Tra sudore e speranza, l’abbraccio dei Papi agli operai cambia il volto del mondo…

Quello della fabbrica non è uno spazio estraneo agli insegnamenti della Chiesa.

In occasione di questo evento giubilare, ripercorriamo alcune riflessioni dei Papi sul mondo del lavoro.

Giovanni Paolo II ha definito “una grazia del Signore l’essere stato operaio”, perché questo gli ha dato la possibilità “di conoscere da vicino l’uomo del lavoro”

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Nel Vangelo l’immagine degli operai in attesa di qualcuno che “li prenda a giornata” è la fotografia di quello che vediamo spesso anche oggi tra strade e piazze delle nostre città.

Il lavoro, sempre e ovunque, resta un aspetto essenziale del tessuto sociale e appartiene, come si legge nella Bibbia, alla condizione originaria dell’uomo.

Nell’Anno Santo della speranza la Chiesa dedica a questa vasta porzione di umanità, quella dei lavoratori, un momento speciale: il Giubileo del mondo del lavoro che si sarebbe dovuto aprire lo scorso primo maggio.

Questo evento era poi stato annullato a causa della morte di Papa Francesco ed è stata scelta la data dell’8 novembre: il momento culminante, in questa giornata, è l’udienza giubilare di Papa Leone XIV.

Un incontro che si salda con quelli dei suoi predecessori con i lavoratori.

Nel contesto di questo evento giubilare riecheggiano, in particolare, le parole rivolte dai Pontefici agli operai.

Pio XII e la questione operaia

Il mondo in rovina ha bisogno di essere riedificato, non solo nella sua dimensione materiale.

In questa cornice, nel periodo scosso dalla seconda guerra mondiale, Papa Pio XII incontra una rappresentanza di lavoratori.

È il 13 giugno del 1943 e molti dei fedeli giunti per ascoltare la voce del Pontefice sono operai provenienti da vari stabilimenti industriali.

L’abbraccio con il vescovo di Roma è molto atteso. “Per alcuni istanti – ricorda l’Osservatore Romano nella cronaca di quella giornata – la manifestazione incalzava a ondate possenti, in gara filiale, di cui l’irraggiarsi dei volti era il segno espressivo; ma poi ecco succedere un silenzio”.

È l’istante, carico di attenzione, in cui irrompono le parole di Papa Pacelli.

Delle dure condizioni presenti la moltitudine degli operai, più di altri gravata e afflitta, non è però sola a risentire il peso;

ogni ceto deve portare il suo fardello, quale più, quale meno penoso e molesto;

né soltanto lo stato sociale dei lavoratori e delle lavoratrici domanda ritocchi e riforme, ma tutta l’intera e complessa struttura della società ha bisogno di raddrizzamenti e di miglioramenti, profondamente scossa com’è nella sua compagine.

Chi non vede però che la questione operaia, per l’arduità e la varietà dei. problemi che implica, e per il vasto numero dei membri che interessa, è tale e di così gran necessità e importanza, che merita più attenta, vigilante e provvida cura?

Questione se altra mai delicata; punto, si direbbe, nevralgico del corpo sociale, ma talvolta anche terreno mobile e infido, aperto a facili illusioni e a vane inattuabili speranze, per chi non tenga davanti all’occhio dell’intelligenza e all’impulso del cuore la dottrina di giustizia, di equità, di amore, di reciproca considerazione e convivenza, che inculcano la legge di Dio e la voce della Chiesa.

Papa Pio XII ribadisce ai lavoratori la sollecitudine della Chiesa: “la Chiesa intensamente vi ama e, non soltanto da oggi, con ardore ed affetto materno e con vivo senso della realtà delle cose, ha considerato le questioni che toccano voi più particolarmente”.

E ricorda aspirazioni giuste e legittime: “un salario, che assicuri l’esistenza della famiglia, tale da rendere possibile ai genitori l’adempimento del loro naturale dovere di crescere una prole sanamente nutrita e vestita;

un’abitazione degna di persone umane; la possibilità di procurare ai figli una sufficiente istruzione e una conveniente educazione, di prevedere e provvedere per i tempi di strettezze, di infermità e di vecchiaia”.

Operai al lavoro nel reparto di produzione di uno stabilimento   (Fondazione Isec, Fondo Ercole Marelli)

Giovanni XXIII e la nobiltà del lavoro

Nel 1961 la Basilica Vaticana è gremita di operai in occasione della celebrazione del primo maggio cristiano.

Papa Giovanni XXIII, rivolgendosi a questa “assemblea di lavoratori”, ricorda che la Chiesa “è stata fin dagli inizi del suo glorioso cammino la madre degli umili, la protettrice degli affaticati, la assertrice del progresso morale ed economico dell’uomo”.

“Gesù, venuto sulla terra per salvare il genere umano, ha speso la maggior parte della sua vita nella fatica, e non in una attività delicata o superiore, bensì in semplice lavoro manuale”.

“Il lavoro – conclude Papa Roncalli – è una nobiltà”.

