DAL TALK SHOW AL PROCESSO: FELTRI NON FA SCONTI, ATTACCA IL TRIO GRUBER–FORMIGLI–PARENZO, PARLA DI REGIME MEDIATICO E TRASFORMA LO STUDIO IN UN’AULA, TRA SGUARDI PERSI, TENTATIVI DI TAGLIARE LA PAROLA E VERITÀ SCOMODE|KF

C’è un momento, nella televisione politica italiana, in cui il talk smette di essere talk e diventa un rito di appartenenza.

Non succede quando esplode la lite, ma quando ognuno entra già sapendo quale parte dovrà interpretare.

È su quel crinale che Vittorio Feltri, con il suo stile ruvido e iperbolico, ama piazzare la sua bandierina, perché lì la battuta diventa accusa e l’accusa diventa tesi generale sul “sistema media”.

Negli ultimi interventi ripresi e rilanciati online, Feltri ha indirizzato i suoi colpi contro alcuni dei volti più riconoscibili di La7, citando apertamente Lilli Gruber, Corrado Formigli, Giovanni Floris e David Parenzo.

Il frame è sempre lo stesso: una rete percepita come sbilanciata, un palinsesto che parlerebbe “con una sola voce”, e un pubblico che riceverebbe ogni sera un menù politico già apparecchiato.

Detta così, la polemica sembra una semplice lamentela da spettatore irritato.

In realtà è una mossa più ambiziosa, perché mira a spostare il discorso dalla singola puntata alla legittimità del ruolo dei talk show nella democrazia contemporanea.

Quando Feltri usa parole come “regime mediatico”, non sta facendo una diagnosi tecnica sul pluralismo, ma costruendo un’immagine: quella di uno spazio televisivo che somiglierebbe più a un tribunale che a un’arena di confronto.

E infatti la metafora dell’aula torna spesso in questo tipo di narrazione, perché è perfetta per raccontare un sentimento diffuso in una parte di pubblico: non “mi informano”, ma “mi mettono sotto processo”.

In tv, questo sentimento è potentissimo, perché rende ogni domanda scomoda una prova di ostilità e ogni controreplica un atto di resistenza.

Da qui nasce l’effetto “processo”, e da qui nasce anche l’idea che lo studio si trasformi in un’aula con giudici, imputati e un verdetto morale già scritto.

Nel linguaggio di Feltri, l’attacco non è quasi mai puntuale, cioè raramente entra nel dettaglio di una singola domanda o di un singolo servizio.

È un attacco per archetipi, in cui i conduttori diventano simboli di un mondo culturale percepito come dominante, e la rete diventa il contenitore di un orientamento politico che, secondo lui, sarebbe sistematico.

Questo modo di argomentare funziona bene nel circuito social, perché è immediato, memorabile e “fa squadra”.

Ma proprio perché funziona, rischia di semplificare una questione che invece richiede precisione: il pluralismo non si misura con le impressioni, si misura con dati, tempi di parola, composizione degli ospiti, impostazione editoriale e varietà di posizioni ospitate.

Detto questo, sarebbe ingenuo far finta che il problema della bolla televisiva non esista.

Molti talk show, non solo su La7, costruiscono puntate con un equilibrio più scenico che rappresentativo, perché la priorità è il ritmo, non la pluralità.

Il talk, per definizione, ha bisogno di conflitto, e il conflitto si ottiene più facilmente con contrapposizioni “pulite”, cioè ruoli chiari, schieramenti leggibili, frasi che diventano clip.

Quando questa logica prende il sopravvento, la tv smette di essere un luogo in cui si capisce qualcosa in più e diventa un luogo in cui si conferma ciò che si pensa già.

È in quel punto che il talk può assomigliare davvero a un processo, non perché ci sia un complotto, ma perché il format tende naturalmente a giudicare più che a spiegare.

Feltri, da vecchio animale mediatico, lo sa benissimo e sfrutta la dinamica al contrario: se sente che la cornice è “l’imputato”, allora recita la parte dell’imputato che rifiuta il tribunale.

