EXCLUSIVA: VIGANÒ ARREMETE contra el PAPA LEON XIII… ¡Y RESULTA INCÓMODO!|KF

Carlo Maria Viganò non ha bisogno di presentazioni per chi segue da vicino le convulsioni e le tensioni che attraversano la Chiesa cattolica negli ultimi anni.

Il suo nome è diventato sinonimo di denuncia, di avvertimenti profetici e di una difesa ostinata della Tradizione contro quello che lui definisce un tradimento istituzionale.

Dopo mesi di silenzio inquietante – soprattutto dopo l’elezione scioccante di Papa Leone XIII – Viganò è tornato sulla scena con una forza che non lascia spazio a dubbi: questa volta non si tratta di allusioni velate, ma di una critica feroce e dettagliata, pubblicata in una lunga intervista su una piattaforma indipendente, Substac.

Il tono è grave, la documentazione accurata, il messaggio diretto e senza filtri.

Pope Leo XIV publishes his first apostolic exhortation Dilexi te, dedicated  to love for the poor - SSVP Global

Niente più cautela, niente più diplomazia. Viganò, ex nunzio apostolico, non si nasconde dietro enigmi: accusa apertamente Papa Leone XIII di essere la continuazione di una traiettoria devastante inaugurata sotto Jorge Mario Bergoglio, Papa Francesco.

Secondo Viganò, il progetto che ha svuotato la Chiesa dall’interno non si è fermato, ma si è raffinato, si è mascherato di eleganza e di eloquenza, sostituendo la rudezza della lotta aperta con una sottile ambiguità.

Non è rinnovamento, afferma Viganò, ma lo stesso veleno in una bottiglia più appetibile.

 

Le sue parole risuonano come un tuono in una Chiesa già scossa da fratture interne e derive teologiche.

I suoi sostenitori lo vedono come un coraggioso difensore della verità; i detrattori lo accusano di radicalismo, persino di scisma.

Ma Viganò chiede una sola cosa: onestà intellettuale. Invita tutti, amici e nemici, a ascoltare fino in fondo, perché in questa intervista si trovano verità che molti hanno sussurrato in privato, ma che pochi hanno avuto il coraggio di dire pubblicamente.

Dietro i gesti di apertura, i selfie con i giovani e la voce pacata di Papa Leone XIII, Viganò vede una pericolosa illusione.

Un’illusione che rischia di sedare i fedeli e portarli alla compiacenza, mentre i fondamenti stessi della Chiesa vengono gradualmente erosi.

Per questo, il suo ritorno è una vera e propria chiamata alle armi: non solo una critica, ma un regolamento di conti.

La Chiesa, sostiene, sta vivendo un inganno colossale, una maschera posta sull’apostasia che viene applaudita.

 

Nel primo atto di questo audace ritorno, Viganò si pone ancora una volta al centro del ciclone.

Ma per lui, la tempesta è necessaria, perché solo quando le illusioni vengono spazzate via si può vedere la verità, e solo nella verità può iniziare la battaglia per l’anima della Chiesa.

Per molti, l’elezione di Papa Leone XIII è stata celebrata come una ventata di aria fresca: sorrisi, discorsi gentili, gesti simbolici di umiltà.

Alcuni hanno parlato di un nuovo “Pentecoste”, di una guarigione dopo decenni di discordie. Ma Viganò dipinge un quadro ben più cupo.

Riconosce il cambio di stile, ma lo smonta subito: Leone XIII non è un riformatore, ma un illusionista, l’incarnazione di ciò che Viganò definisce “il volto elegante dell’apostasia”.

Viganò: insulti e silenzi - SettimanaNews

Questa frase, tagliente e provocatoria, è il cuore della sua critica.

Leone XIII, secondo Viganò, ha ereditato lo stesso progetto ideologico di Papa Francesco: un’agenda modernista che diluisce la dottrina, compromette la verità e trasforma la Chiesa in uno strumento al servizio di ideologie globaliste e secolari.