Paolo VI e gli operai dell’Italsider

Sono molteplici gli incontri di Paolo VI con il mondo del lavoro. Nella notte di Natale del 1968 l’abbraccio del Pontefice agli operai del centro siderurgico di Taranto è una storica sequenza di immagini: i lavoratori in tuta, con l’elmetto in testa, si stringono intorno al Papa, mentre alle loro spalle i bagliori della colata di ghisa illuminano la notte.

In quegli istanti il dialogo tra Paolo VI e gli operai è scandito soprattutto da sguardi, strette di mano.

Negli occhi di quegli uomini si scorgono stupore, commozione, gioia. Sono quasi increduli nel vedere il Papa tra loro.

Il Pontefice, durante la visita nell’altoforno, si interessa sulle varie fasi tecniche dei processi di lavorazione ma la sua attenzione si concentra sugli uomini. Si complimenta per il lavoro che svolgono.

Il Papa si inginocchia tra loro sulla polvere che copre il pavimento. Prega con loro.

Nell’omelia sottolinea che il messaggio cristiano non è estraneo al mondo del lavoro moderno in grado di raggiungere alti livelli di ingegno, di scienza e di tecnica.

Diremo che quanto più l’opera umana qui si afferma nelle sue dimensioni di progresso scientifico, di potenza, di forza, di organizzazione, di utilità, di meraviglia – di modernità insomma – tanto più merita e reclama che Gesù, l’operaio profeta, il maestro e l’amico dell’umanità, il Salvatore del mondo, il Verbo di Dio, che si incarna nella nostra umana natura, l’Uomo del dolore e dell’amore, il Messia misterioso e arbitro della storia, annunci qui, e di qui al mondo, il suo messaggio di rinnovazione e di speranza. Lavoratori, che Ci ascoltate: Gesù, il Cristo, è per voi!

Le parole del Pontefice risuonano nel centro siderurgico, tra ponti mobili, pareti di metallo e lamiere d’acciaio accatastate.

In quella notte di Natale si fondono i linguaggi dello Spirito e della materia. La voce del Papa e i rumori dell’altoforno si elevano insieme dalla Terra verso il Cielo.

“Quando il Papa riparte – scrive L’Osservatore Romano nell’edizione sul Natale del 1968 – il saluto entusiasta dei presenti nasconde un’intima malinconia.

È stato un grande incontro” con l’annuncio del Natale all’umanità che fatica, che lavora, che spera.

Natale 1968. Paolo VI incontra gli operai nell centro siderurgico di Taranto.

Giovanni Paolo II e la grazia di essere stato operaio

Anche Papa Giovanni Paolo II incontra, in diverse occasioni, il mondo del lavoro.

Nel 1982, pochi mesi dopo la pubblicazione dell’enciclica Laborem exercens Papa  Wojtyła si reca a Livorno nello stabilimento Solvay, la stessa azienda per la quale a vent’anni aveva lavorato in Polonia prima di entrare in seminario. È il 19 marzo del 1982, giorno della festa di san Giuseppe.

Quella che gli operai presentano al Pontefice è l’immagine consueta, quotidiana dello stabilimento.

La fabbrica non si è fermata per la visita del Papa perché il ciclo continuo delia lavorazione non si pub interrompere.

Il momento culminante della visita è l’incontro con il consiglio dì fabbrica. Sembra una delle tante assemblee – scrive in quella occasione l’Osservatore romano – che si fanno “per dare un contributo alla soluzione dei problemi di tutti i giorni”.

Risuono le parole del Papa, di un uomo “che a suo tempo fu anche operaio, in una fabbrica simile a quella livornese”.

Giovanni Paolo II, parlando ai lavoratori, ricorda il tempo in cui, dopo aver lasciato, a Cracovia le cave di pietra di Zakrzowek, entrò “a lavorare alla Solvay, in Borek Falecki, come addetto alle caldaie”.

Giovanni Paolo II e il mondo operaio

Considero una grazia del Signore l’essere stato operaio, perché questo mi ha dato la possibilità di conoscere da vicino l’uomo del lavoro, del lavoro industriale, ma anche di ogni altro tipo di lavoro.

Ho potuto conoscere la concreta realtà della sua vita: un’esistenza impregnata di profonda umanità, anche se non immune da debolezze, una vita semplice, dura, difficile, degna di ogni rispetto.

Quando lasciai la fabbrica per seguire la mia vocazione al sacerdozio, ho portato con me l’esperienza insostituibile di quel mondo e la profonda carica di umana amicizia e di vibrante solidarietà dei miei compagni di lavoro, conservandole nel mio spirito come una cosa preziosa.

Nelle parole rivolte da Giovanni Paolo II ai lavoratori dello stabilimento Solvay si può individuare anche un tratto distintivo di questo nostro tempo segnato dall’avvento delle nuove tecnologie e, in particolare, dell’Intelligenza artificiale.

“Lo sviluppo della tecnica ripropone oggi in modo nuovo – si legge in quel discorso di oltre 40 anni fa – il problema del lavoro umano.

La tecnica, infatti, che è stata ed è coefficiente di progresso economico, può trasformarsi da alleata in avversaria dell’uomo”.

I processi produttivi rischiano di “spersonalizzare colui che esercita il lavoro togliendogli ogni soddisfazione ed ogni stimolo alla creatività e alla responsabilità”.

