Innalzato a 2 il livello di sicurezza con un’auto blindata in più. A chiederlo anche la presidente della Commissione antimafia, Chiara Colosimo, dopo l’audizione del conduttore di Report

Il silenzio di Campo Ascolano, fuori stagione, ha il rumore sordo del mare in lontananza e il fruscio delle pinete, ma da settimane ha assunto un altro suono, più metallico, più teso: quello delle pattuglie che si avvicendano sotto casa di Sigfrido Ranucci, delle radio di servizio che gracchiano istruzioni, degli pneumatici delle blindate che scrivono cerchi prudenti sull’asfalto.
Quello che a ottobre sembrava un episodio violento e isolato—due esplosioni che hanno distrutto l’auto del giornalista e quella di sua figlia—si è trasformato in un dossier in evoluzione, con livelli di sicurezza alzati d’urgenza, richieste di atti secretati, audizioni in commissione Antimafia che si intersecano con indagini della procura e con le frizioni istituzionali più delicate.
Il Viminale ha deciso.
Sollecitato dalla presidente della commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, ha alzato il livello di protezione di Ranucci dal quarto al secondo: significa quattro agenti sotto casa, non più due, e una blindata in più, significa un perimetro che si stringe, una vita che si sposta di un passo ogni volta che un’auto frena, ogni volta che una persona sconosciuta attraversa la strada.
Non è retorica: è logistica.
È il linguaggio della sicurezza, che traduce la paura in protocolli, la minaccia in percorsi, la possibilità dell’imprevisto in pianificazione.
Il giornalista di Report vive oggi in una bolla protettiva che somiglia a una vetrata: si vede tutto, si sente tutto, ma ogni gesto deve essere misurato.
Il 16 ottobre, verso le 22, due ordigni rudimentali, potenzialmente letali, sono esplosi sotto casa sua.
L’auto di Ranucci e quella di sua figlia sono diventate carcasse nere, fotografie che hanno fatto il giro dei telefoni prima ancora che delle pagine.
Nessuna rivendicazione.
Indagini in corso.
Una sequenza che si ripete, nei casi di pressione criminale: prima il buio, poi le domande, poi i protocolli, poi la politica.
Da allora, il caso ha smesso di essere una cronaca di quartiere e ha iniziato a ribollire nelle tubature della capitale.
La commissione Antimafia ha convocato Ranucci il 4 novembre, a Palazzo San Macuto.
Una parte dell’audizione è stata secretata.
Scelta non frequente, ma non insolita quando ci sono elementi che incrociano apparati, nomi sensibili, ipotesi di interferenza.
In quell’audizione, secondo quanto emerso, l’ex magistrato e senatore M5S Roberto Scarpinato ha posto una domanda che ha richiesto lo spegnimento dei microfoni: “Lei ha dichiarato di essere stato pedinato su richiesta del sottosegretario Fazzolari.
Ci può raccontare meglio questo episodio?”
Silenzio istituzionale.
Registratori spenti.
La politica che interroga la politica attraverso un giornalista.
E il giornalista che chiede al potere di fermare il suono per poter dire una parte della verità senza che diventi subito bomba mediatica.
Sulla scia di quell’episodio, Colosimo ha chiesto il rafforzamento della scorta.
Il Viminale ha disposto.
Nel frattempo, Giovanbattista Fazzolari ha rigettato con fermezza ogni ricostruzione che lo accosti a pedinamenti o attivazioni di servizi, definendo “troppo grave” l’accusa per lasciarla cadere e “inquietante” l’ipotesi che un collegamento sia stato anche solo fatto aleggiare tra l’attentato e il governo come mandante.
La macchina delle parole ha iniziato a correre parallela a quella delle indagini.
Non si tratta di un conflitto aperto, ma di una tensione di sistema: la commissione Antimafia, la procura di Roma, il Copasir, la Vigilanza Rai, il Viminale, Palazzo Chigi.
Un circuito che di solito si accende a fasi alterne, che ora sembra illuminato in simultanea.
Il Copasir—comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica—ha chiesto di acquisire la parte secretata del resoconto dell’audizione di Ranucci in Vigilanza Rai, svolta il 5 novembre.
Barbara Floridia, presidente M5S della commissione, ha convocato l’Ufficio di presidenza per il 3 dicembre, alle 8.30, per esaminare la richiesta e sottoporla al voto dei gruppi.
Subito dopo, la commissione si riunirà per il voto sulla nomina del presidente Rai.
Non è un dettaglio.
