L’attacco a sorpresa di Giordano ha scatenato la furia di Meloni: lo scontro si è trasformato in un’aspra guerra verbale. Il Presidente del Consiglio ha annientato l’orgoglio della presentatrice e ha lasciato la sinistra completamente paralizzata|KF

Lo Studio 4 di Cologno Monzese, quella notte, non somigliava a un presidio d’informazione, ma a un laboratorio emotivo progettato per far deragliare la ragione a colpi di luce, grafica e collera.

Le lampade sparate al massimo trasformavano le scenografie in un miraggio kitsch, i cartonati accatastati in un angolo sembravano corpi inerti di gommapiuma, e le scritte in rosso e giallo pulsavano come ferite digitali: “Traditi”, “Invasione”, “Promesse rotte”.

Mario Giordano non camminava: vibrava.

Il suo completo blu elettrico sembrava scivolargli addosso di due taglie, come il guscio di un personaggio troppo furioso per restarci dentro.

La voce, quella sirena umana che ha il potere di spaccare l’aria, stava già testando la tenuta dei microfoni prima ancora che la luce rossa segnasse la diretta.

“Donato, mi senti? Voglio il primo piano sugli occhi quando glielo dico, voglio che si veda la rabbia”, urlava alla regia invisibile, gesticolando come un direttore d’orchestra che avesse perso la partitura e trovato solo il crescendo.

Dall’altro lato, seduta su uno sgabello alto di design, Giorgia Meloni portava l’assenza di movimento come un’arma.

Mario Giordano contro Giorgia Meloni, il conduttore di Fuori dal coro  attacca: perché è una "delusione"

Un tailleur panna, nettissimo, staccato dallo sfondo aggressivo, le gambe accavallate con una grazia marziale, le mani strette in grembo in una calma che sembrava più minaccia che riposo.

Non guardava Giordano.

Guardava un punto dentro, o dietro, come se stesse sollevando, una per una, le travi della propria architettura difensiva.

Per lei non era un’intervista: era un agguato, e il pericolo non arrivava dalla sinistra, da opposizioni prevedibili come nuvole autunnali, ma dal fuoco amico, quella destra viscerale e impaziente che chiede miracoli in tempi di bilancio.

Tre, due, uno.

La sigla esplose come un petardo nella gola dello studio.

Giordano si gettò subito nella lente, parlando alla pancia del paese, alla telecamera che per lui è sempre l’occhio di milioni di delusi.

“Bentornati a voi che non avete voce, a voi presi in giro, a voi che avete messo una croce sperando nel cambiamento e vi siete svegliati peggio di prima.”

Il timbro salì d’un’ottava, quasi sfregiandosi.

“Questa sera non ci sono amici. C’è lei.”

Si voltò di scatto, puntando un dito come un ufficiale che abbia riconosciuto il sabotatore.

“Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni… o dovrei dire Giorgia la Draghi? L’amica della Ursula?”

La regia staccò sul primo piano della premier.

Mezzo sorriso gelido increspò un millimetro di labbra.

“Buonasera, Mario. Buonasera agli italiani”, disse con una voce bassa, addestrata a spegnere gli incendi altrui.

“Vedo che stasera sei in forma. Hai preso il caffè doppio.”

Giordano non concesse tregua.

Strappò via un telo: sotto, un grafico a barre rosso sangue, scompigliato, vociante.

“Li vedi? Questi sono gli sbarchi! Il doppio! Il triplo! E tu cosa fai?”

Afferrò un cartonato con la foto di Meloni in piazza, tre anni prima, le vene del collo come corde tese.

“‘Blocco navale!’ urlavi. ‘La pacchia è finita!’”

“E oggi? Lampedusa scoppia, i centri collassano, e tu vai a Bruxelles a prendere il tè.”

“Come ti giustifichi, Giorgia? Come dormi la notte?”

Il silenzio che seguì fu calibrato come una lama che non si vede.

“Hai finito lo show, Mario?” disse Meloni, tagliando il tempo in tre secondi netti.

“Se hai finito di urlare per fare audience, possiamo spiegare agli italiani come funziona il mondo reale.”

Si sporse, i gomiti sulle ginocchia, lo sguardo duro, chirurgico.

“Tu parli di tradimento.

Tu hai il lusso di fissare il dito.

Io ho il dovere di guardare la luna.”