La differenza sta nella presentazione: addio alle denunce contro i cattolici “rigidi”, addio alle confrontazioni aperte con il clero tradizionale.

Ora, sorrisi, ambiguità e silenzi strategici. Ma la sostanza, avverte Viganò, è rimasta la stessa, e questo è ancora più pericoloso.

Leone XIII non sta correggendo la rotta, la sta continuando, solo con guanti di velluto.

Quello che più preoccupa Viganò non è solo la continuità teologica con Bergoglio, ma la facilità con cui i fedeli cadono nella trappola.

Molti, sollevati dal tono più moderato del Papa, non analizzano le decisioni prese: nomine, politiche, alleanze.

E questi, dice Viganò, non sono segni di riforma, ma di profonda continuità.

 

Viganò sottolinea gli sforzi di Leone XIII per ampliare la sinodalità, i suoi incontri con clero radicale progressista e il suo sostegno alla stessa retorica ambientale e umanitaria che ha caratterizzato il pontificato di Francesco.

Non c’è rottura, insiste, solo una maschera più seducente.

Tracciando un parallelo storico, Viganò richiama il “socialismo dal volto umano” della Primavera di Praga del 1968: all’apparenza una versione più libera del comunismo, ma che si è conclusa nella stessa tirannia.

Questo, avverte, è ciò che sta accadendo oggi nella Chiesa: modernismo dal volto umano.

Secondo Viganò, questo cambio di tono non conduce alla pace, ma alla paralisi.

Addormenta il senso di urgenza, disarma i fedeli e apre la porta a trasformazioni profonde e irreversibili dell’identità della Chiesa.

Il suo messaggio è chiaro: non lasciatevi ingannare dalle apparenze. L’anima della Chiesa non si salva con i sorrisi, ma con la verità.

A chi liquida le sue dichiarazioni come allarmismo, Viganò risponde con una valanga di fatti documentati.

La sua critica a Leone XIII non si basa su speculazioni, ma su un modello di scandalosa continuità.

Al centro della sua denuncia c’è il concetto di “misericordia selettiva”.

Sotto Leone XIII, come sotto Francesco, la Chiesa mostra una straordinaria indulgenza verso il clero corrotto o abusivo, mentre tratta le comunità tradizionali con repressione e disprezzo.

 

Cita casi concreti: in Francia, l’arcivescovo di Tolosa ha nominato come cancelliere un sacerdote condannato per gravi reati, col pretesto della “riabilitazione pastorale”.

Allo stesso tempo, le autorità ecclesiastiche reprimono le comunità che celebrano la messa tradizionale in latino. Questi gruppi, spesso disciplinati e in crescita, vengono etichettati come “divisivi” o “estremisti”.

Alcuni sono stati sciolti, altri costretti ad abbandonare le loro liturgie. “Chi preserva il sacro viene schiacciato, chi lo profana viene accolto”, denuncia Viganò.

In Italia, a Ferrara, un sacerdote accusato di gravi mancanze è stato nominato responsabile dei programmi giovanili, con la benedizione del presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Viganò definisce queste scelte “provocazioni deliberate”: la Chiesa assume i lupi per custodire le pecore.

Le immagini che usa sono devastanti: “È come nominare uno squalo bianco bagnino e chiamarlo progresso”.

EXCLUSIVO: VIGANÒ ESTALLA contra el PAPA LEÓN XIV… Y ES INQUIETANTE! -  YouTube

Per Viganò, queste decisioni non sono errori isolati, ma riflettono una inversione morale che domina il governo della Chiesa.

Il peccato viene relativizzato, le vittime dimenticate, la tradizione perseguitata, i colpevoli premiati.

Dietro tutto ciò, afferma, c’è una struttura di potere più interessata a proteggere sé stessa che il gregge.

Questa inversione non è solo amministrativa, ma spirituale: la Chiesa non sta solo tollerando la corruzione, la sta istituzionalizzando.

