MELONI SBOTTA IN DIRETTA E AMMUTOLISCE IL GIORNALISTA DI SINISTRA: PERDE LA PAZIENZA MA COLPISCE NEL SEGNO, SMASCHERA LA NARRAZIONE DELLA SINISTRA E LASCIA LO STUDIO SENZA ALCUNA REPLICA POSSIBILE|KF

Ci sono interviste che scorrono come protocollo, e poi ci sono quelle che improvvisamente diventano un processo in diretta.

Quella in cui Giorgia Meloni si è trovata a rispondere su libertà di stampa, proprietà dei media e regole della par condicio appartiene alla seconda categoria, perché la domanda non chiedeva soltanto un chiarimento, ma suggeriva una cornice: l’idea di un potere politico che “mette le mani” sull’informazione.

Il confronto, com’è facile immaginare, non è rimasto sul piano tecnico.

È diventato uno scontro di narrazioni, con la presidente del Consiglio che ha scelto una linea di difesa aggressiva, fatta di negazioni secche, richiami al passato e una tesi ripetuta più volte: si sta costruendo un racconto “surreale” sull’Italia, e questo racconto finisce per danneggiare il Paese più di quanto lo protegga.

La scena ha colpito perché Meloni non ha risposto da ospite cauta, ma da controinterrogante, ribaltando la domanda su chi la poneva e, soprattutto, su chi avrebbe tollerato assetti simili in epoche precedenti senza alzare la voce.

Non è stata solo una difesa.

Italian PM Meloni holds her end-of-year news conference in Rome

È stata una controffensiva comunicativa in cui ogni accusa è stata trasformata in un boomerang: se oggi dite che il regolamento è pericoloso e quel regolamento esisteva già, allora state dicendo che era pericoloso anche ieri.

Se oggi parlate di controllo, allora dovete spiegare perché per anni non avete usato la stessa parola quando il controllo, almeno nella percezione di una parte dell’opinione pubblica, era attribuito ad altri.

Il primo terreno scivoloso è stato quello dell’AGI e della proprietà dell’informazione.

Il giornalista ha impostato la questione in modo classico: in Europa si discute di media freedom, e un’operazione societaria che coinvolga una partecipata pubblica e un’agenzia di stampa è, almeno in teoria, materia sensibile.

Meloni ha scelto di non entrare nel merito di trattative, dettagli e nomi, rivendicando di non occuparsene e sostenendo che non le competa indirizzare mosse di questo tipo.

Questo passaggio è importante perché segna una separazione netta tra responsabilità politica e gestione industriale, una separazione che in Italia viene spesso evocata e altrettanto spesso sospettata di essere solo formale.

La premier ha aggiunto un elemento che ha acceso ulteriormente il dibattito, cioè l’idea che certe letture nascano da una mentalità abituata a usare le partecipate per logiche di appartenenza.

Detta così, non è una risposta neutra.

È un’accusa politica implicita, che non chiama in causa un singolo episodio specifico, ma una “cultura” del potere attribuita agli avversari.

In televisione, questo tipo di risposta funziona perché sposta l’attenzione dal fatto discusso alla credibilità di chi lo contesta, e costringe l’interlocutore a difendersi su un piano più ampio e più difficile da chiudere in trenta secondi.

Il secondo terreno, ancora più delicato, è stato quello della par condicio e della Rai.

Qui Meloni ha costruito il suo ragionamento come un sillogismo tagliente: se mi accusate di voler controllare la stampa perché il regolamento resta quello di prima, allora state dicendo che anche prima qualcuno controllava la stampa.

È la classica tecnica del “se A, allora anche B”, che in un confronto televisivo crea un corto circuito, perché costringe chi domanda a scegliere tra due alternative entrambe scomode.

O si sostiene che il regolamento, in sé, non è prova di controllo, e allora l’accusa perde forza.

Oppure si sostiene che il regolamento era già sbagliato, e allora si ammette che la critica arriva in ritardo, o comunque che non è nata oggi.

Nel frammento più discusso, Meloni ha insistito sul fatto che alcune regole contestate sarebbero state votate anche da forze oggi all’opposizione perché ricalcherebbero norme già in vigore.

Il messaggio politico, più che giuridico, è chiarissimo: state gridando allo scandalo su un impianto che avete accettato quando conveniva, e lo trasformate in emergenza democratica solo perché il vento è cambiato.

A quel punto la discussione si è spostata dal contenuto delle regole al clima complessivo, cioè all’idea di “Telemeloni” contrapposta all’idea di “racconti falsi” che rimbalzano all’estero.

Meloni ha mostrato irritazione per un tema che considera corrosivo, perché la narrazione internazionale di un Paese che scivola verso una deriva autoritaria ha effetti reputazionali reali, anche quando nasce da polemiche interne.

È qui che la premier ha detto, in sostanza, che criticare è legittimo, ma “inventare per criticare” è un pessimo servizio.

Questa frase è diventata un perno perché intercetta una stanchezza diffusa: molti cittadini avvertono che nel dibattito pubblico l’iperbole ha sostituito la verifica, e che la parola “regime” viene usata come martello universale anche quando la realtà è più complicata.

Dall’altra parte, però, resta un punto che non si può liquidare con un colpo di teatro.

Il rapporto tra politica e informazione in Italia è storicamente fragile, e la Rai è un terreno in cui ogni maggioranza viene accusata, prima o poi, di colonizzazione.

