Ci sono discussioni televisive che sembrano nate per ripetere un rituale e invece, all’improvviso, aprono una crepa.
Non perché qualcuno alzi la voce, ma perché qualcuno decide di non accettare più le frasi comode.
In una di queste conversazioni, Massimo Cacciari è entrato con il suo stile consueto, sobrio e tagliente, trasformando un dibattito politico in una domanda di metodo.
Il bersaglio non è stato tanto un singolo slogan di Elly Schlein, quanto la distanza tra racconto e strategia, tra denuncia e proposta, tra “narrazione” e capacità di governo.
Il risultato, per chi guardava, è stato il classico corto circuito che raramente la televisione regala: il momento in cui la scena si ferma e resta solo il problema.
Non è un attacco urlato, non è una provocazione da talk show, e non è nemmeno una lezione dall’alto nel senso caricaturale del termine.
È, più semplicemente, l’idea che in politica non basti avere ragione su un disagio per essere credibili nel risolverlo.
E quando Cacciari imposta così il discorso, tutto il resto, inevitabilmente, si riorganizza attorno a un’unica domanda: cosa resta dopo la denuncia.

Il punto di partenza è la fotografia sociale evocata nel ragionamento che ha fatto discutere, cioè la precarietà come condizione normale per una parte larga dei giovani.
L’immagine è concreta e quotidiana, perché parla di tavole apparecchiate con ansie molto più che con portate: contratti a termine, stipendi bassi, affitti impossibili, bollette che divorano margini già sottili.
Quando si dice che una quota ampia di lavoratori sotto i 24 anni conosce soprattutto rapporti precari, non si sta solo citando una statistica, si sta descrivendo una cultura del lavoro che cambia il modo in cui si progetta la vita.
Non si rinvia solo l’uscita di casa, si rinvia la scelta di avere figli, si rinvia l’investimento nella formazione, si rinvia perfino l’idea di sentirsi “adulti” nel senso pieno del termine.
In questo contesto, la critica alla retorica paternalista della politica diventa un colpo preciso, perché mette a nudo la contraddizione di chi giudica i comportamenti senza vedere le condizioni materiali.
Dire a un trentenne “vai a vivere da solo” suona come un consiglio ragionevole solo finché non si prova a far tornare i conti con un reddito che non copre neppure un affitto medio nelle grandi città.
E qui, paradossalmente, la forza del discorso sociale rischia di diventare la sua trappola politica, perché tutti sono capaci di riconoscere il problema, ma pochi sono capaci di costruire una soluzione che regga.
È in questa fenditura che Cacciari inserisce la lama, non per negare il disagio, ma per dire che la sinistra non può limitarsi a raccontarlo.
Può sembrare un’ovvietà, ma non lo è, perché oggi una parte del consenso si costruisce proprio sull’arte di nominare le ferite senza promettere davvero le cure.
E quando qualcuno pretende la cura, la discussione cambia livello e diventa più scomoda per chiunque.
La figura di Schlein, in questa dinamica, viene descritta come quella di una leader che ha capito di dover cambiare linguaggio per evitare l’irrilevanza.
L’idea che “inseguire il centro” sia stato un errore storico del campo progressista è un argomento che circola da anni, ma oggi suona più convincente perché arriva dopo sconfitte ripetute.
Cacciari, nel ragionamento attribuito a lui, riconosce a Schlein un merito politico elementare e fondamentale: aver interrotto una deriva identitaria che stava consumando il partito dall’interno.
Ma è un riconoscimento che non diventa assoluzione, perché subito dopo arriva la richiesta vera: passare dalla narrazione alla strategia.
Qui il tono diventa “chirurgico” nel senso più cacciariano del termine, cioè senza concessioni emotive e senza il bisogno di fare il simpatico.
Se dici “basta precarietà”, devi spiegare come la riduci senza produrre effetti collaterali che poi pagano proprio i più fragili.
Se dici “mettiamo limiti ai contratti a termine”, devi dire con quali strumenti ispettivi, con quali incentivi, con quale architettura di tutele, e con quale ruolo della contrattazione.
Se citi la Spagna come modello, devi anche avere il coraggio di entrare nel dettaglio delle riforme, dei risultati, delle critiche, e delle differenze tra mercati del lavoro.
È qui che il dibattito smette di essere un confronto di intenzioni e diventa un confronto di capacità.
E la capacità, in politica, si vede quando devi scegliere tra priorità che non possono essere tutte prime.
Il passaggio più duro, e anche più politicamente rivelatore, è quando Cacciari sposta l’attenzione sul perimetro complessivo.
Non basta parlare di lavoro se non hai una linea leggibile su scuola e sanità, perché lavoro e welfare sono la stessa storia raccontata da angolazioni diverse.
Non basta evocare diritti se non sai come rendere sostenibile il sistema che dovrebbe proteggerli, perché altrimenti l’avversario trasforma ogni proposta in un conto che “qualcuno pagherà”.
Non basta dire che la sinistra deve tornare a sinistra se non chiarisci cosa significhi oggi “sinistra” in un Paese che invecchia, in un’Europa che si riarma, e in un’economia attraversata da tecnologia e precarizzazione.
Il punto, in altre parole, non è un posizionamento, ma un progetto.
E il progetto non può essere un collage di sensibilità, perché quando arriva la crisi vera, un collage si sfalda al primo urto.
