Greta Thunberg sfida Meloni su un tema estremamente delicato, ma la reazione inattesa della premier ribalta completamente lo scontro, lasciandola in un silenzio totale|KF

L’aria dentro lo Studio 5 di via Teulada non scaldava, crepitava.

Era elettricità statica, un velo sottile e nervoso steso sulle gradinate dove il pubblico selezionato—studenti con le braccia incrociate, operai in pensione, imprenditori del Nord Est, madri di famiglia—si era seduto come un mosaico d’Italia in attesa di un verdetto.

Non volava una mosca, e quando un tecnico delle luci attraversava in alto le passerelle, lo faceva con la cautela dei gatti: consapevole che il minimo sussulto avrebbe potuto spezzare la tensione cristallina che precede la diretta.

Al centro, un tavolo di cristallo a ferro di cavallo separava due mondi che, in un ordinario manuale di diplomazia, non dovrebbero mai toccarsi.

A sinistra, Greta Thunberg.

Greta Thunberg: il discorso all'ONU sul climate change - Vogue | Vogue  Italia

La divisa d’ordinanza: felpa grigia con cappuccio, jeans scuri, scarpe da ginnastica consunte.

Nada trucco.

Capelli raccolti in quelle trecce che l’hanno resa icona globale e che, qui, sotto le luci italiane, sembravano accentuare un’ingenuità dura, quasi fuori luogo.

Tra le mani stringeva un fascicolo di fogli stropicciati, appunti in pennarello, punti esclamativi, parole chiave.

Gli occhi saettavano verso le telecamere, come a cercare il contatto che nei cortei di Stoccolma e New York le aveva garantito alleanze.

Ma in questo studio avvertiva un gelo sottile, un’ostilità latente: non la piazza, non il coro, non l’abbraccio.

A destra, Giorgia Meloni.

Celebrazione degli 80 anni de Il Tempo, intervista al Presidente Giorgia  Meloni. Collegatevi! - YouTube

La presidente del Consiglio si accomodava proprio in quell’istante, con una lentezza studiata.

Taglier blu notte, taglio impeccabile, una spilla tricolore sul bavero sinistro che catturava la luce.

Nessun fascicolo.

Solo un bicchiere d’acqua e una penna stilografica posata sul cristallo con un click appena udibile—eppure, lì, si sentì come l’armare del cane di una pistola.

La premier non cercava l’obiettivo.

Guardava Greta.

Non con rabbia, non con disprezzo.

Un’espressione indecifrabile, un misto di curiosità clinica e calma quasi materna, che a molti fece sembrare la veemenza dell’attivista un capriccio adolescente ancora prima che il dibattito iniziasse.

Bruno Valli, veterano del giornalismo politico, capelli argentati, voce baritonale, fece il segnale.

Sigla.

Un crescendo di archi, applauso breve, comandato.

“Buonasera agli italiani,” esordì Valli guardando in camera.

“Questa non è una semplice intervista.

È lo scontro tra due visioni del mondo.

Da una parte l’attivismo globale che chiede di fermare il mondo per salvarlo.

Dall’altra il pragmatismo di governo che deve far funzionare il mondo ogni giorno.”

Si voltò verso Greta.

“Lei ha usato parole durissime a Roma, definendo il governo fascista e complice di genocidio.

Le conferma qui, davanti al capo di quel governo?”

Greta si sporse verso il microfono.

Parlava inglese, la traduzione simultanea gracchiava nelle cuffie del pubblico.

Ma il tono non aveva bisogno di traduzione: vibrante, accusatorio, colmo di rabbia convinta.

“Assolutamente sì,” iniziò, la voce tremante di adrenalina.

“Non ritiro nulla.

Sono qui perché il vostro silenzio è assordante mentre a Gaza si consuma un genocidio.

L’Italia continua a fare affari, a vendere armi, a stringere mani sporche di sangue.

E non basta.

Il vostro governo è fascista perché reprime il dissenso: avete criminalizzato gli ecoattivisti, trattate chi difende il pianeta come terrorista.

La vostra inazione sul clima è violenza.