 

Questi casi, insieme al silenzio o alla celebrazione dei leader ecclesiastici, sono la base della sua accusa più grave: il papato attuale non sta solo commettendo errori, ma partecipa attivamente a un tradimento sistemico della fede.

E se questo è vero, si chiede, quanto ancora i fedeli potranno fingere che tutto sia normale?

Al centro della critica di Viganò c’è una parola: sinodalità. Un tempo acclamata come ritorno al governo collegiale e al dialogo, per Viganò la sinodalità è solo una maschera, un piano orchestrato per smantellare la Chiesa dall’interno.

“La sinodalità non è la voce del popolo di Dio, è il ventriloquismo delle élite che parlano attraverso una Chiesa marionetta.”

I processi sinodali sono, secondo Viganò, rituali pseudo-democratici costruiti per dare l’apparenza di inclusione, mentre i risultati sono già decisi da fazioni potenti.

Le decisioni reali, sostiene, vengono prese dietro le quinte da burocrati e ideologi.

Poi arriva il parallelo storico: la sinodalità come la Rivoluzione Francese, dove i gridi di libertà mascheravano l’ascesa della tirannia e la distruzione dell’ordine sacro.

Come la rivoluzione detronizzò i re e innalzò i comitati, così la sinodalità cerca di detronizzare l’autorità spirituale del papato e innalzare una burocrazia orizzontale, secolare e ostile alla verità divina.

 

Non è solo un cambiamento di struttura, ma di natura. La sinodalità minaccia di sostituire il modello monarchico e cristocentrico della Chiesa, istituito da Dio, con un’istituzione amministrativa e antropocentrica.

Lo chiama “colpo di stato spirituale”. Una delle caratteristiche più allarmanti è la crescente clericalizzazione dei laici e la femminilizzazione dei ruoli ecclesiali, non come collaborazione autentica, ma come tattica per diluire l’autorità ordinata e allineare la Chiesa alle ideologie secolari.

Sotto il pretesto del progresso, la Chiesa si trasforma in una ONG, con rituali ma senza trascendenza.

Per Viganò, questo non è solo un errore pastorale, è una inversione diabolica dell’ecclesiologia.

“La sinodalità è la forma ecclesiale della rivoluzione. Odia la gerarchia, odia l’ordine e, soprattutto, odia la regalità di Cristo.”

 

Nel suo giudizio finale, il pericolo della sinodalità non sta nella terminologia, ma nell’intenzione: costruire una nuova Chiesa che indossa le antiche vesti, recita le antiche preghiere, ma non si inginocchia più davanti a Dio.

Tra gli aspetti più inquietanti della denuncia di Viganò c’è la sua caratterizzazione di Papa Leone XIII come incarnazione del modernismo dal volto umano.

Una frase che richiama il fallimento idealista della Primavera di Praga: il regime comunista cercava di apparire umano mentre conservava il nucleo totalitario.

L’uso di questa analogia da parte di Viganò è strategico e condannatorio.

Questo pontificato, avverte, non è una rottura, ma una continuazione, solo che ora il veleno è zuccherato.

Descrive Leone XIII come più raffinato, più misurato, persino affabile, in contrasto con il tono spesso conflittuale di Bergoglio.

Addio agli attacchi aperti ai tradizionalisti, addio ai gesti teatrali. Ora, sorrisi, frasi equilibrate e ambiguità coltivata che disarma i critici mentre avanza la stessa rivoluzione teologica.

Ma la minaccia, secondo Viganò, è oggi più grande che mai, perché è più difficile da vedere.

 

Molti nella Chiesa si sentono sollevati dal cambiamento di tono. Alcuni pensano che Leone XIII rappresenti un ritorno all’ordine o almeno una pausa nella turbolenza degli ultimi anni.

Ma Viganò insiste che si tratta di una pericolosa illusione: una tregua nella tempesta, non la sua fine. E questa illusione, sostiene, rende questo momento spiritualmente pericoloso.

