COLPO MORTALE, RISATA FINALE: SENALDI SFERRA UN ATTACCO SENZA PIETÀ CONTRO LANDINI, PAROLE AFFILATE COME LAME CHE TAGLIANO LA RETORICA VUOTA E TRASFORMANO LO SCONTRO IN UNA LEZIONE CRUDA. SCONFITTA TOTALE!|KF

C’è una parola che, più di altre, racconta l’umore di una parte del Paese quando il calendario entra nella stagione dei pendolari e delle fabbriche a pieno regime.

Quella parola è “sciopero”, e negli ultimi mesi è diventata non solo uno strumento sindacale, ma anche un segnale politico che accende discussioni immediate, spesso più emotive che razionali.

Nel racconto che sta circolando con forza sui commenti televisivi e online, l’Italia sarebbe entrata in una fase di scioperi a raffica, con numeri citati in modo martellante per sostenere un’idea semplice: l’astensione dal lavoro sarebbe diventata routine, e proprio per questo avrebbe perso efficacia.

Le cifre, ripetute con toni da “contatore impazzito”, servono a costruire l’immagine di una protesta permanente che non modifica la realtà, ma la complica per chi deve andare a scuola, lavorare, curarsi, spostarsi.

Su questo terreno si inserisce l’affondo di Pietro Senaldi, che negli ultimi interventi pubblici ha scelto una linea netta contro Maurizio Landini e contro l’uso dello sciopero come strumento “onnivoro”, capace di inglobare qualunque causa fino a smarrire la propria funzione originaria.

È una critica che non riguarda soltanto la Cgil, ma l’idea stessa di sindacato come attore che, invece di contrattare, avrebbe preferito occupare lo spazio mediatico e lo spazio simbolico, anche quando le rivendicazioni non sono strettamente lavoristiche.

Video – Cos'hanno in comune Augias, l'Albanese e Landini

Il cuore dell’argomento è tagliente e, proprio per questo, ha fatto presa su una platea ampia: se scioperi sempre, scioperi per tutto, scioperi anche quando la partita non si gioca in Italia, allora lo sciopero diventa rumore.

E quando diventa rumore, aggiunge Senaldi, non cambia i rapporti di forza, ma erode la pazienza sociale e produce un effetto boomerang, cioè allontana una parte di opinione pubblica che in passato guardava al sindacato con rispetto.

Per capire perché questa narrazione funzioni, bisogna ricordare un punto essenziale che spesso viene citato in modo parziale.

Lo sciopero in Italia è un diritto costituzionale, riconosciuto dall’articolo 40, e proprio perché è un diritto serio non può essere trattato né come un gadget identitario né come un interruttore da accendere ogni volta che serve un titolo.

Il diritto, però, convive con limiti e regole, soprattutto quando in gioco ci sono servizi essenziali.

Da qui nasce il tema delle precettazioni e delle fasce garantite, che in queste settimane è tornato al centro della polemica tra governo e sindacati, con Salvini spesso indicato come il volto politico del “basta scioperi”.

Senaldi capovolge l’accusa e sostiene che prendersela con la precettazione, quando si tratta di garantire minimi di servizio, significa ignorare l’architettura normativa che prova a tenere insieme due diritti costituzionali che possono entrare in conflitto.

Da una parte c’è il diritto di sciopero, e dall’altra ci sono diritti altrettanto rilevanti, come il diritto alla mobilità, alla salute, all’istruzione, e più in generale alla continuità di servizi senza i quali la vita quotidiana si blocca.

Il tema, quindi, non è “sciopero sì o sciopero no”, ma proporzione e obiettivo.

Se lo sciopero è uno strumento di pressione per ottenere risultati contrattuali o miglioramenti concreti, la sua forza dipende dalla capacità di concentrare la protesta e renderla leggibile.

Se invece lo sciopero diventa un rito ripetuto, la protesta si trasforma in abitudine, e l’abitudine è il nemico naturale dell’urgenza.

È qui che Senaldi infila la lama più efficace, quella che fa male perché non richiede grandi dimostrazioni: nonostante l’ondata di mobilitazioni citate nel dibattito, molti italiani percepiscono che “non è cambiato niente”.

La percezione può essere ingiusta su singoli tavoli, perché esistono vertenze e contratti che avanzano anche grazie alla pressione sindacale, ma nel discorso pubblico conta la sensazione complessiva, e quella sensazione oggi è che lo sciopero non sposti più i palazzi.

Al massimo, sposta il traffico.

La polemica si è accesa ancora di più quando la protesta sindacale si è legata a temi di politica estera, in particolare alla guerra a Gaza e a iniziative simboliche come la cosiddetta “flottiglia” umanitaria.

Qui Senaldi gioca una carta costituzionale opposta a quella invocata da molti attivisti, richiamando l’articolo 11 e l’idea che l’Italia ripudi la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

Il ragionamento, nella sua forma più lineare, suona così: chiedere al governo gesti che implichino uno scontro diretto, o che possano essere letti come escalation, non è solo imprudente sul piano diplomatico, ma contraddittorio se lo si fa “in nome della Costituzione”.

Questa impostazione, va detto, ha un limite evidente, perché tra la guerra e la diplomazia esiste un mondo di iniziative politiche, umanitarie e di pressione internazionale che non coincide con un’azione militare.

Ma in televisione e nei commenti ad alta temperatura, le sfumature faticano a sopravvivere, e l’argomento di Senaldi diventa una clava retorica: se dici di difendere la Costituzione, non puoi invocare comportamenti che rischiano di violarne lo spirito.