È l’incastro istituzionale che rende il momento più teso.
Da un lato, la tutela di un giornalista sotto pressione.
Dall’altro, la governance del servizio pubblico.
In mezzo, il tema antico: le mafie e le altre associazioni criminali, anche straniere, che entrano e escono dalle cronache con un tempo più lento di quello dei social, ma con effetti più profondi.
La procura di Roma, nel frattempo, ha chiesto l’acquisizione dell’audizione di Palazzo San Macuto, in parte secretata.
È un segnale.
Significa che i pm intendono incrociare dichiarazioni, ricostruzioni, ipotesi.
Significa che il processo alle bombe carta non si ferma alla dinamica fisica dell’attentato, ma si spinge a guardare attorno: contatti, pedinamenti, movimenti sospetti.
La sicurezza, intanto, ha cambiato pelle.
Passare da un livello di protezione quattro a due non è un aggiornamento cosmetico.
È una riscrittura delle giornate.
Quattro agenti di scorta sotto casa, turni più stretti, un’auto blindata aggiuntiva.
Significa che ogni uscita è accompagnata, ogni rientro è segnalato, ogni tragitto è valutato, e le abitudini devono cambiare.
Gli agenti di scorta non sono ombre.
Sono barriere mobili.
Hanno licenza di anticipare il rischio, di intercettare il sospetto, di segnalare il movimento.
In quartieri come Campo Ascolano la loro presenza diventa lingua, diventa segnale, diventa deterrente.
Ma a volte, purtroppo, diventa anche bersaglio.
Il livello due, in Italia, si attiva quando c’è un rischio intermedio-alto, concreto, non teorico.
Ranucci non è un parlamentare, non è un magistrato, non è un ministro.
È un giornalista.
Ma la tipologia delle sue inchieste negli anni, la natura dell’attentato, il contesto attuale, hanno suggerito ai responsabili della sicurezza che non si può trattare il caso come uno dei tanti.
Nei corridoi del Viminale, la parola che circola è una: prevenzione.
Prevenzione, in questi casi, significa tre cose.
Interpretare il movimento prima che diventi azione.
Eliminare le abitudini che espongono.
Moltiplicare la visibilità della protezione per dissuadere.
La protezione visibile, spesso “criticata” da chi vorrebbe discrezione, è in realtà parte dello strumento.
Creare un perimetro evidente serve a spostare il rischio, a renderlo meno praticabile, a far capire a chi osserva che ogni passo sarà registrato, ogni avvicinamento sarà notato, ogni numero di targa sarà annotato.
Le indagini sull’attentato procedono.
Ordigni rudimentali, ma potenzialmente letali: è il paradosso della pressione criminale “artigianale”, quella che non usa volumi di fuoco elevati ma colpisce con precisione simbolica, con tempi studiati, con luoghi che colpiscono la vita quotidiana.
Distruggere l’auto non è solo danneggiare un bene.
È invadere l’idea di libertà, è spezzare la routine, è imporre un tempo diverso.
Gli inquirenti hanno raccolto filmati di sorveglianza, acquisito tracce, ascoltato.
Hanno ipotizzato traiettorie di fuga, comparato orari.
Non ci sono rivendicazioni.
Nell’assenza di rivendicazioni, spesso, si nasconde la natura della minaccia: chi colpisce non cerca pubblicità, cerca effetto.
Nel frattempo, il racconto si complica.
La richiesta di spegnere i microfoni, in audizione, su una domanda che riguarda un sottosegretario, ha proiettato il caso nel cono d’ombra più scomodo per la politica italiana: quello tra sicurezza e segreto, tra controllo e abuso.
Nessuna prova pubblica, nessuna accusa formalizzata.
Solo la percezione che la rete di protezione di un giornalista si intrecci con la trama del potere.
Il Copasir, chiedendo la parte secretata della Vigilanza, ha acceso una luce nella stanza dove di solito si entra in punta di piedi.
Non è un atto ostile.
È un atto dovuto, quando ci sono elementi che toccano la sicurezza nazionale.
Ma ogni volta che quei due mondi si sfiorano, la temperatura sale.
Il giorno in cui Colosimo ha chiesto il rafforzamento della scorta, singolare e simbolico, ha segnato una linea nella sabbia: la politica ha riconosciuto un rischio e ha chiesto allo Stato di intervenire per proteggere.
Il Viminale ha risposto.
La Rai, per parte sua, rimane sullo sfondo, ma non troppo.