“Il blocco navale non si fa con i cannoni sui barchini.

Non schiero la Marina contro disperati per condannare l’Italia all’isolamento e alla rovina economica il giorno dopo.”

Giordano provò a infilare la lama, ma lei alzò una mano e l’aria si fermò un istante.

“Mi hai accusato, ora ascolti.”

“L’obiettivo è fermare le partenze, il metodo dev’essere quello di uno Stato serio.

Accordi con Tunisia, lavoro con Egitto, l’intesa con l’Albania che la sinistra contesta.

Ci vuole tempo.”

“Tu vuoi la bacchetta magica.

Io trasformo la destra in forza credibile.

Non una mascotte isolata che abbaia alla luna mentre altri decidono.”

Giordano si rimise in moto, come se le parole gli fossero entrate nelle scarpe.

“Ma quali accordi? La gente ha paura adesso!”

Corse verso una bicicletta distrutta, un oggetto di scena, una reliquia di cronaca.

“Eccola! Rapinata da un irregolare con tre decreti di espulsione!” urlò brandendo la storia come un trofeo.

“Tu parli di credibilità.

Chi se ne frega della credibilità se non siamo sicuri a casa nostra?”

Si voltò, l’aria trafitta da quel tono feroce.

“Dov’è finita la Giorgia dei ‘prima gli italiani’?

Adesso sembra ‘prima l’Europa, prima i mercati, prima lo spread’.

Ti hanno addomesticata.

Sei entrata leonessa, sei diventata gattina da salotto.”

La mascella di Meloni si irrigidì.

Gli occhi si fecero fessure.

“Mario,” sibilò, con un tono così basso da scavare.

“Gattina da salotto, dillo a qualcun altro.”

“Combattere ogni giorno contro burocrazie, vincoli, stampa ostile è responsabilità, non decoro da salotto.”

“È facile fare il populista col denaro del Monopoli,” alzò la voce, e lo studio tremò più per il freddo che per il volume.

“Dici ‘spacchiamo tutto, usciamo dalle regole’, ma sulla sedia di Palazzo Chigi ci sono i mutui delle famiglie, le pensioni, il debito.”

“Se domani facessi quello che tu urli, l’Italia fallirebbe in tre giorni.”

“Tu avresti una puntata record.

La ‘gente’ morirebbe di fame.”

“Ho scelto la responsabilità.

Se per te è essere addomesticati, benedico la museruola.

Preferisco la realtà al baratro.”

Si avvicinò, l’indice puntato, non come arma, ma come nota a margine che diventa titolo.

“Parli di sicurezza?

Chi ha sbloccato le assunzioni nelle forze dell’ordine?

Chi ha introdotto il reato universale per gli scafisti?

Noi.”

“Ma tu campi sulla paura.

Io lavoro per risolverla.”

Giordano incassò, ma cercò un nuovo varco.

“Impotenza!” scarabocchiò su una lavagna bianca, graffiandola come se fosse una corte.

“Carburante alle stelle, accise promesse e mai tagliate.

Le banche?

Gli extra-profitti?

Hai fatto marcia indietro, notte tempo, come i ladri!”

Trascinò una pompa di benzina arrugginita, la pistola erogatrice come un’arma scenica.

“Lo Stato pizzo: ti piace, eh?”

“La benzina, Giorgia! Te la ricordi la tua indignazione in video?”

Meloni raddrizzò la schiena, il viso una lastra.

“Vuoi sapere perché non ho tagliato le accise, Mario?”

“Dieci miliardi per venti centesimi per tre mesi, anche per chi ha Ferrari e SUV?

Oppure soldi a famiglie per le bollette e taglio del cuneo ai lavoratori?”

“Ho scelto la seconda.

Giustizia sociale, non spot.”

“Vuoi bruciare milioni per due fotografie.

Io li tengo accesi per il riscaldamento dei poveri.”

Giordano esplose.

“Giustizia sociale?

Hai tolto il reddito di cittadinanza con un SMS!”

“E le banche? I tuoi nuovi amici!”

“Extra-profitti urlati e poi ritirati.

Ti ha chiamato la BCE?

Ti ha chiamato chi comanda?”

“La norma l’hai cambiata di notte.

Zero euro allo Stato, utili record, mutui alle stelle.”

“Forte con i deboli, debole con i forti: questo è il tuo governo.”

