C’è un momento, in ogni crisi culturale, in cui un semplice gesto smette di essere un simbolo e diventa un detonatore.
A Roma, davanti a un cinema che è più un santuario che una sala, questo momento è arrivato quando Nanni Moretti ha appeso una locandina che sembrava uno scherzo, un atto di sarcasmo, un guanto di sfida.
La premier che urla, un titolo tagliente, una grafica studiata, un attacco diretto ma anche ambiguo, lasciato apposta senza nome per far sì che il pubblico completasse da solo il bersaglio.

Quello che nessuno si aspettava era la reazione.
Perché la risposta – silenziosa, tagliente, chirurgica – non è arrivata in forma di replica pubblica o dichiarazione politica, ma come un’onda d’urto culturale che ha ribaltato completamente la narrazione.
Quello che è iniziato come uno sfottò da vecchia intellighenzia si è trasformato in un duello simbolico che ha messo a nudo il vero conflitto che nessuno aveva mai osato pronunciare.
Non Moretti contro Meloni.
Ma un’epoca contro un’altra.
Un linguaggio contro un nuovo modo di intendere il potere.
Una cultura che si ritrova senza voce contro una che si è presa tutto.
Ripartiamo dall’inizio, perché la scena merita di essere ricostruita come un’indagine.
Il Cinema Nuovo Sacher, quartier generale poetico e personale del regista, diventa all’improvviso il teatro di un attacco simbolico alla Presidente del Consiglio.
La locandina appare da un giorno all’altro, senza preavviso, senza spiegazioni, e il suo messaggio è immediato: la premier non dovrebbe urlare.
È un rimprovero travestito da battuta, una stilettata che Moretti crede di poter infliggere come ai vecchi tempi, quando le sue parole spostavano opinioni, creavano dibattito, fissavano la linea culturale della sinistra italiana.
Ma il mondo non è più quello del 1994.
E la Meloni non è il tipo di avversario che un tempo Moretti riusciva a chiudere in un’ironica cornice narrativa.
La sua figura politica si nutre proprio di ciò che i suoi detrattori considerano difetti.

La voce alta.
Il tono emotivo.
L’impatto diretto e ruvido.
Quello che Moretti giudica e ridicolizza, lei lo trasforma in marchio identitario.
E questo ribaltamento è la vera ragione per cui il gesto del regista ha fatto più rumore di quanto lui stesso potesse immaginare.
È come se avesse colpito un tamburo credendo di creare un’eco e invece avesse attivato un terremoto politico e simbolico.
Quando Moretti, davanti ai giornalisti, ribadisce la sua critica – “Perché urla? Non lo sa che ha vinto?” – sta ripetendo un mantra della vecchia scuola culturale italiana.
Composta, elegante, moderata.
Quella scuola che insegnava che la politica doveva parlare sottovoce, con misura, con quel senso di controllo che Moretti ha sempre identificato come l’unico modo possibile di stare nella sfera pubblica.
Il problema è che quel mondo è finito.
E la risposta glaciale della Meloni non è stata un attacco, una replica, un commento.
È stata l’indifferenza.
La Premier non ha detto nulla perché non aveva bisogno di dire nulla.
Il silenzio con cui ha ignorato l’affondo di Moretti è diventato la vera arma.
Una lama liscia.
Un taglio netto.
Un modo per dimostrare che, politicamente e culturalmente, quel tipo di critica non incide più.
Non è più una minaccia.
È un residuo.
Ed è proprio questo silenzio che ha ferito più di qualsiasi risposta urlata o polemica.
Moretti è sembrato per la prima volta un profeta nel deserto, un intellettuale che lancia segnali di fumo in un mondo in cui tutti comunicano con i droni.
Ma la storia non finisce qui.
Perché il cinema non è stato teatro di un solo messaggio.
Prima della locandina dedicata alla Premier, un altro striscione era apparso sulla stessa facciata: un attacco violentissimo al premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Un affondo che aveva il sapore di una dichiarazione di guerra politica e morale.
Molti hanno considerato i due episodi come iniziative separate, frutto dell’istinto di un artista ancora convinto di avere un ruolo centrale nel dibattito pubblico.