La Vigilanza è chiamata a votare il presidente, e intanto a gestire l’istanza del Copasir.
La governance del servizio pubblico è il contesto dove si decidono spesso i tempi della verità di inchiesta, i margini della tutela professionale, le strutture della protezione.
Ranucci, in questi giorni, è un nome che non divide la politica in schieramenti, ma in sensibilità.
C’è chi parla di garantismo e ricorda che non ci sono accusati formalmente di alto profilo, c’è chi parla di protezione doverosa oltre ogni opinione, c’è chi teme la politicizzazione del caso e chiede sobrietà.
C’è, soprattutto, una comunità di cittadini che ha visto le foto delle auto distrutte e ha capito che non è un gioco.
Allarme sicurezza non significa allarme istituzionale.
Significa che lo Stato sta facendo il suo mestiere.
Aumentare la scorta, alzare il livello, analizzare i movimenti sospetti, prevenire un attacco.
Gli “allarmi” non sono sirene.
Sono riunioni.
Sono telefoni.
Sono piani di spostamento.
Sono pattuglie che cambiano ora.
Sono lampioni che restano accesi più a lungo.
Sono corpi che fanno barriera.
A Roma, i pm hanno chiesto di poter ascoltare meglio.
Di acquisire atti, di incrociare.
La parte secretata di San Macuto può aiutare a capire se esiste una linea che collega l’episodio violento a un tentativo di pressione più ampia, o se siamo di fronte a un atto isolato.
A volte le storie non hanno regia.
A volte sì.
Capirlo è compito della giustizia.
Capire che cosa significa, intanto, è compito della politica.
La politica, in queste settimane, trema leggermente nei suoi corridoi.
Non è panico.
È disagio.
Nella filigrana degli eventi, c’è una consapevolezza che si insinua: l’Italia non si è liberata dalla capacità delle mafie e delle associazioni criminali di dettare tempi e paure.
Le bombe carta possono essere poco più che fuochi artigianali.
Possono essere segnalazioni.
Possono essere preludi.
Dire “movimenti sospetti” non è alimentare paura.
È ammettere che chi fa inchieste vive spesso dentro coordinate che non sono solo professionali.
Proteggere significa impedire che una minaccia latente diventi azione.
È la scorta che raddoppia.
È la blindata che si aggiunge.
È il livello che sale.
Ed è lo Stato che, nonostante le polemiche, prova a fare quadrato.
Il dossier Ranucci racconta, suo malgrado, tre cose dell’Italia di oggi.
Che il confine tra informazione e pressione criminale è ancora un campo minato che si attraversa con fatica, e che ogni attentato, anche rudimentale, è un colpo alla libertà comune.
Che le istituzioni, quando funzionano, sanno accelerare: commissioni che si parlano, procure che chiedono, organi di sicurezza che alzano l’asticella.
Che la politica deve imparare a proteggere senza inghiottire: evitare che la tutela diventi bandiera, che la bandiera diventi arma.
Nel frattempo, sotto casa di Ranucci, l’alba è sempre sorvegliata.
Gli agenti controllano i veicoli che si fermano troppo a lungo, annotano le targhe che compaiono con regolarità, tracciano soste e itinerari, cambiano percorsi.
La sicurezza aumentata è un equilibrio dinamico, non un recinto fisso.
Serve a dare tempo alle indagini, a togliere tempo a chi volesse colpire.
Serve a ricordare che l’inchiesta giornalistica non è solo un genere televisivo: è uno dei mestieri che espongono il corpo ai rischi del Paese reale.
Il resto, nei corridoi del potere, si misura in passi.
Passi più lenti.
Passi più corti.
Passi più attenti.
E in una frase che dovrebbe essere sempre la stessa, ma che a volte si dimentica: nessuno tocca chi racconta.
Non perché lo dica una parte, ma perché lo dice lo Stato.
E quando lo Stato lo dice con quattro agenti in più e una blindata in più, non lo sta dicendo.
Lo sta facendo.
⚠️IMPORTANTE – RECLAMI⚠️
Se desideri che i contenuti vengano rimossi, invia un’e-mail con il motivo a:
[email protected]
Avvertenza.
I video potrebbero contenere informazioni che non devono essere considerate fatti assoluti, ma teorie, supposizioni, voci e informazioni trovate online. Questi contenuti potrebbero includere voci, pettegolezzi, esagerazioni o informazioni inaccurate. Gli spettatori sono invitati a effettuare le proprie ricerche prima di formulare un’opinione. I contenuti potrebbero essere soggettivi.