È una strategia comunicativa efficace, perché trasforma lo squilibrio percepito in carburante per la propria narrazione.

In pratica, più lo studio gli appare ostile, più lui può sostenere che quello studio rappresenti un pezzo di establishment.

E più lo studio prova a incalzarlo, più lui può presentare l’incalzare come prova della tesi iniziale.

Questo meccanismo spiega anche perché, in alcune scene diventate virali negli anni, l’uscita dallo studio o lo scontro acceso assumano il valore di un gesto “liberatorio” per una parte del pubblico.

Non è solo teatro.

È una risposta emotiva a un’esperienza comune: sentirsi minoranza in un luogo dove si percepisce che il codice culturale dominante è un altro.

Quando Feltri punta il dito contro Gruber, Formigli, Floris e Parenzo, in realtà non sta criticando solo le persone.

Sta criticando un genere televisivo in cui il conduttore non è un moderatore neutrale, ma un interprete che costruisce un percorso narrativo, decide gerarchie, seleziona tempi e, inevitabilmente, imprime una direzione.

Questo è vero ovunque, anche dove il conduttore si dichiara “solo giornalista”.

Il giornalista in tv non è un notaio, perché il palinsesto, la scaletta e il montaggio della conversazione sono già una scelta.

Il punto, quindi, non è pretendere l’impossibile neutralità assoluta.

Speciale Otto e mezzo di Lilli Gruber su La7 da Davos |

Il punto è chiedere trasparenza, equilibrio di metodo e capacità di ospitare anche voci sgradite senza trasformarle in caricatura.

Quando Feltri lamenta di essere circondato da “tutti contro uno”, tocca un nervo reale: il talk spesso usa l’ospite dissenziente come bersaglio da gestire, perché il bersaglio alza l’audience.

È un incentivo strutturale del format, non necessariamente un disegno politico.

Però agli occhi di chi guarda, l’effetto è identico: un’opinione minoritaria viene messa sotto pressione fino a diventare parte dello spettacolo.

Da qui l’immagine degli “sguardi persi” e dei “tentativi di tagliare la parola”, che in certi studi si percepiscono come routine.

Interrompere, sovrapporsi, stringere i tempi, cambiare tema, richiamare alla scaletta sono strumenti televisivi legittimi, ma possono diventare armi quando vengono applicati in modo asimmetrico.

E l’asimmetria, anche quando non è intenzionale, viene letta come ingiustizia.

Feltri trasforma questa lettura in un atto di accusa più grande, parlando di “regime mediatico”.

Qui, però, bisogna fare una distinzione netta, altrimenti si scivola dal legittimo dissenso alla parola-bomba.

Un “regime” presuppone coercizione, censura sostanziale, punizione del dissenso, e un controllo centralizzato della comunicazione.

Un talk show fazioso, o una rete con una linea editoriale marcata, è un problema di qualità del dibattito e di pluralismo, ma non coincide automaticamente con un regime.

Usare quel termine serve a colpire forte, ma rischia di indebolire la critica, perché rende facile la replica: “state esagerando”.

Ed è un peccato, perché il tema del pluralismo televisivo meriterebbe meno iperbole e più numeri.

Quanti ospiti di aree diverse vengono invitati.

Quanto tempo parlano davvero.

Quante volte l’interlocutore viene interrotto.

Quali temi vengono scelti e quali restano fuori.

Sono questi gli elementi che trasformano un’impressione in un’analisi, e che permettono di criticare senza scivolare nell’insinuazione permanente.

Nel mirino di Feltri, poi, c’è un’altra dinamica: l’idea che una parte del giornalismo confonda l’intervista con la lezione.

Il conduttore, in questa lettura, non cerca risposte ma conferme, e usa il “fact checking” più come clava che come strumento.

Anche qui esiste un fondamento, perché il fact checking in tv spesso è selettivo, e selettivo significa vulnerabile: se correggi sempre gli stessi e risparmi sempre gli altri, smetti di essere arbitro e diventi giocatore.

Il pubblico se ne accorge, anche quando non conosce il dettaglio tecnico, perché percepisce l’intenzione nel tono.