State rubando il mio futuro e quello della mia generazione per proteggere i profitti delle vostre aziende fossili.”

Puntò l’indice verso la premier.

“Siete dalla parte sbagliata della storia, e la storia vi giudicherà.”

Il pubblico mormorò, un fischio isolato dai piani alti, subito zittito.

Greta si riassestò, convinta di aver sferrato il colpo.

Era il copione classico: genocidio, fascismo, clima, futuro.

Di solito, i politici arretravano.

Giorgia Meloni, invece, sorrise.

Non uno sberleffo.

Un sorriso stanco, come quello di una madre che ha ascoltato una lectio appena dopo un articolo su internet.

Prese il bicchiere, un sorso.

Poi si avvicinò al microfono, calma glaciale.

“Ha finito, signorina Thunberg?” chiese, voce bassa, pulita, priva di inflessioni, quasi distillata dal protocollo.

Greta annuì, sfidante.

“Bene,” disse la premier, intrecciando le dita sul tavolo.

“Innanzitutto, benvenuta in Italia.

Spero che il viaggio sia stato comodo.

Immagino first class o volo privato, considerati i tempi stretti della sua agenda.

Ma non siamo qui per fare i conti della serva sulla sua impronta di carbonio personale.

Sarebbe facile, sarebbe poco elegante.”

Il primo colpo, sordo e netto, atterrò.

Greta arrossì impercettibilmente.

“Vede, Greta,” continuò Meloni, usando il nome di battesimo come per toglierle l’aura d’icona e riportarla all’anagrafe, “lei ha recitato un copione.

Bene, con passione.

Riconosco il talento.

Ma c’è un problema.

Questo è uno studio della Repubblica italiana, non un palco di un concerto rock.

Qui le parole hanno un peso specifico diverso.”

“Ha usato ‘fascista’,” si fermò, lasciando che la parola fluttuasse.

“Sa cosa significa, o lo usa come sinonimo di ‘non mi piace’?

Perché definire fascista un governo eletto col più alto consenso popolare degli ultimi quindici anni, in libere elezioni, è un insulto non a me—io ho le spalle larghe—ma a milioni di italiani che hanno votato.

Lei è venuta a casa nostra a dire a sessanta milioni di persone che non sanno scegliere.

Questa non è difesa della democrazia.

Questa è arroganza.

La tipica arroganza di chi pensa di avere la verità in tasca perché ha molti follower.”

Greta provò a interrompere.

La premier alzò una mano.

Imperiosa, netta.

“Non mi interrompa.

L’ho ascoltata mentre mi insultava.

Ora lei ascolta la realtà.”

“Parla di repressione del dissenso.

In questo momento è in diretta nazionale, davanti al capo del governo, libera di dire le peggiori cose.

Nessuno l’ha fermata alla frontiera, nessuno la porterà via in manette.

Se fossimo nel regime fascista che lei immagina, non sarebbe qui.

Sarebbe al confino.

Il fatto stesso che possa sedere con quella felpa e puntarmi il dito è la prova vivente che la sua tesi è una menzogna.”

La telecamera indugiò su Greta.

Sorpresa.

Aveva preparato Gaza e clima, non libertà costituzionale.

“Avanti,” incalzò Meloni, la voce che accelerava appena, martellante.

“Lei ha incitato a fermare il paese.

Sa cosa chiede?

Ha mai lavorato, Greta?

Mai timbrato un cartellino alle sei?

Aspettato un autobus per una chemioterapia o per portare un figlio a scuola prima di correre in fabbrica?”

La premier si sporse, gli occhi acciaio.

“Quando vi sedete sul raccordo anulare o imbrattate monumenti, non danneggiate i ‘poteri forti’.

Non danneggiate me—io mi muovo con la scorta.

Danneggiate il precario che se arriva tardi perde il posto.

Bloccate l’ambulanza.

Rovinando la giornata a quel popolo che dite di salvare.”

“Giustizia climatica,” concluse, “ma ingiustizia sociale.

L’hobby dei ricchi che giocano alla rivoluzione sulla pelle dei poveri.”

Un applauso spontaneo esplose dalle gradinate.

