C’è un istante preciso, quando si accendono le telecamere di La7, in cui l’aria nello studio si fa improvvisamente più sottile, quasi irrespirabile per chi non appartiene a quel ristretto circolo del pensiero unico che domina i salotti televisivi della sinistra italiana.
Ed è proprio in quell’istante che capisci che non stai per assistere a un programma di approfondimento giornalistico, ma a un vero e proprio rito sacrificale.
La vittima designata?
Sempre la stessa: il governo di centrodestra — e, soprattutto, la figura che più turba i sonni dell’establishment progressista: Giorgia Meloni.

Quello andato in onda l’altra sera a Otto e Mezzo non è stata una semplice intervista.
Chiamarlo “dibattito” sarebbe un insulto all’intelligenza di chi guarda.
Un dibattito, infatti, presuppone due parti che si confrontano ad armi pari.
Ma qui scenografia, regia, ospiti e persino le luci erano calibrate per mettere la Presidente del Consiglio all’angolo, farla apparire isolata, in difficoltà, circondata dai presunti fallimenti dei suoi ministri.
Lilli Gruber sedeva al suo posto con la solita postura rigida, leggermente inquisitoria.
Gli occhiali sul naso come una professoressa pronta a bacchettare l’alunno indisciplinato, e quel sorriso di chi crede di avere già la vittoria in tasca: il sorriso di chi pensa che la politica si faccia con il sopracciglio alzato e le interruzioni strategiche, con qualche editoriale di Repubblica brandito come verità assoluta e qualche retroscena inventato al momento.
La strategia era evidente sin dai primi secondi:
non attaccare direttamente la Meloni — troppo rischioso —
ma colpirla ai fianchi, scavando nei rapporti interni al governo, insinuando fratture, cercando di dipingerla come leader costretta a mettere pezze agli errori altrui.
I bersagli principali erano due colonne portanti del governo:
Carlo Nordio alla Giustizia
Eugenia Roccella alla Famiglia e Pari Opportunità.
La puntata si apre con una calma solo apparente, quel silenzio elettrico che precede la tempesta.
La Gruber elenca una serie di presunte “criticità”: “caos”, “imbarazzo”, “scollamento”.
Termini pesanti, studiati per evocare un’Italia che esiste solo nella narrazione catastrofista della sinistra: un paese sull’orlo del baratro democratico solo perché qualcuno sta provando a cambiare ciò che per anni è rimasto intoccabile.
Il primo attacco: Nordio
Lilli Gruber entra nel vivo tirando fuori il suo repertorio di indignazione controllata.
Perché Nordio non è un ministro qualunque: è l’uomo che ha osato parlare di separazione delle carriere, di limiti alle intercettazioni, di riforma della giustizia.
Un affronto imperdonabile per chi ha costruito negli anni un sistema di potere basato proprio su quelle distorsioni.
Le domande della conduttrice in realtà sono sentenze mascherate:
– «Prova imbarazzo per le uscite del suo ministro?»
– «Non pensa che sia diventato un peso per il governo?»
Estratti fuori contesto, polemiche gonfiate ad arte: la speranza era strappare alla Premier una frase di distanza, un mezzo dissenso, qualcosa che potesse riempire le prime pagine l’indomani.
La Gruber prova a descrivere Nordio come un magistrato “scollegato dalla realtà”, “inadeguato”, “malvisto persino nel suo partito”.
Gesticola con la penna, guarda la telecamera, cerca la complicità del pubblico, convinta che il Paese intero condivida la sua visione apocalittica.

Il secondo attacco: Roccella
E se la critica a Nordio è tecnica, quella alla Roccella è ideologica, viscerale.
Gruber cambia registro: la giustizia lascia spazio ai diritti civili.
E lo studio si trasforma in un tribunale dell’inquisizione laica, dove l’imputato è la visione tradizionale della famiglia.
Roccella — storica femminista — viene dipinta come il suo contrario: una nemica delle donne, un ostacolo ai “diritti acquisiti”.
E torna la parola magica che risolve tutto: patriarcato.
Il governo viene accusato di non fare abbastanza contro la violenza di genere, di alimentarla addirittura culturalmente con le sue politiche familiari.
Un attacco meschino, perché sfrutta tragedie reali per una polemica politica.
La Gruber interrompe, parla sopra, non lascia concludere: una vera e propria guerriglia mediatica.
L’immagine che vuole costruire è chiara: una Meloni assediata, in difficoltà, costretta a difendere l’indifendibile.
Ma qualcosa si spezza.
La Gruber parla e parla, convinta di essere vicina al momento perfetto — quello che andrà virale. Ma all’improvviso il suo monologo si spezza come contro un muro di cemento.
Perché Giorgia Meloni, rimasta fin lì in silenzio, decide che è il momento di parlare.
Non per giustificarsi.
Non per difendersi.
Ma per attaccare.
La controffensiva su Nordio
Con calma glaciale, Meloni ricorda una verità che in quello studio sembra proibita:
il governo risponde ai cittadini, non ai salotti televisivi.
Nordio — dice — sta facendo esattamente ciò per cui è stato eletto: smontare un sistema che per trent’anni ha soffocato la politica italiana.
Se il ministro non fa dichiarazioni infuocate ai giornali, è perché sta lavorando.
Il “caos” — spiega — è solo il rumore del sistema che resiste al cambiamento.
La Gruber tenta di interrompere, ma la Presidente non lascia spazio.
Rivendica la separazione delle carriere, ricorda che è nel programma elettorale, ricorda che gli italiani l’hanno votato.
Cita dati sull’economia, sull’occupazione, sulle riforme.
Lo studio si gela.
La conduttrice perde il controllo del ritmo.
Si agita sui fogli.
La regia stacca sui suoi primi piani: nervosa, infastidita.
E poi arriva il colpo più duro su Roccella
Quando la Gruber parla di patriarcato e “diritti negati”, Meloni non arretra.
Anzi, affonda:
– «Lei sta facendo la morale sul femminismo
all’unica donna che è arrivata a Palazzo Chigi,
mentre la vostra parte politica ha sempre e solo messo uomini al comando.»
È un KO tecnico.
Meloni difende la Roccella ricordando la sua storia nel femminismo vero, non nel femminismo da salotto.
Rivendica i fondi contro la violenza, i sostegni alle lavoratrici, la tutela della maternità come libertà — non come catena.
La narrazione della “destra medioevale” si dissolve.
La chiusura
La conduttrice, ormai in difficoltà, cerca rifugio nella pubblicità.
Vuole chiudere, cambiare tema, scappare.
Ma Meloni prende l’ultima parola:
«Giudicateci per ciò che facciamo,
non per i mostri che disegnate voi
per spaventare gli italiani.»
Raccoglie i fogli.
Si alza.
La sigla parte.
Fine.
E in quello studio, per un istante, cala un silenzio che nessuna regia aveva previsto.