Meloni sentì il colpo dove fa più male: nella grammatica della destra sociale.

“Se semplifichi ciò che non si può semplificare, diventi pericoloso, Mario,” ribatté.

“La norma rafforza il patrimonio degli istituti per proteggere i risparmi.”

“Preferivi far crollare il credito per un titolo?”

“Preferivo che mantenessi la parola,” lo sovrastò, ferocemente teatrale.

“Due miliardi agli ospedali, non alle riserve delle banche!”

“Tu hai paura dei mercati, hai paura dello spread.

Hai promesso che non saresti ricattabile e sei la più ricattabile di tutte.”

Meloni scattò in piedi.

“Basta!”

“Non ti permetto di dire che cerco la poltrona.”

“Porto a casa soldi del PNRR, l’Italia cresce più della Germania: è un fatto.”

“Il resto è cabaret per pubblicità dei materassi.”

La regia sentì la temperatura scendere e, istintivamente, abbassò le luci.

Giordano prese l’ultimo oggetto: uno specchietto.

Lo tese verso di lei, lento, malefico.

“Guardati, Giorgia.”

“Vedi la underdog? La donna del ‘io sono madre, sono cristiana’?

O vedi qualcos’altro?”

La voce diventò sussurro velenoso.

“Dov’è la battaglia contro il pensiero unico?

Dov’è l’ideologia gender nelle scuole?

Hai la Rai, hai Cultura, e non è cambiato niente.”

“Ti sei piegata per un applauso del New York Times.

Hai venduto Dio, patria e famiglia per la poltrona.”

Lo specchio cadde, un suono secco, un confine.

Meloni chiuse la cartellina.

Entrò nel suo cerchio di luce, come un chirurgo che sceglie il tavolo operatorio.

“La differenza tra me e te,” disse, e la voce era normale, spaventosa proprio per questo, “è che tu difendi l’identità con slogan e rosari televisivi.”

“Io la difendo facendo sì che una famiglia italiana possa fare la spesa e mandare i figli a scuola.”

“Tu vuoi guerra culturale, perché ti porta ascolti.”

“Io non voglio che l’Italia affondi.”

“Dici che sono mainstream?

Forse sono solo cresciuta.”

“Per difendere l’Italia non serve isolarsi e abbaiare alla luna.

Serve sedersi dove si decide.”

“Tu sei la caricatura della destra.

Io sono la destra che governa.”

“Continua con le zucche e gli specchietti.

Io vado a firmare decreti.”

“Tu fai rumore.

Io faccio storia.”

Il suono dei tacchi sul pavimento lucido fu un metronomo.

Andò via, e portò con sé qualcosa che nello studio rimase visibile solo per assenza: il centro di gravità.

Giordano rimase sotto il riflettore come un apostolo senza fede.

Alzò il dito, aprì la bocca, ma si accorse che non c’era più nessuno a cui vendere la rabbia: la scena aveva cambiato proprietario.

“Donato… manda la pubblicità,” sussurrò, gli occhi lucidi come se avesse appena perso l’ultima parola e avesse trovato, al suo posto, un silenzio che non sapeva maneggiare.

Le luci si spensero.

Il duello era finito, ma il riverbero no.

Nei corridoi dei palazzi, la voce della sera corse veloce: la premier aveva trasformato l’assalto in un processo, e lo aveva concluso con un verdetto senza tribunale.

La sinistra, che sperava fosse uno smartphone acceso in attesa di un selfie col caos, rimase per qualche ora paralizzata, come se la grammatica dello scontro fosse stata riscritta da un colpo di scena più crudele della puntata stessa.

La destra viscerale digrignò, i commentatori contarono grafici e tacchi, ma tra cartoni e pistole di benzina, la sola cosa che rimase davvero in piedi fu la differenza tra chi abbaia e chi firma.

Lì, tra un grafico rosso e una cartellina chiusa, si vide la faglia del tempo: il passaggio dall’urlo alla decisione, dal dito alla luna, dalla rabbia al governo.

Il resto, quella sera, non fu informazione.

Fu un esperimento emotivo su cosa significhi portare l’identità fuori dai comizi e dentro i decreti.

Con tutti i rischi.

Con tutte le ferite.

E con quella freddezza d’acciaio che, quando non cede, non conquista applausi: conquista la scena.

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