Persone comuni, metro alle sette, mani che battono.

Greta si guardò intorno, disorientata.

“No, voi non capite,” urlò, cercando di coprire il suono.

“La casa brucia.

Che importa del traffico se tra vent’anni saremo sott’acqua?

Guardate il dito, non la luna.”

Meloni attese.

Il silenzio tornò, e lei lo usò come strumento.

“Ecco la differenza,” riprese, tono più basso, costringendo tutti a tendere l’orecchio.

“Lei vive nel futuro ipotetico, catastrofico: un film di Hollywood.

Io nel presente.”

“Dice: chiudete tutto, smettete il gas, ora.

Facciamo un gioco.

Stasera firmo il decreto.

Chiudiamo Eni, spegniamo centrali, blocchiamo import di gas.”

“Domani mattina l’Italia fallisce.

Le industrie chiudono, milioni perdono il lavoro, famiglie non si scaldano, ospedali senza elettricità.

Muoiono migliaia, non tra vent’anni—domani.”

Sorrise.

Tagliente.

“È disposta a sacrificare la vita di milioni oggi per una sua teoria sul domani?

È facile fare i radicali con la pancia piena e il welfare svedese.

L’Italia è manifattura.

La transizione si fa con tecnologia, investimenti e tempo—non coi capricci di chi non ha mai pagato una bolletta.”

Bruno Valli intervenne, vedendo la difficoltà di Greta.

“Presidente, però, l’accusa su Gaza e le armi è precisa.

La complicità nel genocidio è pesante.”

Meloni si voltò lentamente, poi tornò su Greta.

“Il genocidio,” scandì, non per il concetto, ma per l’uso improprio.

“Greta, sa dov’è il Mar Rosso?

Sa chi sono gli Houthi?

Conosce la differenza tra Hamas e Autorità Nazionale Palestinese, o le sue informazioni vengono da video di quindici secondi?”

Greta aprì la bocca.

Meloni non glielo permise.

“Ha usato ‘complicità’.

Ignora, o finge di ignorare, che l’Italia ha una delle legislazioni più severe sull’export di armi verso paesi in conflitto—185 del 1990.

Abbiamo bloccato vendite di armamenti impiegabili contro civili.

Ma lei non lo sa.

Non le interessa la verità, le interessa lo slogan.

Lei vuole il cattivo per sentirsi l’eroina.”

Si appoggiò allo schienale, braccia incrociate.

“Parla di pace, ma sfila accanto a chi cancellerebbe Israele dalla mappa.

Parla di diritti umani, ma in certi cortei cammina insieme a organizzazioni che impiccano gli omosessuali e considerano le donne bestiame.”

“Nel suo mondo ideale, liberato dal capitalismo occidentale, una ragazza come lei a Gaza o Teheran, senza velo, urlando contro il governo, dove finirebbe?

Le dico io: non in TV.

In una fossa.”

Il silenzio fu tombale.

Greta impallidì.

La narrazione a blocchi si sgretolava sotto un realismo brutale.

“Lei è fortunata, Greta,” concluse, voce morbida e letale.

“È figlia dell’Occidente libero e capitalista che disprezza.

È proprio quel sistema che le permette di girare il mondo, di essere ricca, famosa, e di insultarmi in faccia.

Lei è il prodotto di lusso del mondo che vorrebbe distruggere.

Ed è l’ironia più triste di questa sera.”

Valli cercò di rimettere in parità.

“Greta, la presidente ha sollevato il punto cruciale: sostenibilità economica e sociale della transizione.

Lei chiede zero emissioni subito: cosa dice all’operaio dell’automotive che teme l’elettrico imposto dall’Europa?”

Greta si raddrizzò.

Aveva incassato, ma ora gli occhi le brillavano della luce fanatica di chi sente addosso una missione.

“Voi parlate di economia come fosse legge della fisica,” esplose, la voce che risaliva.

“Il denaro è invenzione.

La CO2 è fisica.

Se superiamo 1,5 gradi, non ci sarà economia, non operai, non fabbriche—solo deserto e morte.

