L’attacco di Landini contro Meloni si trasforma in un duello mediatico ad alta tensione: le sue parole incendiano la piazza, ma una rivelazione inattesa ribalta il confronto e lascia il leader sindacale esposto come mai prima, di fronte a milioni di italiani|KF

Gentili telespettatori, buona giornata.

Quello che nei palazzi della politica doveva essere l’ennesimo botta e risposta tra sindacato e governo si è trasformato, in poche ore, in un duello mediatico ad altissima tensione, un campo di battaglia narrativo in cui le parole di Maurizio Landini hanno acceso la piazza, ma dove un dettaglio rimasto nell’ombra — o forse volutamente ignorato — ha finito per ribaltare completamente la percezione pubblica del confronto.

La scena si apre con Landini che torna all’attacco sulla “televisione schierata”, puntando il dito contro La7 e contro Giorgia Meloni, colpita con una frase che rimbalza ovunque: «Il vino invecchiando migliora, qui si peggiora».

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È una dichiarazione studiata, quasi scolpita per diventare virale. Un’accusa che non mira solo alla politica economica della premier, ma anche alla sua presunta metamorfosi, una narrazione che Landini cerca di ricostruire punto per punto, come se stesse montando un processo pubblico davanti alle telecamere.

Eppure, mentre le sue parole scorrono, qualcosa comincia a scricchiolare.

Il leader della CGIL denuncia una distanza siderale tra le promesse e la realtà della manovra. Parla di “incoerenza totale”, di promesse disattese, di un Paese preso in giro. Il tono è grave, teatrale, perfettamente calibrato per colpire lo spettatore.

Ma è proprio questa costruzione retorica, così precisa da sembrare chirurgica, che apre la strada a un imprevisto.

Landini sostiene che Meloni avrebbe tradito i suoi impegni sulle accise, sul contante, sulle tasse, sulla lotta all’evasione. Aggiunge la parola più pesante: condono. La pronuncia come se stesse smascherando un complotto silenzioso.

Il pubblico ascolta. Si indigna. Applaude.

Per un attimo sembra che il sindacalista abbia vinto.

Poi però arriva quel dettaglio, quella crepa, quel pezzo della storia che nessuno, almeno fino a quel momento, aveva portato alla luce.

Una crepa che cambia tutto.

Landini parla del video del 2019 in cui Meloni, ferma davanti a un benzinaio, prometteva la guerra alle accise. Lo usa come prova definitiva della sua incoerenza. Ma c’è un problema enorme: nel programma elettorale del 2022 — quello votato dagli italiani — la questione accise non compare.

È un passaggio che nella furia dell’accusa il leader della CGIL sembra dimenticare.

Un vuoto che molti interpretano come un errore superficiale.

Altri, come qualcosa di più grave.

Perché la distanza tra un video di propaganda quando si è al 1% e un programma di governo approvato dagli elettori non è un dettaglio trascurabile: è la differenza tra ciò che vale nella piazza e ciò che vale nelle urne.

E quando questo elemento riemerge in diretta, quando qualcuno rompe il silenzio ricordando che non si può accusare una premier di tradire qualcosa che non ha mai promesso nell’atto ufficiale della candidatura, la narrativa di Landini comincia a traballare.

Il sindacalista continua il suo intervento, parla del contante come strumento di evasione, dei pacchi extra UE, delle banche, degli affitti brevi. Una sequenza serrata che sembra un crescendo di indignazione. La platea lo segue, ma l’incantesimo non è più lo stesso.

C’è un punto di rottura invisibile ma palpabile.

Il pubblico si accorge che alcune accuse si basano su interpretazioni, altre su video di oltre dieci anni fa, altre su dichiarazioni pronunciate quando Meloni era ministra della Gioventù, in un contesto politico completamente diverso.

È qui che avviene la seconda rivelazione, quella che trasforma l’attacco in un boomerang mediatico.

Una fonte interna — o forse solo un osservatore particolarmente attento — ricorda che la manovra criticata con così tanto fervore è stata invece promossa e lodata da organismi internazionali come la Commissione Europea, la BCE, il FMI e perfino dalle principali agenzie di rating.

Non un dettaglio marginale.

Non un’opinione.

Un dato di fatto che si scontra frontalmente con la narrazione della “schifezza di manovra”, come l’ha definita Landini.

A quel punto il pubblico non riesce più a ignorare l’incongruenza.

Le immagini scorrono: Landini denuncia un disastro economico mentre, in parallelo, economisti e istituzioni globali parlano invece di una stabilità ritrovata, di una credibilità rafforzata, perfino di un modello da imitare.

Sembra quasi che due realtà parallele stiano cercando di sovrapporsi.

E non coincidono.

La tensione si sente, cresce, diventa elettrica.

Il sindacalista entra poi nel tema più spinoso: i condoni. Parla di un Paese che premia chi non paga, di una morale fiscale ribaltata, di uno Stato che diventa “sovventore degli evasori”.

Le sue parole sono dure, il tono è amareggiato, quasi rassegnato.

Eppure, proprio in quel momento, arriva l’ultimo colpo di scena, quello che nessuno aveva previsto e che lascerà il leader sindacale esposto come mai prima.

Landini scrive a Meloni: "Convochi incontro con parti sociali" - Avanti

Appare un documento.

Un passaggio.

Una dichiarazione del 2011 in cui la stessa Meloni si diceva favorevole a una tassa sui patrimoni in piena stagione di austerità.

Landini la usa per dimostrare l’incoerenza della premier.

Ma il pubblico — forse per la prima volta — reagisce con freddezza.

Qualcuno sussurra: «Quindici anni fa?».

È una frase che rimbalza, che si espande, che diventa un coro sordo.

E all’improvviso l’intero impianto accusatorio si affloscia.

Perché nessuno può essere condannato oggi sulla base di una frase detta quando l’Europa era in crisi, quando il governo era un altro, quando la situazione economica non aveva nulla a che vedere con quella attuale.

Quello che doveva essere un colpo mortale diventa un’arma spuntata.

E non solo: molti osservatori iniziano a domandarsi perché Landini abbia scelto proprio un esempio così fragile, così facilmente contestabile.

È qui che la percezione cambia definitivamente.

Quello che era cominciato come un attacco organizzato si trasforma in un autogol mediatico.

Un attacco che, invece di indebolire la premier, finisce per isolare il sindacalista, lasciandolo scoperto, vulnerabile, quasi smarrito.

Le telecamere lo riprendono mentre conclude il suo intervento con un ironico «Arrivederci e grazie».

Ma stavolta l’ironia non funziona.

Perché la piazza non è più incendiata.

È confusa.

Divisa.

E soprattutto consapevole che un attacco, per essere credibile, deve reggersi non sulla foga, ma sulla precisione.

Landini, forse senza accorgersene, è finito al centro del suo stesso incendio narrativo.

E in un Paese dove ogni parola diventa un titolo e ogni titolo diventa un processo, il prezzo di una crepa può essere altissimo.

Più alto di quanto chiunque, quella mattina, avrebbe potuto immaginare.

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