Ma la verità è che i due gesti erano parte della stessa trama.
Moretti non stava criticando due leader.
Stava combattendo contro un mondo che non riconosce più.
Un mondo che sta cambiando alla velocità della politica internazionale e che non si lascia più definire da chi per decenni aveva avuto il monopolio del racconto.
La Meloni rappresenta in Italia un nuovo asse culturale e politico che non dipende più dal giudizio della sinistra intellettuale.
Netanyahu rappresenta, nel panorama globale, un fronte conservatore che si incastra nella stessa geografia di forze che Moretti detesta.
Mettere le due figure sullo stesso piano, pubblicamente e nello stesso luogo, non è stata una coincidenza.
È stata una dichiarazione.
Una linea di demarcazione tracciata non contro due leader, ma contro un’intera visione del mondo.
Una visione che, nel bene o nel male, oggi è al governo non solo in Italia ma in molti paesi occidentali.
Ed è qui che scatta il dettaglio che riscrive i rapporti di forza.
Il gesto di Moretti non è stato percepito come un atto di coraggio.
Non è stato visto come un segnale.
Non ha scatenato dibattiti televisivi né manifesti di solidarietà da parte della comunità culturale.
Ha generato soprattutto silenzio.
Silenzio da parte della politica.
Silenzio da parte degli intellettuali.
Silenzio da parte del pubblico.
Un silenzio che ha un significato preciso: l’influenza culturale non è più nelle mani di chi la deteneva prima.
È migrata altrove.
Si è spostata verso i social, verso nuovi narratori, verso altre forme di comunicazione.
È stata presa da chi parla direttamente alle persone senza bisogno di filtri, senza chiedere permesso, senza aspettare che qualcuno scriva un editoriale per legittimarla.
La risposta glaciale della Meloni non è stata quindi solo politica.
È stata culturale.
È stata la conferma che quel tipo di satira non fa più male, che quel tipo di critica è un residuo di un’epoca che si è dissolta senza che i suoi protagonisti se ne accorgessero.
E a rendere tutto più drammatico c’è un paradosso: la locandina che doveva colpire la premier ha finito per diventare un autoritratto del regista.
Non la premier che urla, ma l’intellettuale che non viene più ascoltato.
Non la politica aggressiva, ma la cultura disarmata.
Non il potere che ha paura, ma un artista che teme di non avere più un ruolo.
Un dettaglio, quello del silenzio, che ha riscritto i rapporti di forza tra spettacolo e politica.
Non è più il cinema a giudicare la politica.
È la politica a ignorare il cinema.
E in questo cortocircuito, la figura di Moretti assume una dimensione quasi tragica.
È il testimone di un cambio d’epoca che non ha voluto vedere arrivare.
È il capitano di una nave culturale che ha perso il vento e non riesce più a orientarsi nelle correnti di oggi.
E la vicenda, lungi dall’essere un semplice episodio, rimane un avvertimento per tutto il mondo dello spettacolo.
Nell’Italia contemporanea, chi vuole influenzare il dibattito deve reinventarsi o rischia di diventare un’eco lontana di se stesso.
La trama di questo scontro si chiude quindi con una rivelazione amara ma innegabile.
Non è la Meloni a essere stata ferita dalla locandina.
È Moretti a essere rimasto solo davanti a uno schermo vuoto.
E il suo gesto, per quanto teatrale, per quanto simbolico, per quanto romantico, non è riuscito a scalfire il muro contro cui si è scontrato.
Un muro fatto di un silenzio che pesa più di mille parole.
Un silenzio che segna la fine di un’epoca e l’inizio definitivo di un’altra.
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