“Il misterioso silenzio del denaro di Dio.” Papa Leone XIV muove una pedina che nessuno aveva previsto: blocca il potere della Banca Vaticana e ridisegna il cuore economico della Santa Sede. Perché ora? Cosa ha scoperto tra le carte segrete dei conti pontifici? Tra sospetti di manovre occulte e tensioni nella Curia, il Papa sembra deciso a spezzare un cerchio di silenzi e privilegi antichi. Ma dietro la riforma… si nasconde forse una verità troppo scomoda per essere detta ad alta voce?|KF

Papa Leone XIV sta cambiando il modo in cui il Vaticano gestisce i suoi investimenti finanziari, riducendo il potere dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR), noto anche come Banca Vaticana, nella gestione del Fondo Apostolico.

Papa Leo XIV –  REUTERS

Il misterioso silenzio del denaro di Dio.

Papa Leone XIV muove una pedina che nessuno aveva previsto: blocca il potere della Banca Vaticana e ridisegna il cuore economico della Santa Sede.

Perché ora? Cosa ha scoperto tra le carte segrete dei conti pontifici?

Tra sospetti di manovre occulte e tensioni nella Curia, il Papa sembra deciso a spezzare un cerchio di silenzi e privilegi antichi.

Ma dietro la riforma… si nasconde forse una verità troppo scomoda per essere detta ad alta voce?

La data è segnata: 6 ottobre. Con la Costituzione apostolica Coniuncta Cura, il pontificato di Leone XIV imprime un cambio di passo che sorprende per ampiezza e tempismo.

L’architettura precedente, varata nel 2022, aveva concentrato nella IOR — l’Istituto per le Opere di Religione, meglio noto come Banca Vaticana — una funzione di vigilanza quasi monocratica sulla gestione dei fondi e della liquidità della Santa Sede.

Oggi quel disegno viene disattivato, e al suo posto emerge un principio che suona insieme teologico e manageriale: la “corresponsabilità”.

Non più un unico centro, ma una costellazione di ruoli definiti, con competenze distribuite e un tracciato di controllo incrociato.

Il nuovo schema è, in apparenza, semplice: l’APSA, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, diventa il braccio operativo per gli investimenti finanziari, che continueranno a transitare attraverso la IOR salvo diverso giudizio delle autorità competenti.

La clausola di flessibilità — la possibilità di servirsi di intermediari esteri quando “più efficaci o convenienti” — introduce un’aria nuova: non un rifiuto dell’istituzione storica, ma la sua ricollocazione dentro un sistema che privilegia la finalità alla forma, la prudenza alla rendita di posizione.

In mezzo, la Commissione di Vigilanza sugli Investimenti a fare da bussola normativa e morale, chiamata a pesare rischio, coerenza etica, rendimenti e trasparenza.

È qui che nasce il racconto più intrigante: perché ora? Perché rimettere mano, con decisione, a un meccanismo appena consolidato pochi anni fa?

Una parte della risposta è nei numeri e nei fatti. Nell’ultimo decennio la IOR ha percorso un lungo corridoio di riabilitazione: procedure antiriciclaggio rafforzate, vigilanza interna e cooperazione con autorità internazionali, rendicontazioni più dettagliate, utili in crescita moderata ma costante.

Nel 2024, i movimenti complessivi gestiti hanno toccato 5,7 miliardi di euro, con un utile di esercizio intorno ai 32,8 milioni.

È la fotografia di un’istituzione che ha ripreso fiato e credibilità. Eppure, paradossalmente, è proprio quando l’edificio sembra tornare stabile che il Papa decide di cambiare la pianta dei corridoi.

Il segnale è duplice. Sul piano tecnico, si abbandona l’idea di un “monopolio” interno come garanzia di sicurezza, in favore di un ecosistema di responsabilità con linee di comando plurali e verificabili.

Sul piano simbolico, si afferma che il denaro della Chiesa — il denaro “di Dio”, se si accetta la formula giornalistica — non può abitare luoghi di opacità, nemmeno per tradizione.

La trasparenza qui non è solo un obbligo legale; diventa una virtù istituzionale, un gesto catechetico prima ancora che amministrativo.

L’unità di intenti, suggerisce la Coniuncta Cura, non coincide più con l’unità dell’organo, ma con la chiarezza delle regole e la tracciabilità delle scelte.

Resta l’ombra che alimenta sussurri e supposizioni: cosa ha visto Leone XIV nelle carte riservate, nei report interni, nei margini contabili che non arrivano nei comunicati pubblici?

L’ipotesi più realistica parla meno di “scoperte” explosive e più di una constatazione lenta: il rischio non vive soltanto dove mancano i controlli, vive anche dove i controlli non si parlano, dove i confini sono sfumati e i ruoli, col tempo, diventano abitudini.

Un sistema efficiente per definizione tende a chiudersi; un sistema virtuoso per scelta, invece, si lascia osservare.

L’idea di corresponsabilità serve a spezzare inerzie, a evitare che un’unica istituzione sia al tempo stesso cassiere, tesoriere e guardiano, con l’inevitabile zona grigia che ne deriva.

Non si tratta, va detto, di una reprimenda postuma verso la IOR.

Anzi, gli uomini che negli ultimi anni l’hanno guidata — dal presidente Jean-Baptiste Douville de Franssu al direttore generale Gian Franco Mammi — rivendicano, con dati alla mano, un percorso di rigore avviato già con Francesco.