E il tono, in televisione, pesa più della sostanza.

Dall’altra parte, va detto con la stessa chiarezza, c’è anche un rischio opposto che Feltri e i suoi estimatori tendono a ignorare.

Se ogni domanda scomoda viene presentata come persecuzione, si crea un alibi perfetto per non rispondere mai nel merito.

Se ogni contraddittorio diventa “processo”, allora il potere può sottrarsi al confronto chiamandolo “trappola”, e a quel punto la democrazia perde un pezzo del suo ossigeno.

Il conflitto tra talk e politica, quindi, non è una gara tra buoni e cattivi.

È un problema di incentivi.

La politica vuole controllo del messaggio e tempi comodi.

La tv vuole tensione, viralità e momenti memorabili.

Corrado Formigli: “Grottesche le regole per i talk. Vorrei Putin in studio,  ma per incalzarlo” - la Repubblica

In mezzo resta lo spettatore, che vorrebbe capire ma si ritrova spesso a tifare.

Il “caso Feltri” diventa interessante proprio perché rende visibile questo triangolo.

Feltri entra in studio sapendo che la provocazione lo protegge, perché lo rende imprevedibile.

Il conduttore lo incalza sapendo che l’incalzare lo rende “notizia”.

Gli altri ospiti si schierano sapendo che lo schieramento garantisce riconoscibilità.

E la puntata finisce per assomigliare a un’aula, sì, ma non perché qualcuno abbia orchestrato un complotto, bensì perché tutti stanno massimizzando il proprio ruolo dentro un format che premia il conflitto.

Le “verità scomode”, in questo contesto, sono spesso meno misteriose di quanto sembrino.

La prima verità scomoda è che la televisione non è più il luogo dove si forma un’opinione, ma il luogo dove si consolida un’identità.

La seconda verità scomoda è che la pluralità non si ottiene invitando una voce “diversa” una volta ogni tanto, magari per farla a pezzi in diretta.

La terza verità scomoda è che il pubblico, quando percepisce il gioco, non diventa più informato, diventa più cinico.

E il cinismo, alla lunga, corrode la fiducia in tutto: nei media, nella politica, perfino nei fatti.

Se Feltri vuole che la sua denuncia sia più di un’iperbole, dovrebbe spingere la discussione su un terreno verificabile, e cioè chiedere criteri chiari, metriche e trasparenza editoriale, invece di fermarsi alla battuta che fa ridere chi è già d’accordo.

Se La7 e i talk in generale vogliono rispondere senza arroganza, dovrebbero accettare che la percezione di squilibrio non è un capriccio, ma un problema reputazionale reale, e che il pluralismo non è una concessione ma una condizione di credibilità.

Il punto non è zittire Feltri o ridicolizzare i conduttori.

Il punto è ricordare che, quando un talk diventa una macchina per produrre “colpevoli” e “assoluzioni” a ritmo di scaletta, perde la funzione più importante che un media dovrebbe avere.

Non quella di far vincere una parte, ma quella di far capire qualcosa in più a chi sta guardando.

Finché la televisione politica continuerà a cercare il processo invece del confronto, e finché la politica continuerà a cercare il monologo invece della risposta, ci sarà sempre spazio per qualcuno che entra, provoca, denuncia “il sistema” e trasforma lo studio in un’aula.

E ci sarà sempre un pubblico pronto ad applaudire, non perché abbia trovato la verità, ma perché ha trovato, per una sera, la sensazione di non essere solo.

⚠️IMPORTANTE – RECLAMI⚠️

Se desideri che i contenuti vengano rimossi, invia un’e-mail con il motivo a:
[email protected]

Avvertenza.
I video potrebbero contenere informazioni che non devono essere considerate fatti assoluti, ma teorie, supposizioni, voci e informazioni trovate online. Questi contenuti potrebbero includere voci, pettegolezzi, esagerazioni o informazioni inaccurate. Gli spettatori sono invitati a effettuare le proprie ricerche prima di formulare un’opinione. I contenuti potrebbero essere soggettivi.

Related Posts

Our Privacy policy

https://hotnews24hz.com - © 2026 News