Non è un’accusa che nasce con questo governo, e non finirà con questo governo.

È una cicatrice strutturale, alimentata dal fatto che la governance della televisione pubblica e i meccanismi delle nomine sono da decenni uno dei luoghi in cui si vede il confine, spesso confuso, tra indirizzo e influenza.

Proprio per questo, quando la premier risponde “non mi compete”, la risposta può convincere una parte del pubblico e lasciarne scettica un’altra, perché la distanza tra teoria e pratica, in Italia, è un tema che pesa quanto le norme.

Il momento di massima tensione è arrivato quando Meloni ha evocato episodi del passato legati alla rappresentanza nei vertici Rai, sostenendo che ci siano stati periodi in cui l’opposizione non sarebbe stata trattata con equilibrio senza che l’indignazione diventasse titolo permanente.

Al di là della disputa sulla ricostruzione storica, l’effetto comunicativo è stato potente: “non fate a me lezioni di democrazia” è una frase che chiude la porta e sposta la postura da interrogata a giudice.

In quel passaggio, la premier non sta solo rispondendo al giornalista.

Sta parlando a un elettorato che si sente spesso rappresentato come periferico, demonizzato o culturalmente inferiore, e che prova soddisfazione quando vede un leader respingere l’accusa con decisione.

È un meccanismo emotivo che conta moltissimo nella politica contemporanea, perché trasforma un dibattito tecnico, difficile da seguire, in una scena leggibile: attacco, resistenza, ribaltamento.

Da qui nasce la sensazione, raccontata da chi ha commentato l’episodio, che lo studio sia rimasto “senza replica possibile”.

Non perché non esistano repliche nel merito, ma perché il ritmo e la sicurezza con cui Meloni ha imposto la cornice hanno reso costoso, in tempo reale, tornare ai dettagli senza sembrare evasivi.

Un altro punto citato dalla premier ha riguardato la diffamazione e l’idea del carcere per i giornalisti, tema che in Italia è discusso da anni e che periodicamente riemerge come simbolo della libertà di stampa.

Meloni ha rivendicato che nella sua area politica esisterebbero proposte che vanno nella direzione opposta rispetto all’immagine dell’imbavagliamento.

Anche qui, il bersaglio principale non è un articolo di legge specifico, ma la credibilità della narrazione che dipinge l’attuale maggioranza come naturalmente ostile alla stampa.

Il punto più utile, per chi guarda con un minimo di distanza, è che l’episodio mostra una frattura profonda tra due modi di intendere l’informazione.

Da un lato c’è la richiesta, spesso proveniente dal mondo giornalistico, di vigilare su conflitti di interesse, concentrazioni, pressioni e clima di delegittimazione.

Dall’altro c’è l’idea, sempre più diffusa tra i politici e tra una parte del pubblico, che certi allarmi siano diventati un linguaggio automatico, usato per colpire l’avversario più che per migliorare le regole.

Quando queste due posture si incontrano, lo scontro diventa inevitabile, perché ciascuna interpreta l’altra come un abuso: abuso di potere da una parte, abuso di narrazione dall’altra.

L’intervista, quindi, non è stata solo “Meloni contro un giornalista”, e nemmeno “governo contro sinistra” in senso stretto.

È stata una dimostrazione di quanto sia fragile il confine tra controllo democratico e guerra di etichette.

Se il giornalista imposta la domanda come insinuazione, la risposta tende a essere una smentita offensiva.

Se la politica risponde con disprezzo e generalizzazioni, il giornalismo tende a sentirsi autorizzato a usare categorie drastiche.

E così il circuito si autoalimenta, producendo calore e pochissima luce.

Detto questo, non si può ignorare un fatto: la libertà di stampa non si misura solo nelle grandi dichiarazioni o nei regolamenti, ma anche nel clima, nelle querele temerarie, nell’accesso alle fonti, nella pluralità delle voci e nella trasparenza dei processi decisionali.

Su questi aspetti, ogni governo viene giudicato non da una singola battuta, ma dalla somma dei comportamenti.

L’episodio di cui si discute resterà nella memoria perché Meloni ha mostrato un controllo scenico notevole, ha trasformato la difesa in attacco e ha parlato con un linguaggio che molti elettori trovano finalmente “non subalterno”.

Ma resterà anche come promemoria di una cosa più grande: in Italia la libertà dell’informazione è un tema talmente sensibile che basta una domanda posta male, o una risposta data troppo di pancia, per trasformare un confronto necessario in una rissa sterile.

La parte migliore di quella serata, se la si vuole cercare, non sta nel “chi ha vinto” ma nel fatto che, per qualche minuto, il Paese ha guardato in faccia il nodo irrisolto: come si garantisce una televisione pubblica credibile, come si tengono separate politica e gestione, e come si discute di media senza scivolare nella propaganda.

Se la politica vuole davvero “colpire nel segno”, il segno non è il giornalista messo a tacere.

Il segno è costruire regole più chiare, prassi più trasparenti e un clima in cui le domande dure non siano vissute come tradimento, e le risposte dure non diventino un modo per scoraggiare le domande.

Finché questo passaggio non avverrà, ogni intervista potrà ancora trasformarsi in un duello, e ogni duello verrà scambiato per una prova definitiva di verità, quando invece è spesso soltanto una prova di forza.

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