Dietro il linguaggio cortese e l’apparenza mediatica, Viganò vede una traiettoria coerente: la continua emarginazione della liturgia tradizionale, la promozione di vescovi allineati con l’ideologia progressista, l’accoglienza delle cause ecologiste e globaliste, il silenzio sulle dottrine morali che un tempo erano pilastri dell’identità cattolica.

Leone XIII non è semplicemente un moderato, ma un agente raffinato dello stesso programma che, secondo Viganò, ha svuotato la Chiesa dall’interno per più di un decennio. Ha cambiato il tono, non la direzione.

Questa distinzione è cruciale. Il pericolo, argomenta, non sta in ciò che viene detto, ma in ciò che viene permesso in silenzio, promosso sottilmente e mascherato da benevolenza.

È l’eresia modernista, condannata dai papi del passato, ora rivestita di fascino.

E questo fascino, dice, è la minaccia maggiore. Quando l’apostasia sorride, i fedeli abbassano la guardia.

Non è solo una critica politica, ma una diagnosi spirituale, un avvertimento che la Chiesa sotto Leone XIII potrebbe entrare in una nuova fase non di battaglia aperta, ma di decadenza anestetizzata.

Dopo aver esposto il suo caso con fatti, analogie e chiarezza implacabile, Viganò porta il suo messaggio a un crescendo teologico ed escatologico: non si tratta più solo di cattiva gestione o ambiguità dottrinale, ma di un momento di resa dei conti divina, una prova non solo per Leone XIII, ma per tutta la Chiesa.

La Chiesa è a un bivio: tornare a Cristo e alla Tradizione, oppure diventare strumento delle ideologie mondane.

Questo è il punto culminante dell’avvertimento di Viganò: ciò che si sta vivendo non è solo una crisi di leadership, ma un tradimento della missione di Pietro.

La Chiesa, chiamata a custodire il deposito della fede, viene tentata di abbandonarlo in favore della rilevanza, dell’accettazione e del potere mondano. E il Papa, dice, ha la chiave di questa decisione.

In un momento commovente, Viganò cita le parole di Cristo a Pietro nel Vangelo di Luca: “Ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno.”

Un richiamo che anche il primo Papa, sotto il peso della croce, vacillò, ma fu chiamato a recuperare la forza per nutrire le pecore con la verità.

Questo è il cammino che Viganò propone: non manovre politiche, non diplomazia mediatica, ma pentimento.

Un ritorno audace al sacro, all’eterno. Invita Leone XIII a rompere con il sistema che mette l’ideologia sopra la teologia, e ad abbracciare il sangue e il fuoco del cattolicesimo autentico.

Ma il tempo, avverte, sta per scadere. Più la Chiesa percorre la strada del compromesso, più sarà cooptata da forze che vogliono rifare la sua immagine a somiglianza del mondo.

Agli occhi di Viganò, non si tratta di una minaccia passiva, ma di qualcosa che sta già accadendo.

La Chiesa si sta trasformando in uno strumento per narrative umanitarie, agende ecologiste e ristrutturazioni sociopolitiche, mentre la sua missione divina svanisce in secondo piano.

“Stiamo assistendo alla grande apostasia”, afferma, richiamando il linguaggio delle Scritture e delle profezie.

E molti, intossicati da parole dolci e illusioni democratiche, non se ne accorgono.

Il suo appello non è solo al Papa, ma ai fedeli: svegliatevi, il tempo delle illusioni è finito. In gioco non c’è il prestigio dell’istituzione, ma la salvezza delle anime.

Il messaggio si conclude con fuoco e speranza. Fuoco per le strutture costruite sulle menzogne, speranza per chi torna alla verità.

Dio non sarà deriso, avverte Viganò, ma non abbandonerà la sua Chiesa.

E con questo lascia il suo pubblico con una sfida finale: scegliere la fedeltà alla verità, la chiarezza al consenso, Cristo al mondo.

Che cosa ne pensi? Se questo messaggio ti tocca, commenta. Amen. E come sempre, che Dio ti benedica.

Related Posts

Our Privacy policy

https://hotnews24hz.com - © 2025 News