Per questo Cacciari insiste sul nodo della strategia come fase successiva e inevitabile, quasi fosse un esame di maturità che la politica progressista rimanda da troppo tempo.
Puoi anche vincere una serata televisiva con la frase giusta, ma non vinci un Paese senza un disegno che colleghi salari, produttività, casa, welfare e innovazione.
Il tema della casa, ad esempio, non è più un capitolo secondario, perché senza una politica abitativa reale i salari restano un numero astratto.
E il tema dei salari non è più solo un tema di equità, perché senza salari decenti la domanda interna si indebolisce e la società si irrigidisce in rancore.
È un domino, e Cacciari, nel suo modo spietatamente lineare, chiede di guardare il domino invece di fermarsi al primo tassello.
Quando la discussione arriva alla politica estera, il terreno diventa ancora più instabile.
Qui la critica non riguarda tanto la sensibilità etica, quanto la coerenza.
Se il governo ha una linea riconoscibile, che piaccia o meno, l’opposizione non può limitarsi a dire “noi siamo migliori”, deve dire “noi faremmo diversamente” e spiegare come.
E “diversamente” non può significare solo cambiare tono, perché il tono non sposta gli interessi in gioco.
Cacciari, da sempre, è allergico ai discorsi che confondono la politica estera con la certificazione morale, e per questo il suo giudizio tende a essere severo con chi “blatera”, cioè con chi parla molto senza trasformare le parole in una postura verificabile.
In questo punto, la sua critica diventa anche un avvertimento: una sinistra che non chiarisce le proprie coordinate internazionali rischia di apparire indistinta proprio dove l’elettorato chiede competenza.
E se su quei temi appari indistinto, l’avversario può sempre presentarsi come l’unico in grado di stare ai tavoli che contano, anche quando commette errori altrove.
È una regola dura, ma è una regola reale, perché la politica estera viene spesso percepita come “serietà” a prescindere, mentre le politiche sociali vengono percepite come “promesse”.
Per questo, quando Cacciari domanda in cosa il PD sia davvero distinto dalla linea del governo su alcuni dossier, non sta facendo un esercizio di polemica, sta chiedendo il minimo sindacale della competizione democratica.
Se non si vede la differenza, la differenza non produce consenso.
E senza differenza riconoscibile, la narrazione si consuma, perché smette di essere alternativa e diventa commento.

L’immagine dello “studio ammutolito” funziona perché descrive una sensazione più che un fatto misurabile.
È quel momento in cui nessuno vuole essere il primo a rispondere, perché qualsiasi risposta rischia di confermare l’accusa di vaghezza.
Se replichi con un principio, sembri scappare dal dettaglio.
Se replichi con un dettaglio improvvisato, sembri debole.
Se replichi attaccando, sembri che ti manchino argomenti.
È un triangolo comunicativo che molti politici temono più dell’avversario, perché mette in crisi il controllo della scena.
E Cacciari, in questo, è un ospite particolarmente insidioso, perché non concede appigli emotivi, non offre una battuta su cui spostare l’attenzione, e non costruisce la lite.
Costruisce il vuoto, cioè toglie il sostegno retorico e lascia che il discorso stia in piedi da solo.
Se regge, bene.
Se non regge, cade senza rumore, ed è proprio quel silenzio a far male.
La sensazione che “Schlein tace” va letta in questo senso, come immagine di una difficoltà più ampia del singolo momento televisivo.
Non è il silenzio di chi non ha nulla da dire, ma spesso è il silenzio di chi sa che la risposta richiederebbe una struttura che non si costruisce in trenta secondi.
La verità è che la sinistra italiana non è in difficoltà perché le mancano i temi, ma perché le manca una gerarchia credibile dei temi.
Il lavoro precario è centrale, ma senza una politica industriale e senza una strategia sulla produttività diventa una denuncia perpetua.
La sanità è centrale, ma senza una riforma della gestione e senza personale sufficiente diventa un elenco di tragedie quotidiane.
La scuola è centrale, ma senza continuità e risorse diventa un rito di promesse.
La casa è centrale, ma senza strumenti e senza coraggio fiscale resta un’emergenza lasciata ai comuni.
Dire “torniamo a sinistra” non basta se non si dice come si finanzia, come si amministra, e come si difende un’agenda sociale in un contesto di vincoli europei e globali.
Cacciari, nella sua versione più utile al dibattito, non sta dicendo “Schlein sbaglia tutto”, sta dicendo “schivare queste domande è finita”.
E se questa è davvero la sostanza del suo intervento, allora quel momento televisivo diventa una fotografia del tempo presente.
Un tempo in cui il pubblico tollera sempre meno le parole che si chiudono su se stesse.
Un tempo in cui anche chi è vicino culturalmente a un’area politica pretende che quell’area smetta di vivere di auto-racconti.
Un tempo, soprattutto, in cui la credibilità non si compra con l’indignazione, ma con l’architettura di una proposta.
La televisione, ogni tanto, riesce a far emergere questa richiesta senza volerlo.
E quando succede, il copione non crolla perché qualcuno ha “vinto” la lite, ma perché la realtà entra in studio e chiede conto.
Il resto, come sempre, lo deciderà ciò che accade fuori dallo studio, dove le statistiche diventano bollette e i discorsi diventano affitti.
E lì, senza strategia, anche la narrazione più brillante dura lo spazio di una serata.
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