Ed è interessante che proprio da loro sia arrivata una lettura di continuità: Leone XIV, dicono, non smonta quanto costruito, ma lo porta a compimento.

Se il decennio passato è servito a bonificare il terreno, ora si piantano alberi con radici più larghe.

Allo stesso tempo, la possibilità di ricorrere a intermediari esteri, quando il mercato lo richiede, è un riconoscimento pragmatico del fatto che la finanza moderna non si governa con confini medievali.

Là dove i detrattori scorgono una mossa politica — un ridimensionamento della Curia economica più influente, una punizione per antichi silenzi — la riforma pare descrivere un’altra ambizione: costruire un ordinamento in cui l’intenzionalità evangelica della gestione del patrimonio sia verificabile atto per atto.

Non basta proclamare criteri etici: bisogna poter mostrare quando e come incidono sulle scelte di portafoglio, quali settori si escludono, quali parametri ESG si adottano, quali soglie di rischio si accettano in funzione della missione.

La corresponsabilità diventa così anche una grammatica della rendicontazione: ogni decisione ha un luogo di nascita, un perimetro di analisi, un responsabile sottoscrivente.

Rimane il tema delicatissimo del “silenzio”. Il denaro in Vaticano ha sempre amato il basso profilo, custodito tra pergamene, archivi e sigilli che raccontano una storia di prudenza ma anche di autodifesa.

Silenzio come virtù, quando protegge la riservatezza dei donatori, la sicurezza dei beneficiari, la discrezione della carità.

Silenzio come vizio, quando diventa schermo di inefficienze, corridoio per favoritismi, tana per rendite.

La Coniuncta Cura sembra chiedere di distinguere i due silenzi e di scegliere, una volta per tutte, il primo.

I conti non devono essere un confessionale in cui la verità resta tra penitenze e assoluzioni; devono essere un registro leggibile, perché il patrimonio è mezzo e non fine, strumento e non possesso.

La Curia, prevedibilmente, trema e discute. Ogni riassegnazione di poteri apre crepe nelle abitudini, rimette in circolo vecchie domande: chi decide davvero?

Chi perde influenza? Chi guadagna una sedia al tavolo? Eppure questa è una crisi buona, una crisi che educa.

Un apparato spirituale che amministra beni così estesi — immobili, fondi, partecipazioni, flussi di donazioni — non può evitare il linguaggio del rischio e del rendimento.

Può, semmai, riscriverne le premesse: l’orizzonte non è la massimizzazione, ma la coerenza.

L’efficienza non coincide con il profitto, ma con la capacità di sostenere la missione nel tempo, senza debiti morali né zone d’ombra.

C’è un’ultima pista, quella che riaccende il fascino del mistero: dietro la riforma, si cela una verità troppo scomoda per essere detta?

Forse la scomodità non abita un singolo dossier, ma la consapevolezza che la Chiesa non può più permettersi di chiedere fiducia senza offrirne in cambio.

La modernità, che spesso bussa alle porte del Vaticano con il piglio dell’estranea, in realtà pone una domanda antica: a chi siete responsabili?

La risposta di Leone XIV, pur con la calma dei documenti d’ufficio, suona quasi rivoluzionaria: responsabili a Dio, certo, ma anche agli uomini; alla legge, alla comunità dei fedeli, alla ragione morale che regge i conti come regge le coscienze.

Intanto i numeri scorrono come fiumi silenziosi. L’utile cresce di qualche punto, i flussi rimangono importanti, gli indicatori di compliance scrivono pagine di normalità virtuosa.

È la quotidianità invisibile della finanza che funziona: nessun colpo di scena, molte piccole correzioni, controlli incrociati, modelli di rischio aggiornati, comitati che si riuniscono, relazioni che si archiviano.

Ma proprio qui, nelle stanze dove la noia è un merito, si gioca il destino della riforma.

O la corresponsabilità diventa prassi — una coreografia che allinea APSA, IOR, Commissione di Vigilanza e Segreteria per l’Economia — oppure resterà un bel titolo, una promessa senza carne.

Il senso ultimo del “misterioso silenzio del denaro di Dio” sta forse in questo paradosso: rendere il denaro meno rumoroso, perché più raccontato.

Quando tutto è tracciabile, quando ogni deviazione lascia passi sulla sabbia, non c’è bisogno di proclami. Restano i rendiconti, i criteri pubblici, le scelte coerenti nel tempo.

Restano anche gli inevitabili errori, che però smettono di essere scandali e tornano ad essere fallimenti correggibili. Il silenzio non è più occultamento, ma quiete operosa.

E in quella quiete, la riforma di Leone XIV trova la sua ragione: non punire qualcuno, ma educare tutti.

Forse, tra anni, scopriremo che la mossa di oggi non fu un atto di diffidenza verso la Banca Vaticana, ma un atto di fiducia verso un’idea più matura di governo dei beni ecclesiali.

Un’idea in cui la santità non teme la contabilità, e la contabilità non si vergogna della santità.

Fino ad allora, il compito è meno eroico e più severo: applicare le regole, misurare gli effetti, accettare la fatica della trasparenza.

Se una verità scomoda c’era, è stata spostata dalla zona d’ombra alla luce di una procedura.

E non è poco, per un’istituzione che ha imparato nei secoli a custodire segreti: trasformare il segreto in responsabilità, e la responsabilità in pace amministrativa.

In fondo, il denaro di Dio non ha bisogno di parlare; ha bisogno di essere capito. E per essere capito, deve farsi vedere.

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