significa che la fiducia è in affanno.
E quando la fiducia è in affanno, non basta una frase forte per ricostruirla.
Serve una strategia continua, misurabile, comunicata con trasparenza e corretta quando non funziona.
Serve anche rispetto per il dolore delle vittime e per l’ansia di chi vive certe zone come un percorso a ostacoli.
E serve la lucidità di non confondere la fermezza con l’arbitrio, perché l’arbitrio è l’anticamera del disordine.
Il punto più inquietante, dentro la denuncia televisiva, è proprio questo: la sensazione che la legge non faccia più paura.
Se quella sensazione cresce, la democrazia si indebolisce non solo per i reati, ma per la sfiducia che i reati generano.
E quando la sfiducia diventa abitudine, qualunque promessa diventa credibile, anche la più sbagliata.
Per questo il tema sicurezza va trattato con durezza nei fatti e sobrietà nelle parole.
Perché le parole possono infiammare una sera, ma sono i fatti a salvare un Paese nel lungo periodo.
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