Voi siete ossessionati dal PIL mentre l’ecosistema collassa.

La soluzione è smettere: smettere di estrarre, smettere di bruciare—adesso.”

“Voi mi chiamate radicale.

No.

Io sono l’unica realista qui.”

La mano sbatté sul tavolo.

Un gesto di forza che, sotto queste luci, suonò infantile.

Meloni non si mosse.

Attese due secondi.

Il tempo di far decantare l’eco.

Poi si schiarì la voce.

“Vede, Valli,” disse, rivolgendosi al conduttore e ignorando volutamente Greta per un istante, “questo è il problema: non vogliono risolvere.

Vogliono la decrescita.

Non quella felice—che è favola per bambini ricchi.

La decrescita infelice: povertà di Stato.”

Gli occhi tornati sulla svedese si fecero analitici.

“Dice: ‘Ascoltate la scienza’.

Facciamolo, Greta.

Parliamo di scienza—non dei cartelloni colorati, ma dell’ingegneria e della fisica che cita a sproposito.”

Prese la stilografica, giocherellandoci come fosse una bacchetta.

“Vuole eliminare i fossili domattina.

Ottimo.

Mi dica il fattore di capacità medio di un impianto eolico offshore nel Mediterraneo rispetto al Mare del Nord.

E come garantisce il base load, il carico di base per la rete, quando non c’è vento né sole, se spegniamo il gas e non abbiamo nucleare?”

“Con le batterie?

Sa quanti tonnellate di litio e cobalto servirebbero per stoccare l’energia di un paese industriale come l’Italia, per sole 48 ore?

Ha idea dell’impatto estrattivo in Africa, dove lavorano bambini della sua età?”

Greta balbettò “rinnovabili” e “investimenti”.

“No,” la incalzò Meloni.

“Non slogan.

Numeri.

Conosce la differenza tra potenza installata ed erogata?”

Silenzio.

Greta fissò il cristallo.

“Vede,” affondò la premier con cortesia disarmante, “è facile urlare ‘how dare you’.

È più difficile studiare come funziona una rete di trasmissione ad alta tensione.

Lei non è un’esperta, Greta.

Lei è un simbolo.

E i simboli vanno bene sulle bandiere, non per scrivere leggi di bilancio.”

“Propone soluzioni semplici a problemi complessi.

E per ogni problema complesso c’è una soluzione semplice—puntualmente sbagliata.”

Si sporse appena, il viso perfettamente illuminato.

“E c’è un’altra cosa, la più grave.

Nel suo tour italiano ha trattato l’Italia come repubblica delle banane.

Ha detto che il nostro governo è farsa, le istituzioni ridicole.

Che qui si può fare tutto perché nessuno controlla.”

La voce si fece più dura, vibrante.

“Lei crede che possiamo essere trattati da colonia culturale.

Che siamo un popolo di camerieri pronti a farsi insultare dal turista.

Forse è abituata a una certa sinistra che si vergogna della bandiera.

Ho una notizia: quell’Italia è finita.”

Indicò lo studio, le telecamere, il pubblico.

“Questa è la nazione che ha inventato diritto, arte, banca, università.

La seconda manifattura d’Europa.

Un membro del G7.

Non un parco giochi per rivoluzionari annoiati.”

“Quando dice ‘bloccate tutto’, insulta il lavoro di generazioni che hanno ricostruito un Paese dalle macerie di una guerra vera.

Insulta le forze dell’ordine che garantiscono la sua sicurezza, mentre lei le chiama fasciste.

Insulta la magistratura, le istituzioni.”

Greta provò a replicare.

“Le istituzioni che non agiscono contro il clima sono criminali.”

“Le istituzioni,” la interruppe Meloni, definitiva, “sono l’unica cosa che ci separa dalla barbarie.”

“Lei odia lo Stato, Greta, eppure ne pretende i poteri.

È l’ipocrisia di chi vuole diritti senza doveri.”

Guardò l’orologio.

“E poi c’è la Cina,” disse con un sorriso che non arrivò agli occhi.

“L’Italia produce meno dell’uno per cento delle emissioni globali.