Due domande centrali accompagnano poi la riflessione di Papa Wojtyla nel 1982: Chi avrà la preminenza?

Diventerà la macchina un prolungamento della mente? Sono interrogativi attualissimi e non secondari.

Benedetto XVI e la vicinanza della Chiesa ai lavoratori

L’altare nel centro propulsore della vita cittadina. È questa la scena che avvolge la concelebrazione eucaristica, l’11 settembre 2011, nel Cantiere Navale di Ancona.

Nell’omelia Papa Benedetto XVI sottolinea che un modello di organizzazione sociale centrato solo sul benessere materiale, prescindendo da Dio e dalla sua rivelazione in Cristo, finisce per “dare agli uomini pietre al posto del pane”.

Non si possono disgiungere la dignità del lavoro e il pane.

Il pane, cari fratelli e sorelle, è “frutto del lavoro dell’uomo”, e in questa verità è racchiusa tutta la responsabilità affidata alle nostre mani e alla nostra ingegnosità;

ma il pane è anche, e prima ancora, “frutto della terra”, che riceve dall’alto sole e pioggia: è dono da chiedere, che ci toglie ogni superbia e ci fa invocare con la fiducia degli umili: “Padre (…), dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6,11).

Al termine della messa ad Ancona, Benedetto XVI pranza con alcuni operai in cassa integrazione, precari e disoccupati.

Sono i rappresentanti delle categorie più colpite dalla crisi che ha messo in ginocchio una parte considerevole dell’economia locale.

“Conosco i vostri problemi, vi sono vicino. Tutta la Chiesa vi è vicina”.

Messa presieduta da Benedetto XVI nel Cantiere Navale di Ancona (11 settembre 2011).

Papa Francesco e i valori del lavoro

Il binomio inscindibile tra dignità e occupazione. Papa Francesco, durante il suo Pontificato, ha più volte indicato questa relazione riferendosi al mondo del lavoro.

Nella visita pastorale a Genova, il 27 maggio del 2017, si reca nello stabilimento siderurgico Ilva di Cornigliano.

Alcuni operai indossano la tuta da lavoro, con tanto di elmetto protettivo blu o giallo in testa.

Prima dell’incontro, Francesco attraversa con una piccola vettura elettrica un padiglione normalmente utilizzato come deposito dei rotoli d’acciaio.

Rispondendo alle domande dei lavoratori, Francesco ribadisce il valore della sana impresa e ricorda i rischi della speculazione e dell’idolatria del consumismo.

Francesco: il consumo è diventato un idolo

E’ il consumo il centro della nostra società, e quindi il piacere che il consumo promette.

Grandi negozi, aperti 24 ore ogni giorno, tutti i giorni, nuovi “templi” che promettono la salvezza, la vita eterna; culti di puro consumo e quindi di puro piacere.

E’ anche questa la radice della crisi del lavoro nella nostra società: il lavoro è fatica, sudore.

La Bibbia lo sapeva molto bene e ce lo ricorda. Ma una società edonista, che vede e vuole solo il consumo, non capisce il valore della fatica e del sudore e quindi non capisce il lavoro.

Tutte le idolatrie sono esperienze di puro consumo: gli idoli non lavorano.

Il lavoro è travaglio: sono doglie per poter generare poi gioia per quello che si è generato insieme. 

Alcuni operai durante la visita di Francesco a Genova nel 2011.

Senza ritrovare una cultura che stima la fatica e il sudore, sottolinea Francesco, non si può ritrovare un nuovo rapporto col lavoro.

Un mondo che non conosce più i valori e il valore del lavoro, “non capisce più neanche l’Eucaristia, la preghiera vera e umile delle lavoratrici e dei lavoratori”.

I campi, il mare, le fabbriche – ricorda il Pontefice argentino durante l’incontro con il mondo del lavoro a Genova – sono sempre stati ‘altari’ dai quali si sono alzate preghiere belle e pure, che Dio ha colto e raccolto”.

Preghiere dette e recitate “da chi sapeva e voleva pregare ma anche preghiere dette con le mani, con il sudore, con la fatica del lavoro”.

Leone XIV e il diritto di avere un lavoro degno

Un altro aspetto, rimarcato in più occasioni da Francesco durante il suo Pontificato, è quello della sicurezza sul lavoro, che “è come l’aria che respiriamo: ci accorgiamo della sua importanza solo quando viene tragicamente a mancare”.

Il dramma delle morti sul lavoro resta una piaga che colpisce anche gli Stati più sviluppati.

Una delle ultime vittime in Italia era proprio un operaio, rimasto sepolto per ore sotto le macerie di un antico edificio medievale.

Si chiamava Octay Stroici, aveva 66 anni ed era impegnato nel restauro della Torre dei Conti, crollata per cause ancora da accertare.

Commentando gli incidenti sul lavoro a partire da questo drammatico episodio avvenuto a Roma, Papa Leone XIV ha affermato che “è un diritto dell’essere umano avere un lavoro degno”.

Un diritto, non un privilegio, su cui si misura la civiltà di un Paese.

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