Il bersaglio vero, comunque, non è la singola iniziativa su Gaza, ma la trasformazione dello sciopero in strumento di militanza generalista.

Secondo questa lettura, lo sciopero smette di essere un linguaggio del lavoro e diventa un linguaggio dell’appartenenza, con l’effetto di cambiare il rapporto tra sindacato e lavoratori che non si riconoscono in quella appartenenza.

E infatti una parte della critica ruota attorno a un paradosso: se la vicenda internazionale è la stessa per tutto l’Occidente, perché l’onda di uno sciopero generale si manifesterebbe con più forza proprio in Italia.

È un modo per suggerire che il movente principale non sia l’evento in sé, ma l’uso interno dell’evento, cioè la possibilità di trasformarlo in attacco politico al governo.

Dentro questo frame, Senaldi riprende anche la polemica tra Meloni e l’opposizione, inclusa Schlein, sul tema delle iniziative simboliche e del loro peso reale.

L’accusa implicita è che, mentre si moltiplicano i gesti che fanno rumore, la sostanza rimane intatta e chi davvero trae vantaggio dalla distrazione mediatica non è chi soffre sul terreno, ma chi riesce a spostare il focus dell’attenzione.

Questa parte del discorso è la più controversa, perché entra nel campo delle intenzioni e delle conseguenze comunicative.

Dire che una mobilitazione “toglie attenzione” a una tragedia è una tesi che può essere discussa, perché l’effetto mediatico non è misurabile con un righello, e spesso dipende dai media stessi, non solo dagli attivisti.

Ma la provocazione di Senaldi resta potente perché fotografa un meccanismo reale: quando una campagna produce protagonisti, la storia rischia di concentrarsi sui protagonisti invece che sulle vittime che si volevano aiutare.

In quel caso, la causa diventa sfondo e la scena diventa il fine.

Nel racconto che ha alimentato la polemica, persino le reazioni di personalità pubbliche e le dichiarazioni di politici finiscono dentro una cornice di spettacolarizzazione.

Il succo è sempre lo stesso: l’indignazione diventa performance, la performance diventa algoritmo, e l’algoritmo decide cosa “vale” più del dolore reale.

In mezzo, lo sciopero rischia di essere percepito come un megafono usato per amplificare la performance, non per ottenere un risultato concreto.

La parte più efficace dell’attacco di Senaldi, comunque, non è quella geopolitica, ma quella domestica.

È l’idea che uno sciopero frequente, frammentato e a tema variabile finisca per colpire soprattutto i cittadini comuni, cioè quelli che non hanno alternative semplici, che non possono cambiare orari, che non possono permettersi di perdere giornate, che non possono “aggiustare” il disagio con un taxi o con lo smart working.

Qui l’argomento non è più ideologico, è quasi antropologico: la protesta, ripetuta e imprevedibile, diventa un costo regressivo che pesa di più su chi ha meno margini.

Ed è proprio questo, secondo Senaldi, il cortocircuito finale: uno strumento nato per difendere i più esposti finisce per essere vissuto da molti come un fastidio imposto dall’alto.

Che la diagnosi sia del tutto corretta o meno, è evidente che intercetta una sensibilità crescente, soprattutto nelle città e nei sistemi di trasporto già saturi.

Quando la vita quotidiana è fragile, ogni interruzione viene letta come una mancanza di rispetto, e il giudizio morale diventa immediato.

A quel punto, l’effetto “lezione cruda” di cui parlano i sostenitori di Senaldi si compie da solo, perché la critica non resta confinata tra commentatori, ma si mescola alle esperienze personali dei cittadini.

Un treno cancellato e una giornata di lavoro saltata diventano, nel vissuto, una prova più forte di qualsiasi spiegazione.

Cisl riformista, Cgil disfattista. Il compagno Landini sembra Schlein, la  sua arringa è campagna elettorale

Detto questo, c’è un rischio serio nel modo in cui questo scontro viene raccontato, ed è il rischio di ridurre tutto a una caricatura.

Se si dipinge Landini come un agitatore permanente e basta, si cancella il fatto che il sindacato esiste anche come rete di tutela individuale e come negoziatore su salari, sicurezza e contratti.

Se si dipinge invece chi critica gli scioperi come “nemico dei diritti”, si cancella il fatto che la regolazione dei servizi essenziali risponde a un bilanciamento costituzionale e non a un capriccio politico.

Il punto, per un Paese che non vuole vivere in una campagna elettorale infinita, dovrebbe essere un altro: lo sciopero funziona quando è raro, chiaro, mirato e collegato a un obiettivo misurabile.

Funziona meno quando diventa un linguaggio generalista che pretende di rappresentare ogni indignazione del mondo, perché in quel momento non parla più “a nome dei lavoratori”, parla “a nome di una parte”.

E quando il sindacato viene percepito come una parte, perde la sua forza più preziosa, che è la capacità di essere un ponte tra interessi diversi dentro lo stesso mondo del lavoro.

L’affondo di Senaldi, dunque, è “mortale” soprattutto perché non chiede allo spettatore di conoscere codici e contratti, ma gli chiede solo di guardare la propria settimana e domandarsi quante volte la routine sia stata interrotta senza che, alla fine, qualcosa cambiasse davvero.

Quella domanda, nel clima attuale, è un colpo durissimo.

E se il sindacato vuole disinnescarlo, non gli basterà rivendicare il diritto allo sciopero, perché il diritto non è mai stato in discussione.

Dovrà dimostrare l’efficacia, ricostruire fiducia e tornare a far coincidere protesta e risultato, altrimenti la “risata finale” resterà dalla parte di chi oggi racconta lo sciopero come rito vuoto e non come leva di progresso.

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