Se domani sparissimo, il clima non cambierebbe.

La Cina è al trentatré per cento e apre due centrali a carbone a settimana.

Non va a Pechino a bloccare strade, vero?

Non va in piazza Tiananmen a urlare ‘governo fascista’ a Xi Jinping.”

Tornò a fissare Greta.

“Sa perché?

Perché lì non c’è Bruno Valli che la invita in studio.

Lì non c’è la polizia italiana che la protegge mentre insulta.

Lì ci sono i campi di rieducazione.”

“Lei ha coraggio solo con le democrazie occidentali—le uniche che oggi si stanno suicidando economicamente per inseguire le vostre follie green—mentre i veri inquinatori ridono e ci comprano a pezzi.”

“Lei, senza accorgersene, è l’idiota utile dei regimi peggiori.

Lavora per indebolire l’Occidente, renderci dipendenti e poveri.

Io ho il dovere di impedirlo.”

Greta sembrava rimpicciolita.

Il fascicolo diventato carta velina tra le dita.

Non era abituata a questo.

Era abituata al selfie politico.

Non al rigore di chi rifiuta le premesse.

“Lei crede di essere la rivoluzione,” disse la premier abbassando la voce, un sussurro teatrale che arrivò in ogni casa.

“Ma è marketing.

E il marketing passa di moda.

La realtà resta.”

“Gli italiani sono stanchi di sentirsi in colpa per lavorare, guidare, scaldarsi.

Stanchi dei vostri sermoni.

E stasera lei ha capito una cosa: l’Italia non è più disposta a porgere l’altra guancia.”

Valli prese la parola.

“Mancano pochi minuti.

Greta, vuole replicare?

Ha parlato di ‘bloccare tutto’: è una minaccia?”

Greta guardò Meloni, poi la telecamera.

Nei suoi occhi, non più sicurezza: confusione.

“È legittima difesa,” disse, la voce incrinata.

“Se la legge permette la distruzione del pianeta, violarla è dovere morale.

Non mi interessano le vostre regole burocratiche quando la casa brucia.”

Meloni non rispose subito.

Chiuse la penna.

Click.

Il suono secco fu una sentenza.

“Vede, Greta: confonde libertà con anarchia.”

“Ha detto che l’Italia è repubblica delle banane.

Stasera ha scoperto che non è così.”

Si sporse, invadendo con la sola presenza lo spazio avversario.

“Lei è libera di pensare che siamo criminali.

Non è libera di agire come tale.”

“Ha incitato al blocco di servizi pubblici.

In uno Stato di diritto, questo ha conseguenze.

Fino a ieri pensava che l’Italia fosse terra di conquista, protetta dall’immunità mediatica.

Si sbagliava.”

Greta deglutì.

La premier continuò, gelida.

“Da questo momento, lei non è l’icona intoccabile.

È un’ospite che deve rispettare le leggi della nazione che la accoglie.”

“Se domani lei o i suoi seguaci bloccherete una strada, un autobus, un servizio essenziale, le forze dell’ordine interverranno.

Non per fascismo: per garantire la libertà degli italiani.

E se violerà la legge, ne risponderà davanti a un giudice—come qualunque cittadino.”

“Niente sconti.

Niente passerelle.

Solo la legge.”

Raccolse le sue carte, senza distogliere lo sguardo.

“L’Italia non è un fondale per selfie rivoluzionari, signorina Thunberg.

È una nazione sovrana.

E finché sarò a Palazzo Chigi, nessuno verrà a dettare legge con l’arroganza dell’ignoranza.”

“Buon rientro in Svezia.

O buona permanenza nelle nostre aule di giustizia.

A lei la scelta.”

Si voltò e uscì dallo studio con passo marziale.

Per un istante, sbigottimento.

Poi l’ovazione liberatoria, lunga, densa.

Greta rimase sola al tavolo di cristallo, piccola e silenziosa, illuminata da luci implacabili.

La sigla di coda sfumò, e l’immagine che restò fu quella di un silenzio totale.

Non un silenzio imposto.

Un silenzio che nasce quando le parole hanno finito di funzionare.

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